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Nicola Verde: “Racconto la realta’, non quella dei telefilm, ma il male latente che e’ in ognuno di noi”

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“Se un giorno qualcuno dovesse leggere da qualche parte la mia storia spero non mi identifichi come un autore di gialli, non voglio essere catalogato”. A parlare è Nicola Verde che rilascia un’intervista per le pagine di Omero,

“Se un giorno qualcuno dovesse leggere da qualche parte la mia storia spero non mi identifichi come un autore di gialli, non voglio essere catalogato”. A parlare è Nicola Verde che rilascia un’intervista per le pagine di Omero, affrontando i principali temi della narrativa e annunciando in anteprima il suo nuovo romanzo che uscirà prima dell’estate. Attenzione, però, a non chiamarlo scrittore, preferisce definirsi scrivente: un artigiano che fatica tantissimo, ancora lontano dallo sconvolgere la letteratura italiana.

 

IL NUOVO ROMANZO. L’ultimo romanzo uscirà prima dell’estate con la Hobby and Work. Non ha niente a che vedere con gli altri tre che sono già usciti (Sa morte secada, Un’altra verità, Le segrete vie del maestrale). Il titolo provvisorio è La sconosciuta del lago; il titolo pre-provvisorio era Dammi meglio la morte, ma era troppo forzato. Anche se poi prende tutta un’altra strada, la storia prende spunto da un fatto avvenuto nel 1955 a Castel Gandolfo dove fu trovata decapitata una donna.  Per oltre un mese non si risalì all’identità. Successivamente si capì che era una domestica. Non è mai stata trovata la  testa, non si sa che fine abbia fatto. Mi incuriosiva molto l’assenza di identità, sarà il personaggio stesso a raccontare la propria storia. Nella prima parte lei parla ma senza dire chi è, ed interverrà solo il commissario. Nella seconda parte, svelata l’identità, interverranno anche altri testimoni. La struttura è complicata, me l’hanno criticata in molti. Io non ho messo in primo piano l’assassino, ma ho cercato di riflettere su cosa avrebbe pensato la donna della sua morte se avesse potuto farlo. Inizialmente ho commesso l’errore di documentarmi e scrivere questa storia come se fosse un saggio. Allora mi sono fermato ed ho buttato via tutto ed ho ricominciato da capo (si deve sempre avere il coraggio di buttare via tutto). Volevo che il romanzo finisse senza la scoperta di un assassino, ma non potevo ingannare il lettore, allora riprendendo in mano per l’ennesima volta la storia sono arrivato ad un colpevole, che però era facilmente identificabile fin dall’inizio. L’editore non ha apprezzato questa scelta di non ricevere sorprese. Ho ripreso in mano ancora il testo e ho trovato una soluzione a metà che accontentasse entrambi.

 

L’UOMO. A me interessa studiare gli uomini. Come diceva Georges Simenon: “C’è chi colleziona farfalle, io colleziono uomini”. Nessuno ha raggiunto i livelli di Simenon nell’affrontare il male latente che c’è in ogni uomo. Dobbiamo scrutarlo e analizzarlo, incontrare l’equilibrio precario tra male e bene. L’incontro con i freni inibitori, la cultura, la famiglia. A me piace questo tipo di letteratura.

 

L’IMITAZIONE. Mi da fastidio leggere autori che imitano gli americani e si rifiutano di leggere la letteratura italiana.  Nei best seller americani c’è omologazione. Non accetto l’imitazione. Giorgio Faletti ha avuto un grandissimo successo, ma è un imitatore. A noi italiani, nel giallo in particolare, piace leggere sempre la stessa storia, scritta seguendo gli stessi modelli, per non avere sorprese. L’imitazione è rassicurante ma è una brutta cosa perché ti fa diventare una pecora in mezzo ad un gregge. E’ giusto avere un modello narrativo, per esempio i miei  sono Simenon e Sciascia perché descrivono la realtà.

