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Piastrelle

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Erano almeno dieci minuti che stava immobile sulla porta, o forse venti. Come di fronte a un nemico che ha fatto la mossa giusta prima di te. Ferma per non essere vista, o per bloccare il tempo e rimandare la sconfitta.

Erano almeno dieci minuti che stava immobile sulla porta, o forse venti. Come di fronte a un nemico che ha fatto la mossa giusta prima di te. Ferma per non essere vista, o per bloccare il tempo e rimandare la sconfitta. Poi quei minuti finirono, e lei tornò in sé. Si lisciò la camicia da notte sulle cosce tenendo le braccia strette alle masse mollicce che le ricoprivano i fianchi. Portò piano il corpo nella cucina, con gli occhi sul pavimento grigio, nell’angolo sotto il frigo intravide due schegge di ceramica. Si voltò, non voleva dargli importanza. La parete però la chiamò. Il cimitero di piastrelle giaceva sul pavimento proprio sotto il muro, alcune si erano spaccate in più pezzi e spargevano frammenti tutt’intorno, ricoperti da un sottile strato bianco. Si chiese per quanto tempo fossero rimasti lì. Poi spazzò via il pensiero.

Un piccione attraversò il vetro della finestra come una macchia scura e si adagiò sul davanzale, non si capiva dove guardasse né se guardasse qualcosa. Lei afferrò il barattolo del caffè e lo sbatté con forza sul ripiano dei fornelli. Sentì le spalle irrigidirsi. Gli occhi le finirono in basso, sul tessuto lucido e scivoloso della camicia da notte. Strati di grasso sui lati delle cosce lo costringevano a una forma imprevista. Afferrò un cucchiaino e iniziò a riempire la moka di caffè. Sparse polvere scura tutto intorno, come un’aureola cupa. Le facevano male gli occhi, aprì l’acqua fredda e li bagnò con le mani. Intorno era silenzio. Sentì un sussulto salirle dallo stomaco. Avvitò adagio la moka, la prese per il becco poi la scaraventò nel lavandino, trattenendo un po’ il gesto. I due pezzi saltarono e il caffè si sparse mischiato con l’acqua corrente. L’eco del tonfo svanì poco a poco, lasciando posto allo scroscio dell’acqua aperta. La mano tornò al suo posto, penzoloni lungo il fianco. Una scheggia piatta di plastica si infilò nel buco dello scolo senza riuscire ad andar giù. Aggredita dal suo stesso gesto si calmò. Si sedette. Buttò la schiena indietro ma costrinse gli occhi a stare giù, sul pavimento. Il collo dei piedi bianchi spuntava dalle pantofole color crema, compromesse da sfumature giallastre. Il pon pon sulla punta pendeva da una parte, il filo in bella vista. Sugli stinchi cresceva qualche pelo scuro, spietato sul candore della pelle.

Poi alzò gli occhi. L’intonaco sul muro iniziava a scrostarsi creando motivi fumosi e incomprensibili. Sotto di esso i resti delle piastrelle crollate erano di una staticità spaventosa. Tutta la cucina era immobile come non lo era mai stata prima. Uno strato freddo e molle di corpo la separava dalla sedia sotto di lei. Era sospesa come l’ennesima particella di pulviscolo. Eppure era pesantissima, tanto pesante da non potersi muovere. Un formicolio le si insinuò nel bacino, e da lì nelle cosce e nel busto, fino alle mani e al mento. Puntò il piede contro una sedia, lasciando la pantofola a terra. Stava per spingere avanti con tutta la sua forza ma si trattenne. Allora dovette scaraventarla fuori con un urlo, fino a strusciarsi la gola col palato. Subito dopo si ascoltò e si fece pena. Pianse senza far rumore, lacrime acide le corrosero il volto. Si alzò lenta e prese la scopa nell’angolo. Raccolse le schegge di ceramica che erano finite lontano, vicino alla credenza, e le versò nella pattumiera. Chiuse il sacchetto della spazzatura, che non si strappò, e lo lanciò nel corridoio fracassandone ulteriormente il contenuto. Poi corse via, trascinandosi dietro le pantofole, più sgraziata che poteva. Si piazzò davanti allo specchio e osservò il volto gonfio e i capelli crespi e ammassati come il nido abbandonato di un uccello. Ci infilò le dita dentro e li arruffò più che poteva, fino a farli impazzire. Arricciò la bocca e tirò in fuori il mento, corrugò la fronte fino a sentire la pelle strapparsi. Guardò il suo volto manipolarsi come mosso da fili invisibili. Cercò il peggio di sé.

Fece scivolare giù le spalline e lasciò che la camicia da notte cadesse fino a diventare un mucchietto sul pavimento. Osservò i seni cadenti come due sacchetti vuoti, curvò le spalle per farli rientrare nel busto e penzolare ancora di più. Piegò il bacino in avanti, e lasciò che la pancia molle strabordasse fuori, senza censure. Annegò gli occhi in quell’ondeggiamento di pelle e grasso. Poi, quando la pancia sporgeva al massimo, la tolse e la ripose sulla mensola. Sfilò via la pelle flaccida che le avvolgeva le gambe, tirandola dalla prominenza laterale che le increspava il profilo, e si lasciò addosso solo il corpo che quell’involucro nascondeva. Con voracità sfilò i seni verso il basso, li accartocciò nei pugni chiusi e lanciò il malloppo rugoso nel cestino sotto il lavandino. Poi prese gli zigomi tra i polpastrelli, e tutto il volto venne via nelle sue dita, lasciando fuori una superficie compatta e omogenea in cui niente eccedeva e niente mancava. Gli occhi asciutti vi spiccavano nel mezzo, spalancati sopra gli zigomi, avidi della luce che entrava dalla finestra e che veniva riflessa dallo specchio. Finalmente l’aveva fatto. L’aveva sempre sognato, poi al momento giusto non c’era voluto molto. Adesso, senza niente di troppo, essere se stessa era facile, ovvio. Respirò a fondo, l’aria entrava liscia nei polmoni e raggiungeva veloce ogni anfratto del suo corpo. Guardò l’ora.

Infilò gli abiti che stavano appesi accanto alla doccia, le membra davano forma ai tessuti come fossero liquidi. L’aria in cui si muoveva non opponeva resistenza, ci scivolava dentro. Infilò i sandali e corse via per il corridoio. Si tirò su i capelli e li fermò col bastoncino che usava per i dolci. Ciuffi di polline bianco venivano su dalla strada sospinti dal vento al di là dei vetri. Strinse la cinta dell’abito intorno alla vita e si lisciò più volte i fianchi. La porta della cucina era davanti a lei, l’intonaco dell’infisso andava riverniciato, pensò. Entrò sospirando come chi è consapevole di avere molto lavoro da fare. Davanti a lei una gran quantità di oggetti da ordinare, superfici da pulire, pezzi da sostituire. Ci sarebbero voluti un paio di giorni. Osservò la zona polverosa sotto la parete scrostata. Chissà se avrebbe trovato delle piastrelle identiche per sostituire quelle che erano crollate. I resti sul pavimento giacevano immutati da giorni, forse mesi. A guardarli così, i pezzi delle piastrelle infrante formavano un motivo che ricordava un albero. Una quercia forse. L’aria della stanza era polverosa, aprì la finestra.

Un filo di vento fece ondeggiare un sacchetto di carta. Qualcuno urlò per la strada, qualcun altro rispose, una macchina passò e in lontananza una moto si fermò. Capì che la giornata era ancora lunga, ma che a un certo punto sarebbe finita. Le gambe le chiedevano di camminare. Allora raggiunse la porta d’ingresso, e andò via.

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