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L’ultima lezione

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Così era arrivata la fine dell’anno scolastico. I corridoi del liceo Foscolo erano carichi di una tensione insolita. Sulle facce degli studenti era calata un’angoscia profonda.

Così era arrivata la fine dell’anno scolastico. I corridoi del liceo Foscolo erano carichi di una tensione insolita. Sulle facce degli studenti era calata un’angoscia profonda. Avevano procrastinato una resa dei conti che pareva talmente lontana da non poter impensierire il loro cervello, disabituato a proiettarsi oltre il fine settimana. Ora invece scricchiolavano guardandosi indietro. Sarebbe bastato qualche bigliettino in più, aver studiato un po’ meglio per un’interrogazione programmata, aver mostrato più rispetto.

 

Dalle ultime due file di banchi della II B saliva un odore acre. Già prima dell’intervallo, nessun deodorante era in grado di arginare la puzza di sudore che montava dal fondo dell’aula. Il caldo di inizio giugno. La paura dell’ormai improrogabile amputazione, un anno di vita buttato. Alcuni studenti erano spacciati, nessuno però osava dirglielo. Solo loro stessi mantenevano un briciolo di speranza nella possibilità di essere promossi. La stessa speranza che li avrebbe poi trascinati in una delirante esplosione di mania di persecuzione al cospetto del lapidario “non promosso”.

 

Ma la maggior parte degli alunni si riteneva, a ragione, in piena lotta.

 

Le speranze erano alimentate da una semplice constatazione: anche i professori sono genitori e un genitore, alla fin fine, perdona, dà una seconda, terza, quarta possibilità.

 

Sono tutti uguali, duri e spietati dietro ai loro registri con in mano le loro penne rosse, ma poi cedono. Erano tutti così i professori. Tutti tranne la Professoressa Corti.

 

Anni 35, 90-60-90 per la maggior parte degli studenti, coscia infinita esaltata da un tacco 10, anni di insegnamento 2, figli zero. Totalmente insensibile alle scuse degli studenti, lodava la fatica, la dedizione e il sacrificio al cospetto della cultura, dell’apprendimento.

 

Materie insegnate: latino e greco.

 

Possibilità di superare l’anno senza la sufficienza nelle sue materie: trenta percento.

 

Possibilità di superare l’anno con una insufficienza grave: dieci percento.

 

Numero di bocciati l’anno precedente nelle sue due classi: otto su venti e sette su diciassette.

 

 

Cloc cloc cloc cloc. L’inconfondibile rumore dei suoi tacchi echeggiava lontano nel corridoio.

 

Una sosta per raccogliere qualche cartaccia da terra.

 

La pausa sulla soglia per dare modo agli studenti di ritornare ai propri posti e prepararsi, in piedi, a salutarne l’ingresso in aula.

 

– Buongiorno professoressa Corti.

 

– Buongiorno. Seduti.

 

Silenzio tombale, sguardi bassi.

 

Galeotti studiava le impercettibili espressioni della Corti. Di che umore era oggi? Cosa aveva fatto ieri sera? Aveva già deciso chi si poteva salvare?

 

Finì di sistemare la borsa su una sedia di fianco alla cattedra, spense il cellulare e tirò fuori il registro e l’inseparabile tratto-pen rosso.

 

– Oggi vorrei interrogare quelli di voi su cui ancora non ho un voto definitivo.

 

Gli occhi degli studenti rotearono verso il davanzale della finestra.

 

 

Galeotti aveva un sei risicato, forse un po’ troppo risicato ma c’erano altre situazioni prima della sua. C’era Richetti che aveva un cinque e mezzo, Donati con un cinque sei e più vicino a lui Frassina che aveva un sei meno meno meno. Galeotti con il suo sei meno sarebbe stato molto più tranquillo in altre circostanze. Ma Frassina aveva giocato l’asso del volontariato per riabilitarsi agli occhi di tutti partendo per una missione di due mesi in Africa per un’emergenza sanitaria. Donati aveva scelto la macchia, affidandosi più che altro alla compassione dei professori, quella di matematica lo adorava.

 

Negli ultimi tempi Galeotti era stato un po’ distratto dallo studio. Ultimamente andava a letto molto tardi la sera. Circolavano tra i compagni, certe cassette per vedere le quali era costretto ad aspettare che genitori e sorella dormissero profondamente. Poi sgusciava nel soggiorno e azionava il videoregistratore. Con l’orecchio incollato alle casse cercava di capire cosa si dicessero gli attori durante quelle scene cosi inspiegabili ai suoi occhi. Non era del tutto nuovo al genere, ma non aveva mai visto qualcosa di questo tipo. Era incuriosito ma perplesso, quelle persone si facevano del male sul serio? E come potevano provare piacere in questo modo?

 

La Corti scorreva ora il registro con la punta del suo tratto-pen rosso. Partiva dall’alto e scendeva lentamente verso il basso, un nome alla volta, pregustandosi il pasto della giornata. Sceglieva le prede in base a diversi criteri. Media, numero interrogazioni, assenze, compiti saltati, note, richiami, erano tutti criteri che sventagliava con indescrivibile goduria di fronte alle facce contrariate degli interrogati. Ci teneva a sottolineare che stava dalla parte del giusto. Severa ma giusta.

 

Galeotti però aveva una diversa opinione a riguardo, dal suo punto di vista non era tanto questione di giustizia severa. Adesso la Corti avrebbe abbandonato il registro sulla cattedra per assaporare non una preda ma il branco intero. Vitellini da latte di fronte a un lupo.

 

Allentò la presa e il registro cadde su se stesso con un rumore secco.

 

– Fa un po’ caldo qua dentro ragazzi, vi dispiace se lascio aperta la porta?