 

IL VERO. La suspense è il modo migliore per affrontare un romanzo e farlo arrivare al lettore. Non vorrei che i miei contenuti fossero retti solo da questo però. Il mistero è secondario, serve a mettere su la struttura del romanzo. Come lettore vorrei leggere qualcosa che mi dia indicazioni sulla realtà che sto leggendo. Soprattutto per il passato, perché con il passato si studia il presente e si affronta il futuro. Cambiano i soggetti, ma le problematiche sono sempre le stesse. Anche nel fantasy avvicino quello che voglio raccontare alla mia realtà quotidiana, partendo sempre da ciò che conosco. Nessuno inventa niente, soprattutto in letteratura. Goethe diceva che tutti i pensieri intelligenti sono già stati pensati. Da piccolo autore la cosa che mi da più fastidio è correre dietro ai modelli americani. Non approvo le storie che parlano di serial killer. La realtà non sono i serial killer, ma il male latente che è in ognuno di noi. E’ da là che bisogna partire. E spiegare che la realtà non è quella dei telefilm, dove la polizia scopre sempre tutto e i commissari hanno  i super poteri. Mi interessa scoprire più che altro perché avvengano certi fatti, perché in una realtà piuttosto che in un’altra. Mi interessa dialogare con una cultura diversa dalla mia.

 

SARDEGNA. Ogni mio romanzo è ambientato in Sardegna per amore e per interesse intellettuale. Io non sono sardo ma mia moglie sì. Sono 33 anni che sono sposato e la Sardegna la frequento da 35. Mi sono innamorato di quel posto e di quella cultura. Ho letto moltissimo. Oggi parliamo tanto di rumeni e albanesi, ma fino a pochi anni fa, il razzismo era nei confronti dei meridionali in senso lato. Mi incuriosiva anche il trattare la diversità. Il mio maresciallo, nell’ultimo romanzo è un campano. Anche lui è meridionale, ma viene trasferito in Sardegna con tutti i preconcetti che esistevano allora nei confronti dei sardi. Lui, che era un emarginato già di per sé, a sua volta andava lì con un occhio razzista. C’è sempre un sud che sta più a sud del sud.

 

CASE EDITRICI. Le piccole case editrici hanno bisogno di coniugare i problemi della scrittura con quelli finanziari, navigano sempre con l’acqua alla gola. Non mi piacciono per niente quelle che pubblicano a pagamento. La pubblicazione, così, non è più un traguardo. E’ avvilente. Non capisco: meglio mandare il manoscritto ad uno stampatore e distribuirlo tra gli amici a quel punto. E’ stupido andare a pagarsi una pubblicazione quando quello che ti dicono sono fandonie: ossia che distribuiranno il libro o che il libro ha fatto grandi vendite. In Italia non esistono case editrici che abbiano una buona distribuzione. Anzi esistono, ma sono quelle difficili da raggiungere.

 

INTERNET. I siti che pubblicano qualsiasi cosa sono pericolosi. Il rischio è che diventino dei boomerang perché non si acquisiscono lettori in questo modo, anzi i lettori sono solo spaventati. Se viene data eccessiva facilità di pubblicazione e libertà di accesso, non si allena il destinatario alla buona lettura. Se gli arriva tutta immondizia, lui scambierà tutto per immondizia e non avrà più la capacità di scegliere. Anche su internet dovrebbero esserci degli editori seri che facciano una selezione.

 

AGENTI LETTERARI. Servono e non servono. Le grandi agenzie letterarie sono poche e il problema è che gli autori alle prime armi non riescono ad arrivarci. In Italia non ci sono agenti letterari che hanno la stessa potenza degli americani. Non c’è spazio per la ricerca, si corre dietro al fenomeno che già si sa che porterà soldi. Il pubblico viene accontentato, ma non succede solo nella letteratura. Anche il nostro Stato non dà interesse alla ricerca, quando invece dovrebbe essere la base di tutto. L’autore su cui si dovrebbe scommettere è meno seguito. L’agente importante può non portare vantaggi, perché c’è il rischio che metta in secondo piano un piccolo autore rispetto ad altri già famosi. Forse cominciare con un agente alle prime armi potrebbe essere più produttivo, in quanto l’agente più piccolo ti coltiva e ti segue di più.

