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La fiction: “Le cose che restano”. Romanzo popolare dell’Italia di oggi

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Ci sono cose che volano -uccelli, ore, calabroni – ma di loro non mi importa. Poi ci sono le cose che restano:dolore, colline, eternità.

Ci sono cose che volano -uccelli, ore, calabroni- ma di loro non mi importa. Poi ci sono le cose che restano: dolore, colline, eternità.

È questa poesia di Emily Dickinson, letta nell’ultima puntata, ad aver dato il titolo alla fiction “Le cose che restano”, quattro puntate dirette da Gian Luca Tavarelli in onda da lunedì 13 dicembre su Rai Uno.

 

La fiction, presentata in anteprima al Festival del Cinema di Roma, rappresenta una sorta di seguito ideale de “La meglio gioventù” e si colloca come la terza tappa di una trilogia televisiva, iniziata nel ’99 con “La vita che verrà”, in cui si raccontava il dopoguerra, proseguita con “La meglio gioventù”, sul passato recente del nostro Paese, e che riannoda in questa serie i legami del presente e della nostra società dell’incertezza e della liquidità.

 

Nella fiction, scritta da Sandro Petraglia e Stefano Rulli e prodotta da Angelo Barbagallo,  emerge una intensa e drammatica riflessione sulla famiglia e sulla modernità, e su come determinate scelte cambino il significato stesso di famiglia. Si narra della disgregazione e divisione di una famiglia, la Giordani, di una casa che si svuota, a seguito di un evento doloroso: la morte di un figlio. È la storia di come, a poco a poco, la famiglia e la casa ritrovano vita e significato, lasciandosi abitare – e contaminare – da nuove vite. I personaggi di questa storia si chiamano Nora, Andrea, Michel, Nino. Andrea (Claudio Santamaria), lavora al ministero degli Esteri e si occupa di immigrazione. È un tipo energico e sorridente. Rassicurante e solido. Perfetto capofamiglia. Michel (Thierry Novac), francese, ma vive in Italia dove fa il funzionario di banca. È un tipo gentile e fragile. Tanto fragile da richiedere le cure di Nora, psicoanalista e sorella di Andrea. Nino, appena laureato in architettura, sceglie una vita più complicata e disagiata di quella che gli potrebbe offrire la sua famiglia, non ha paura di confrontarsi con una donna arrivata clandestinamente in Italia, e scopre il mondo, spesso drammatico, degli immigrati che popolano le nostre città.

 

Figure fragili, sensibili, desiderose di futuro, che reagiscono con fatica e coraggio al disorientamento che li colpisce, cercando – fuori e oltre la famiglia – altri mondi, diversi amori, altre spinte a vivere.

 

“Questi ragazzi che girano per le strade, che studiano, che iniziano faticosamente a lavorare, hanno tantissimi problemi, sociali, economici, il precariato, l’identità, gli amori, ma hanno intorno un mondo che sembra fatto apposta per farli stare buoni, per indurli a essere tranquilli, a rientrare nell’ordine. Noi abbiamo scelto come protagonista della nostra storia uno che sbaglia e non sta affatto tranquillo” ha raccontato Petraglia.

 

Trentenni che si confrontano appunto con la precarietà. Delle relazioni. Del lavoro. Dei sentimenti. Della politica. E della famiglia.

 

“La famiglia è al centro dell’immaginario degli italiani, al centro dell’identità sociale” come ha dichiarato Stefano Rulli. Ma oggi la famiglia è fluida, in movimento, esplode, si allarga, arrivano persone dall’esterno che ci contaminano, talvolta ci complicano la vita, altre volte ce la arricchiscono.

 

E a tenere le fila di una famiglia che si sfalda ci sono proprio Andrea e Micheal, gay senza vezzi, convinti che i sentimenti richiedano anche responsabilità verso l’altro. Uomini d’altri tempi, si direbbe. Se non fossero “diversi” ci sembrerebbero poco credibili. Perché il paradosso è proprio lì. Dopo anni di fiction che hanno ridicolizzato e macchiettizzato l’omosessualità, questa narrazione offre l’immagine di gay inseriti nella società e non costretti dagli sceneggiatori a fare per forza lavori creativi, bizzarri o eccessivi. Ammirabile il tentativo di andar oltre i classici stereotipi gay. E di riconoscere le nuove forme di convivenza che attraversano anche questo nostro Paese e che la fiction, in particolare, legittima e racconta nella loro quotidianità e straordinaria normalità. Una televisione molto più moderna e veloce delle istituzioni nel raccontare e riconoscere le nuove coppie e a promuovere l’integrazione e l’armonia. Le stesse istituzioni governative che, in un paese moderno e civile, dovrebbero anticipare le riforme e, in tal caso, rispondere a quel bisogno di riconoscimento e di legalità proveniente da più voci della società.

 

In questo caso ci troviamo di fronte (finalmente) al significato più elevato del termine fiction. Alla sua missione civile, potremmo dire. Ossia quella di raccontare storie che si intrecciano a disegnare un panorama comune, collettivo, che ambisce a farsi quadro nazionale.

 

Le cose che restano sono l’amore e il darsi, non importa se in mezzo a una bufera che sta precarizzando ogni tradizionale e classica regola e riferimento.

 

Una storia che, in definitiva, come il bardo tradizionale, cerca di raccontare chi siamo, cosa siamo diventati, e cosa non vogliamo più essere. E così questa famiglia, che confusamente resiste e faticosamente si ricompone, si fa simbolo di un intero Paese alla ricerca di una nuova identità e della propria coscienza.

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