 

Si alzò e con eleganza felina sfilò verso l’ingresso. Sorrisi tesi e occhi che per un attimo rientrarono in aula per sincerarsi delle possibilità che il plotone di esecuzione avesse ricevuto un nuovo ordine.

 

Ma Galeotti sapeva che questa era solo una vana speranza, avrebbe caso mai cercato un mirino di precisione.

 

La Corti si sedette, riprese in mano il registro.

 

Lo lasciò cadere di nuovo. Si alzò e recuperò gli occhiali nella borsa. La tensione adesso era al massimo, non ci sarebbero state più interruzioni.

 

La rossa canna del fucile faceva su e giù finché non si arrestava improvvisamente su un nome e scivolava da sinistra a destra. Si capiva facilmente a che punto dell’elenco si trovasse perché per ogni nome dava almeno una sbirciatina sulla parte destra del registro cosicché bastava contare quante volte ripetesse questo movimento.

 

Uno, due, tre, forse ancora tre… Albertazzi, Baroncelli, Casini.. Lo sguardo della classe basso, eccetto quello di Galeotti che seguiva la Corti.

 

Galeotti era disarmato come tutti i compagni, ma almeno voleva vederla in faccia la morte, se si fosse decisa a battere cassa. Fu l’unico che notò. La lingua della professoressa fece capolino tra gli incisivi. La punta sfiorò appena il centro del labbro superiore e si mosse da sinistra a destra, lentamente. Galeotti percepì come gli occhiali si sollevarono chiaramente. Era il sorriso che li stava tirando su. Uno spiraglio di piacere che veniva da sotto.

 

La Corti aveva individuato la vittima.

 

Per una frazione di secondo Galeotti si sentì gelare… quattro, cinque, sei…Donati, Frassina … Galeotti!! Il cuore accelerò mentre la testa della Corti iniziò a reclinarsi. Quella di Galeotti iniziò un movimento contrario, adesso aveva paura, non reggeva più quella vista. Lo sguardo voleva rifugiarsi sotto il pavimento.

 

Per una frazione di secondo le traiettorie delle quattro pupille si incontrarono sullo stesso piano. Due affamate, fiere. Due timorose, remissive. I due occhi fieri si spalancarono per divorare i due remissivi. E li Galeotti vide tutto.

 

Vide la Corti in un succinto e attillato abitino di vinile lucido con aperture e lacci sui fianchi. Uno scollo profondo sul petto lasciava i rotondi seni parzialmente scoperti. Un cappellino nero in testa, l’asta degli occhiali in bocca. Tra gli artigli teneva il registro e il suo tratto-pen rosso. La lingua pennellava costantemente il labbro superiore. Quella donna emanava un profumo dolciastro, pervasivo, ossessionante. Con voce ferma e impostata diceva – Sei mio, non mi scappi – mentre con la punta del tacco scavava una fossa sul petto di Galeotti, riverso a terra, pieno di graffi sulla schiena e sulle braccia, il volto stravolto.

 

Eccola la morte, sensuale, avvolgente, irresistibilmente dolorosa. Lui era pronto.

 

– Professoressa, vorrei venire volontario – e mentre queste parole gli uscivano di bocca, Galeotti stesso si meravigliò nel sentirle. Era lui ad aver parlato? – Ovviamente se per lei va bene – si preoccupò di aggiungere, con tono sicuro ma educato.

 

La classe sprofondò sotto i banchi e si cristallizzò in quelle parole. Era come se fossero rimasti solo la Corti e Galeotti nell’arena.

 

Mentre ascoltava quelle parole alzando testa dal registro la professoressa subì una profonda metamorfosi. In soli quarantacinque gradi il suo sorriso affamato si trasformò in uno sguardo vacuo. Sembrava avesse visto un fantasma. Era completamente inerme, indifesa, fragile.

 

Galeotti imbracciò la sedia e si avvicinò alla cattedra. Tremava leggermente.

 

– Professoressa, io ho un sei scarso, vorrei andare per la sufficienza.

 

La Corti rimaneva immobile. Non sbatteva neanche le palpebre.

 

Ma Galeotti voleva essere interrogato, quella era la sua ultima possibilità di vedere dentro quegli occhi, di sentire il suo odore, di essere frustato dalla sua voce. Improvvisamente era tutto quello che voleva.

 

Mentre sistemava la sedia vicino alla cattedra fece più rumore possibile per risvegliare la professoressa. La Cortì portò soltanto le mani agli occhi.

 

Galeotti non si diede per vinto – Ah, mi scusi, non ho preso la penna – si alzò e tornò al suo banco raccogliendo gli sguardi di ammirazione, di compassione, di scherno di tutta la classe.

 

Appoggiò il suo astuccio nero di vinile sulla cattedra, estrasse una penna rossa e prese a batterla sul piano proprio sotto gli occhi della professoressa. Toc, toc, toc…

 

In un istante la Corti riprese colore.

 

– Ho avuto un giramento di testa ragazzi, scusate. Galeotti volontario?! Mi dispiace ma io non prendo volontari, io non faccio interrogazioni pianificate – e nel dirlo si preoccupò di non guardare l’alunno che tuttavia replicò prontamente.

 

– Professoressa, questo non è giusto! Io voglio lottare per il mio sei – disse con voce disgustosamente lagnosa.

 

Le pupille della Corti si infiammarono, e nel tragitto verso Galeotti il suo sguardo incendiò tutti i banchi fino a che fu lui stesso ad essere incenerito.

 

Fu li, avvolto dalle fiamme, che Galeotti capì il senso delle cassette senza etichetta che giravano tra gli amici e stabilì che quel genere gli piaceva. Sorrise soddisfatto, quella era l’ultima lezione di quell’anno, probabilmente quella che gli sarebbe tornata più utile.

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