 

GIOVANI AUTORI. Devono avere tanta pazienza e fortuna. Cominciare con piccoli passi, che non corrispondono a pagare per vendere il proprio libro. Se una piccola casa editrice ti pubblica una serie di racconti validi, tu con quella raccolta puoi andare a bussare alle porte di una casa editrice più grande. L’editore sicuramente la leggerà, sapendo che qualcun altro prima di lui ha fatto una preselezione. Quindi importante è partire da una casa editrice piccola ma seria. Ce ne sono diverse, ad esempio la Del Vecchio, composta da giovani. L’autore deve essere sicuro di ciò che ha scritto, perché l’occasione difficilmente ricapita, ma non perché  lo ha rassicurato la madre, la sorella o il fidanzato, perché loro non contano niente. Non puoi fidarti dell’amico, è il peggior consigliere: ti elogerà sempre ma è una questione d’affetto.

 

SCUOLE DI SCRITTURA. La scuola di scrittura è importante da questo punto di vista, perché il tuo testo viene valutato da qualcuno che ne sa di più. E’ utile proprio in questi casi, a sviluppare la tua maturità. E’ importante il confronto con gli altri, capita spesso di leggere altri testi che non ti piacciono, comprendi gli errori che non vuoi ripetere.  Il rischio di queste scuole è che impongano le loro scelte, i loro interessi, il loro metro di giudizio. Ma il rischio è minimo, perché una persona deve essere abbastanza matura da capire se l’influenza la deve accettare o meno. E’ una scuola di vita. Non è perché una persona va a scuola che allora è omologata con le altre, ognuno ha la sua testa per ragionare.

 

OMERO. Ai tempi, Enrico Valenzi collaborava con altre due persone. L’ho conosciuto nel 1993 e frequentato per alcuni anni. Trovai un’ inserzione su Mille libri, una rivista che si occupava di pubblicazioni letterarie. Facemmo dei corsi, devo dire bellissimi. Inaugurammo noi la stagione di rapporti con la Sapienza. Ha fatto molta strada e avuto successo, perché bravo e professionale. La scuola di scrittura Omero è nata a fine anni ‘80 quasi per scommessa. Mi ricordo quando scappavo dall’ufficio per correre a seguire le due ore di laboratorio, per me era fantastico.

 

I RACCONTI. Oltre al romanzo continuo a scrivere molti racconti. Il primo romanzo l’ho pubblicato nel 2004 e il primo racconto invece si perde nella notte dei tempi. Ho cominciato a 25 anni. Lo pubblicarono in una rivista, Dimensione Cosmica: “Quando i bambini sorridono”. Era un racconto horror. Nel ‘78 esisteva una rivista di fantascienza, Verso le stelle, che pubblicava scritti italiani. Mandai un mio racconto e il curatore, Luigi Naviglio, mi rispose dicendomi che era buono e scritto in maniera professionale. La mia soddisfazione fu enorme. Purtroppo la rivista morì prima che il mio racconto fosse pubblicato. Un paio di piccole cose, che a rileggerle oggi rabbrividisco, uscirono nelle  cosiddette fanzine.

