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Le mosche vivono poco

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Se l’avessi anche solo sfiorata, in quell’istante, si sarebbe liquefatta. Avrei sentito la sua carne passare fra le mie dita come latte tiepido. Il suo odore, dopo aver fatto l’amore, era intenso.

Se l’avessi anche solo sfiorata, in quell’istante, si sarebbe liquefatta. Avrei sentito la sua carne passare fra le mie dita come latte tiepido. Il suo odore, dopo aver fatto l’amore, era intenso. Lo avevo riconosciuto, ma così schiacciante non lo avevo sentito mai. Entrava dalle narici, passava per la gola, ne percepivo il sapore scivolare verso i polmoni, lì si bloccava a togliermi l’aria. Notai allo specchio dei segni rigonfi e rossi lungo schiena. Mi facevano male, ma ne ero orgoglioso. Vedevo il piacere nel lucido dei suoi occhi mentre fissava il soffitto. Se ne stava sdraiata, con le braccia a ics dietro la testa e le gambe poggiate al muro. Potevamo vedere i nostri visi nonostante le sue cosce infinite. Alzò il sopracciglio sinistro, buttò il fumo dello spinello dritto sopra la sua fronte. Tre pieghe fra le costole e l’anca, si torse avvicinandosi, non feci niente. In un attimo era seduta su di me. Mi sfiorò il naso, un secondo dopo mi morse portandosi via un pezzettino di pelle del labbro superiore. L’attimo seguente avevo la sua lingua in bocca e la saliva si mescolava al sapore del sangue. Mi stringeva la testa fra le mani, non respiravo, non sentivo, avevo gli occhi chiusi. Ancorò le sue gambe alle mie finché il pulsare divenne all’unisono. Poi lo stomaco mi si contorse dalla fame, mi drizzai e scesi dal letto. Preparai due tazze di caffè. Mi accorsi che c’era ben poco di commestibile oltre lo zucchero e mentre ragionavo su come potermi nutrire mi voltai. L’avevo sentita, vicino al collo. Mi girai e non c’era. Lo stomaco si lamentò. Eppure ero sicuro. Lo spostamento d’aria, era lei. Chinai la testa pensando che ero alle solite, la fame aveva ingurgitato la definizione ai sensi. Capii che era inutile continuare a farmi domande, così con i manici delle tazze incastrati nella mano destra mi feci trasportare dal caffè fumoso fino in camera. La cercai fra le lenzuola senza trovarne traccia. All’angolo del letto la trapunta ammucchiata, la sollevai convinto sempre più che non ci fosse, che mi avesse seguito fino in cucina. Continuavo a sentire il suo respiro da qualche parte vicino a me. Fu allora che sollevai la testa, e la trovai. Era in piedi, dove la linea del mio sguardo andava a morire, poggiata alla finestra, luminosa. Scattò il collo, m’incenerì, riaccendendomi l’attimo seguente con un sorriso. Svanì per un istante e poi di nuovo a pochi millimetri dal mio petto, vibravo ogni volta che il suo sterno toccava il mio respirando. Slegò una tazza dalle mie dita. La ritrovai raggomitolata sulla poltroncina bianca, con gli occhi fermi sui miei avvolta da sfumature color Sahara. Avevo le vertigini. Si era avviluppata alla poltroncina con lo sguardo chiuso al fondo del caffè. Bevvi d’un sorso, mi sdraiai a terra e iniziai a fare le flessioni. Tre serie da venticinque. Sessanta secondi di riposo, un po’ di stretching. Sentii un ronzio, infastidito continuai ad allungare i muscoli ma l’insetto peloso si posò sulla mano, poi sul braccio, poi di nuovo sulla mano. Allora lo scacciai ma lo ritrovai sulla caviglia. Tirai su il petto e borbottando qualcosa mi diressi in bagno ma lei mi bloccò. Distese il braccio col pugno chiuso. Sbuffai, lei sorrise e guardandomi da sotto snocciolò le dita: Zzuff. Un piombino nero con due ali rattrappite si fiondò a terra, morto. La osservai perplesso. Era sempre stata una donna pacata. Quella prontezza di riflessi mi stupì, come tutto il resto dopotutto. Fece un ghigno soddisfatto e non potei che ringraziarla per aver ucciso l’insetto. Ripresi i miei passi verso il bagno, senza