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Il Film: Illégal

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Ci sono luoghi dove l’umanità sembra non esistere, dove le persone rimangono sospese tra l’essere e il non essere e dove solo la legge decide cosa sei e cosa non sei.

Ci sono luoghi dove l’umanità sembra non esistere, dove le persone rimangono sospese tra l’essere e il non essere e dove solo la legge decide cosa sei e cosa non sei. Il regista belga Olivier Masset- Depasse ha deciso di raccontare nel suo ultimo film “Illegal”, la storia di una madre e di un figlio intrappolati in questo limbo terreno, fatto di attese, dubbi e paure. Tania e suo figlio Ivan di 14 anni sono clandestini: da otto anni il Belgio è la loro casa, la loro identità. Costruirsi una vita giorno dopo giorno, imparare a parlare una lingua che non è la propria, abituarsi a sapori, odori diversi e alla fine poter dire di avercela fatta, di aver trovato il proprio posto nel mondo. Un posto da dover conquistare, difendere ad ogni costo, ogni giorno: perché là fuori, in quello che ormai è il loro Paese, Tania e Ivan sono braccati, ricercati come dei criminali. A loro non è concesso neppure il privilegio di restare uniti, come una famiglia. Tania viene separata da suo figlio e portata nei cosiddetti centres de rétention: luoghi sospesi, indefinibili, a metà strada tra il carcere e un centro di smistamento di essere umani clandestini. Chi ci finisce sa già di appartenere ad una realtà diversa: un limbo terreno dove nessuno si preoccupa di capire chi sei, ma solo chi non sei. Tania non è una cittadina belga, la sua presenza nel mondo, in questo mondo, quello che ha scelto e che ha conquistato faticosamente, è illegale. Tanto basta per definire la sua vita sulla base del “Non -è”. Non è in prigione Tania, ma non è neppure libera; non è russa, non è belga, non può vivere la vita che vuole. L’unica certezza che ha è di essere una madre, eppure la legge del “non essere” vuole portarle via anche questo. Ma Tania è, nonostante le avversità, una madre, un’ottima madre, disposta a sacrificare tutto pur di garantire al proprio figlio un lusso tanto grande come l’identità. Forse un giorno, fra 10 o 20 anni, Ivan potrà alzarsi e dire al mondo “Io sono…”.

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