 

SA MORTE SECADA. Al primo romanzo sono arrivato tardi forse perché non ne ero molto convinto. Ero incuriosito dalla cultura sarda, e mi capitò una rivista dove si parlava di un rito antico e mi soffermai su un detto, ancora oggi in uso, che dice che bisogna andare a fondo fino ad oltre la morte, scarnificare i cadaveri per riuscire a far trasmigrare più velocemente l’anima dal corpo. Ho legato questo fatto ad una società che si stava modificando. Era il ’68, gli sconvolgimenti sociali non erano soltanto in Italia, ma anche in Sardegna. Ed era interessante studiare l’arcaicità di questo mondo che si stava perdendo, lo scontro frontale tra vecchio e nuovo. Ho cercato di raccontarlo con l’immagine di due sorelle, una che rappresenta il mondo antico, l’altra che faceva la prostituta. Il romanzo è nato da un racconto. Mia moglie che allora era l’unica lettrice che avevo, mi disse che dovevo smettere di scrivere di horror e fantascienza e voleva un giallo. Mi dissi che se non volevo perdere l’unica lettrice dovevo accontentarla. Una sera ebbi la fortuna di incontrare Luigi Bernardi, colui che ha fatto esplodere il noir in Italia, ma in quell’occasione non ebbi il coraggio di parlargli del mio manoscritto. Mi ricordo, passai la notte in albergo senza dormire, dandomi dello stupido. La mattina dopo andai alla stazione e lo incontrai, stava prendendo il mio stesso treno, finalmente trovai il coraggio di avvicinarmi. Era il 2003. Gli dissi che sapevo che era pieno di impegni ma volevo  aggiungere il mio manoscritto alla sua lunga pila. Lui mi rispose: “Se non ne posso fare a meno!”. Era Novembre e a Gennaio mi mandò una mail dicendomi che si sarebbe voluto occupare del mio romanzo. Mi disse che la mia era una scrittura non giovanile ma classica e elaborata. In quel tempo lavorava ad Einaudi, ma mi spiegò che per il modo in cui scrivevo e per la difficoltà di accessibilità era meglio indirizzarsi da un’altra parte. Allora mi propose la Dario Flaccovio Editore. Luigi Bernardi è un tipo ostico, difficile da trattare.

 

LO SCRIVENTE. Mi piace definirmi uno scrivente per una questione di cautela. Quando pensi allo scrittore pensi a quello che sconvolge la letteratura, l’autore di grandi romanzi. Poi c’è l’altra categoria, quella artigianale, che fatica tantissimo, gli vengono i calli alle mani. Io scrivo ancora con la penna, le mie pagine cominciano sul blocco notes, poi le passo sul computer, poi vado avanti, poi torno sul computer. Faccio un lavoro bestiale. Appartengo ad una vecchia generazione, a me il computer è stato imposto. L’ho accettato perché mi ha facilitato moltissimo il lavoro, ma nel soppalco di casa mia conservo ancora tutte le macchine da scrivere. Con la penna scrivo malissimo, a volte neanche io riesco a tradurmi, ma il mio pensiero è libero di scorrere fluido. Leggo parecchio. Nessuno può pretendere di scrivere un libro se a sua volta non ha letto moltissimo. Per scrivere un romanzo ci metto un anno perché sono lentissimo e molto distratto. Ho lavorato in banca fino allo scorso anno e le mie giornate erano piene. Alla scrittura potevo dedicarmi solo la sera e non sempre. Per scrivere romanzi ambientati nel passato devo leggere molto e documentarmi, dalla narrativa alla cronaca dell’Italia di quegli anni. La scrittura deve essere praticata quotidianamente, Proust diceva che bisogna scrivere anche solo una riga, ma tutti i giorni. Io pensavo si potesse scrivere solo quando si è eccitati da un’intuizione ma non è vero, perché bisogna sedersi alla scrivania e cominciare a riflettere. Sepulveda diceva che il cinque per cento è creatività, tutto il resto studio e fatica. A me piace immaginare la scrittura come una pesca, dove c’è il nocciolo che è la creatività, quella non te la regala nessuno, neanche le scuole di scrittura. Poi c’è la polpa che si sviluppa intorno alla creatività che è appunto il lavoro e la fatica. Quando ero giovane scrivevo di fantascienza. Credevo secondaria la sintassi e la grammatica. Era un grave errore, un editore può avere di fronte l’idea più grande del mondo, ma se non è scritta in un italiano perfetto la cestina dopo aver letto poche righe.

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