farmi notare continuai a scrutare i suoi movimenti. Ma durante quei tre passi tra la porta della camera da letto e il bagno accadde qualcosa di strano, la mia testa si infestò di pensieri. Sentivo il sibilo di quell’insetto ormai morto invadere il cervello. Per la prima volta nella mia vita provai imbarazzo, verso me stesso. All’improvviso sentii un dolore acuto nel bel mezzo della fronte. Era lo spigolo dell’anta. Avevo il vizio incurabile di lasciarla socchiusa e a volte bastava un leggero movimento d’aria per farla spalancare. Mi colpì in pieno. Imprecai. Poggiai la mano sul punto dolente, bruciava, sentivo il pezzetto di carne aperta aderire al palmo. Non ricordavo neanche più dove avevo i cerotti e con una mano sul taglio e l’altra a fare spazio nell’aria iniziai la ricerca ma non servì. Ancora quel profumo, quel calore e le sue labbra a succhiare il sangue dalla ferita. Con la lingua seguì la linea del taglio come a volerlo chiudere e ancora una volta, immobilizzandomi, iniziò il rito del bacio. Scollò le labbra dalle mie. Ripercorse con la lingua la cicatrice non più sanguinante. Le sue pupille immobili, come due infiniti buchi neri mi traforarono il volto. Cercai di ingoiare. Mi sentivo strano, mi sembrava di essere un oggetto di cute umana ripieno d’ovatta. Anche la saliva era intorpidita dallo stridulo di quel materiale soffice e vischioso. Sentii le sue lunghe dita afferrare a ventosa le scapole, la sua gamba destra si arrotolò alla mia sinistra come un ramo di gomma, il suo corpo freddo aderiva tanto da non lasciarmi lo spazio per respirare. D’un tratto il nero. Oscurità. Ricordo solo un forte bruciore. Un gettito simile a un gas bollente partì dall’orecchio sinistro, scese verso il collo facendo rigonfiare la vena, passò per il cuore che si ingrossò quasi a esplodere. Pensai di essere all’inferno. Le costole trafiggevano i polmoni, non c’era aria, spalancai la bocca ma non arrivava nulla. Crollai a terra travolto allo stomaco da un tonfo ustionante, le gambe erano fuscelli inutili. L’atroce sofferenza mi aveva ucciso. Sarebbe stato meglio morire, pensai quando riaprii gli occhi. Vedevo tutto a cubi, nero. Come se avessi una rete metallica incollata ai bulbi degli occhi. Non avevo più gambe, né piedi, né mani, né braccia. Mi girai, rivoltai, saltai, cercai di alzarmi ma su due gambe non riuscivo a stare. Qualcosa tirava dalle spalle sollevandomi. Mi ritrovai per aria e allora preso dal panico iniziai a sbattere ovunque e sentivo ancora e ancora quel rumore sgradevole, ossessionante, quel sibilo che faceva quella maledetta mosca che lei aveva ucciso. Caddi ancora sul marmo del bagno. Mi ero scontrato con lo specchio. Mi voltai e spiaccicato al vetro assistetti all’avvicinarsi di lei. Sentivo il rumore dei suoi polpastrelli attaccarsi e staccarsi. Proseguiva a ritmo costante finché non terminò, a poca distanza da me. Provai a parlare ma mi sembrò di avere in bocca una trombetta di quelle di carta che si usano alle feste. I suoi occhi erano enormi, uno guardava in alto, l’altro di lato. Con regolarità invertivano scenario. Poi si fermarono. Sono morto, volevo essere morto. Non lo ero. Ero una schifosissima mosca e lei un meraviglioso geco. Mi persi qualche secondo nei suoi colori sabbia, rubino e oro ma fu un attimo, la sua lingua mi si lanciò addosso a elastico, azionai le piccole ali e decollai. A fatica riuscii a passare attraverso la fessura tra la plafoniera e il soffitto.

Riesco a scorgere l’abbaino, immagino dall’opaco del vetro i colori di un tramonto.
Lei è lì sotto, la sua sagoma è sbiadita ma i suoi occhi sono ovunque.
Si è anche arrampicata una volta, ma non è riuscita a tirarmi fuori di qui. Aspetta che esca, prima o poi, preso dalla fame. Non vede l’ora di ingoiarmi.
Tra qualche giorno morirò, non riesco più a uscire da qui e le mosche vivono poco.

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