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Benedetto Marcucci: “L’arte è quell’attività umana apparentemente non funzionale a nulla, ma necessaria affinché funzioni il tutto”

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L’artista romano Benedetto Marcucci il 16 dicembre scorso ha presentato al Macro, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, il progetto "Treccani sottolio". In questa intervista Marcucci ci racconta come è nata l’idea di questa opera, esposta nel Museo di Via Nizza fino al 16 gennaio.

L’artista romano Benedetto Marcucci il 16 dicembre scorso ha presentato al Macro, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, il progetto “Treccani sottolio”.

In questa intervista Marcucci ci racconta come è nata l’idea di questa opera, esposta nel Museo di Via Nizza fino al 16 gennaio.

 

 

Sottoli è un progetto con cui lei ha esordito nel 1992, a soli 25 anni. Ci spiega come questa idea è nata?

L’idea nacque durante una chiacchierata con un amico. A un certo punto dissi, così d’istinto: alcuni libri bisognerebbe metterli sott’olio! Mi resi subito conto che dovevo farlo, non solo dirlo.

 

Dopo romanzi, manuali, saggi, oggi la Treccani, simbolo del sapere. Rimane ancora qualcosa da mettere sott’olio?

Rimangono molti libri in realtà, ma non so se continuerò a farli. Certamente ho già in mente e anzi sto lavorando già su altri progetti, completamente diversi.


Sottoli suona come una premonizione per certi versi “inquietante”. L’opera sembra aver annunciato con largo anticipo una situazione forse non più così assurda. Il libro, senza quasi accorgercene, è diventato elettronico: c’è il rischio che in futuro ci troveremo a non saper più cosa fare dei libri? Chissà, forse effettivamente potremmo ritrovarci a doverli conservare sott’olio…

Qualcuno ha immaginato, parando del mio lavoro, questo futuro nel quale i Sottoli rappresenterebbero l’unica testimonianza della nostra civiltà scritta. Onestamente spero e credo che non accadrà mai. Gli strumenti elettronici si diffonderanno sempre di più e magari i libri rimarranno appannaggio di un’elite, ma secondo me non moriranno mai.

 

Un legame molto forte tra parola ed arte emerge nelle sue opere di cui i titoli sono emblematici (Esprimersi con i piedi, Nuda Famiglia). Quanto del suo lavoro parte dalla riflessione sulla parola?

Direi molto. Bene o male con la parola ci vivo, facendo il giornalista e l’autore di mestiere. Però quando realizzo un lavoro, quando lo concepisco, mi concentro esclusivamente sull’immagine. Spesso realizzo immagini mai viste ma che vorrei vedere almeno una volta, solo per il gusto di vedere che effetto fa averle davanti agli occhi. Ovviamente hanno anche un contenuto concettuale. Ma io giudico prioritario l’aspetto visivo, sul quale ognuno può costruire la sua storia. 

 

Ci parla della sua formazione, dei maestri, se ne ha avuti, che sono stati per lei fondamentali?

La prima persona che mi ha fatto sentire naturale esprimermi, attraverso la creazione di oggetti o immagini, è stato certamente mio padre, antiquario e curatore di mostre, nonché collezionista.  Poi a ventuno anni sono stato assistente di Schifano. Ma Mario non amava essere chiamato Maestro e diceva: “Io non t’insegno niente che tu non sappia già. Posso solo aiutarti a capirlo, a scoprirlo in te”. Al di là di questo stare accanto a lui mi ha fatto capire che potevo allargare senza paura gli orizzonti di libertà della mia mente e soprattutto ho capito che ogni cosa va osservata da tanti punti di vista. Spesso se ne scopre la vera natura solo dopo molte osservazioni.

 

Lei è artista, ma anche Portavoce al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Consigliere della Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. In questo momento di ampio scontento causato dai tagli alla cultura come riesce a conciliare la sua contemporanea appartenenza, perlomeno apparente, a due “schieramenti nemici”?

Per precisione diciamo che sono stato Portavoce al Ministero in passato, ora sono alla Camera. Non c’è conflitto, anzi. Nel mio mestiere, in quello che faccio tutti i giorni, mi batto per la cultura e per allargarne i confini di influenza, sia politici che legislativi. Ma, mi dispiace che si parli di cultura solo quando ci sono tagli al bilancio. Io, per esempio, non sono affatto favorevole al finanziamento diretto della cultura, perché anche quando questi contributi sono ingenti come in Francia, sono sempre sotto l’egida dello Stato. Sarei molto più contento, per la libertà della cultura, se anche in Italia, come accade nei paesi anglosassoni, si desse la possibilità di scaricare totalmente dai propri redditi, personali o d’impresa, gli investimenti compiuti nella cultura.

 

La domanda più banale che potrei farle, ma forse oggi necessaria: cos’è l’arte?

La domanda è semplice, ma banale direi di no. L’arte potrei dire che è quell’attività umana apparentemente non funzionale a nulla, ma necessaria affinché funzioni il tutto. O ancora, è quel territorio esistenziale nel quale in molti si avventurano, ma dal quale solo alcuni sanno riportare frammenti di nuova conoscenza. Ma per avere questa capacità di trovare, non necessariamente si deve agire nel recinto codificato dell’arte. Spesso mi capita di trovare momenti di splendida arte laddove meno me lo aspetterei.

 

In un periodo in cui la parola “crisi” invade ogni campo, sociale, economico, politico, ideologico, c’è crisi nell’arte?

Un momento critico è positivo, perché si può riflettere meglio su cosa si sta facendo e dove si sta andando. Io credo che l’arte contemporanea sia, proprio ora che gode di popolarità mondiale, per certi versi su un binario morto.  Gli artisti nonostante sembrino rivestire un ruolo sociale da copertina, non sono mai stati tanto ininfluenti sulla realtà come oggi. Io – non giudicandomi nel contesto attuale un artista (se qualcuno mi giudica tale certo non mi offendo), ma più che altro un operatore culturale – ho tuttavia l’ambizione di cambiare il mondo, giusto un po’ di più di quanto riesce a fare ognuno per l’effetto butterfly: un volo di farfalla in Cina può provocare un tifone negli States…

 

Qual è la sua professione sulla carta d’identità? Forse produttore d’olio?

 No, magari. La risposta è semplice: giornalista. Sono iscritto all’albo professionisti da più di un decennio. Troverei un po’ ridicolo usare la definizione: artista. Si può “essere” artisti e “fare” un altro mestiere. La storia dell’arte, ma anche della letteratura è piena di scrittori e artisti che facevano tutt’altro per campare.

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