Condividi su facebook
Condividi su twitter

Giancarlo De Cataldo: “Io non ho inventato un’epica. L’epica è nei fatti”

di

Data

Personaggi storici accanto ad eroi, traditori e banditi. Uomini e donne che amano, sognano e soprattutto combattono. All’inizio un giuramento mafioso. Un viaggio tra le pieghe del Risorgimento italiano che diventa racconto dei nostri giorni.

Personaggi storici accanto ad eroi, traditori e banditi. Uomini e donne che amano, sognano e soprattutto combattono. All’inizio un giuramento mafioso. Un viaggio tra le pieghe del Risorgimento italiano che diventa racconto dei nostri giorni.  Ed è proprio “l’epica eroica, torbida, idealista e ribalda dell’Italia che nasce” a catturare la penna di Giancarlo De Cataldo. E “I traditori” (Einaudi, Stile Libero Big, 2010)  è il risultato del suo lavoro.

 

L’incontro dello scrittore con il pubblico dei lettori inizia, in una delle librerie più centrali di Roma, quella di Galleria Colonna, proprio con la lettura di quel giuramento mafioso con cui si apre il romanzo.  “Un giuramento che ha parole antiche ma che ancora oggi si rinnova”. Il personaggio di “giornata” è Salvo Matranga e la rivoluzione è quella siciliana del ‘48. Sono gli anni in cui si forma la società italiana.  Il ricordo va al Risorgimento.

 

La voce “narrante” del romanzo, dopo il giuramento, cambia. “Seguiamo il punto di vista di uno dei personaggi, con la sua voce”, in un paesino calabrese con i Fratelli Bandiera.  E “il sud è stato fino all’Unità d’Italia il posto più agitato. Quello da cui tutti, democratici, repubblicani, cospiratori (l’anima storica di questo romanzo) immaginavano la scintilla della rivoluzione”. E loro, i Fratelli Bandiera, convinti di trovare masse che li avrebbero accolti festanti si imbattono, invece, in un abile gioco di spie. Di traditori.

 

“Quando ho iniziato a studiare (il materiale per il romanzo) ero convinto di imbattermi in una stagione retorica o sorpassata, comunque, vecchia e antica. Mi sono trovato, invece, di fronte a una serie di avventure tutte sotto il segno della nascita di una nazione. E mi sono chiesto se non fosse giusto abbandonare gli atteggiamenti un po’ scettici, un po’ ironici, un po’ da commedia all’italiana e iniziare a rivalutarlo (il Risorgimento) anche sotto gli aspetti meno luminosi, meno violenti. Perché è da li che veniamo”. E’ Giancarlo De Cataldo che racconta. Ed è ancora lui che parla di quegli eroi del Risorgimento italiano, conosciuti sui libri di storia, sulle riproduzioni dell’epoca che oggi, nella sua narrazione “sono giovani e belli. Erano tutti ragazzi entusiasti a volte scatenati e a volte scatenanti. E l’Italia, nel suo bello, comprendeva tante varianti possibili: da quella cospirativa a quella socialista. C’era una vera e reale bellezza”.

 

Ma è anche il tempo in cui nascono e si sviluppano due temi che ritorneranno con insistenza per i 150 anni successivi. Il primo, è il rapporto tra “Nord e Sud. E le cose oggi non è che siano tanto cambiate, né nella percezione e né nella realtà. La seconda, è quello del ruolo della criminalità. Sono due temi che, come dire, alimentano la stagione in Italia e si ripropongono immediatamente subito dopo l’Unità”. Si vedono, così, già alcuni caratteri propri italiani. C’è l’affarista, il generoso, l’escort, l’ufficiale dei servizi segreti. E c’è addirittura un momento nella storia in cui “la presa” che ha Giuseppe Garibaldi sull’Unità d’Italia potrebbe convertire i mafiosi.  Si delinea “una spaccatura all’interno della società che comincia a chiamarsi mafia. Una  parte di loro comincia a coltivare dei seri segni di rivolta sociale che vanno stroncati a tutto vantaggio dell’Italia affarista, dell’Italia gretta, dell’Italia meschina. E’ questo il fascino che contagiò il paese”; il fascino del Risorgimento. Quel fascino che ancora oggi i paesi anglosassoni nutrono nei confronti di questo periodo della storia d’Italia.

 

Gli americani hanno avuto il western per raccontare la corsa all’ovest e per parlare della distruzione dei nativi indiani e anche l’Italia ha un popolare affresco dell’unificazione nazionale che fa i conti con la realtà del Risorgimento. E’ l’epigrafe quasi di una rivolta giovanile contro  l’ordine adulto. E Giancarlo De Cataldo candidamente “sveste” il suo lavoro da tutto quello che non gli appartiene: “Io non ho inventato un’epica. L’epica è nei fatti. E’ stata già raccontata dalla letteratura  a partire da Ippolito Nievo e fino a Pirandello”. Ma non c’è possibilità di sottrarsi alla fattezza di quei  personaggi. Di quegli occhi che guardano. Di quei pensieri e quelle idee che agiscono e combattono e che sono ancora vivi come un secolo e mezzo fa. Si sente il loro odore. La loro giovinezza. E la consapevolezza che “tutti i grandi movimenti ideologici, a partire dalla liberazione delle colonie americane, sono stati fatti da grandi pensatori e da grandi imprenditori.  L’Italia ha una caratteristica particolare che è quella del ruolo antico della mafia. Allora le possibilità erano tre: che la mafia cambiasse, che l’ordine sociale circostante cambiasse, oppure che la mafia rivendicasse il suo titolo. E quest’ultima possibilità è proprio quello che poi è successo. Nella storia italiana ciclicamente le organizzazione criminali importanti rivivono e si rinnovano”.

 

Raccontare attraverso i punti di vista dei personaggi, attraverso i loro sguardi, i loro gesti quotidiani, e quella loro storicità “nascosta”, sconosciuta,  sveste lo scrittore dalla “pesantezza”  dei monumenti regalando, nella loro semplicità, al lettore delle icone “nuove” che erano già tali al tempo della loro nascita.

 

“Io sono stato catturato dal Risorgimento. Mi sono anche inorgoglito per quanto gli italiani hanno fatto. E mi sono liberato da quel militarismo con cui tendiamo sempre a ricoprire la nostra storia”. E dallo scrittore al lettore il testimone passa attraverso la strada del “sentire”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'