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Nocciolo

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Noi a scuola la chiamavamo Nocciolo perché aveva sul collo rinseccolito una disgustosa sporgenza delle dimensioni di una grossa noce, leggermente allungata verso l’alto e verso il basso.

Noi a scuola la chiamavamo Nocciolo perché aveva sul collo rinseccolito una disgustosa sporgenza delle dimensioni di una grossa noce, leggermente allungata verso l’alto e verso il basso. Il nocciolo sobbalzava su e giù tutte le volte che lei parlava e soprattutto quando si innervosiva, sembrava cambiare colore, pareva assumere delle sfumature rossastre o addirittura violacee. In quei momenti diventava ancora più grosso, come se stesse per esplodere o per staccarsi e colpirti in un occhio come un pugno. Allora non riuscivi a concentrarti su niente altro che non fosse quello, non riuscivi proprio a staccare gli occhi, anche se a casa ti avevano ripetuto più volte che non si devono mai fissare i difetti fisici delle persone, anzi casomai bisogna fare finta di ignorarli, ma con Nocciolo ti era davvero impossibile.

Nocciolo aveva anche gli occhi sporgenti, con le palpebre retratte, come una gallina, e una voce stridula che usciva da due labbra sottili appena accennate da cui si intravedevano gli incisivi storti e giallastri. Insomma di difetti fisici da evitare di guardare ce n’erano a bizzeffe e la cosa più logica sarebbe stato concentrarsi sui logaritmi e sulle equazioni scritte sulla lavagna, tanto più che ci si faceva dei culi pazzeschi con quella matematica, e minacciava di bocciare tutta la classe; ma te niente, ogni volta che ti interrogava eri attratta da quella noce sul collo e non capivi più niente.

Succedeva anche durante i compiti scritti: iniziavi a risolvere l’equazione, ti sembrava di saperla fare, ma poi venivi distratta da quella palla disgustosa. Quanto tornavi con gli occhi sul foglio ti eri dimenticata di tutto e ti toccava ricominciare daccapo. Era per questo che avevi tre a matematica e tutti gli anni andavi a settembre. I tuoi non si davano pace, spendevano un sacco di soldi nelle ripetizioni e a casa i compiti ti riuscivano bene. Ma in classe, con Nocciolo presente, buio totale. E non potevi mica dirglielo che la colpa era tutta di quella cosa lì, perché ti avrebbero presa per pazza e portata dallo psicologo.

A volte te lo sognavi anche di notte: dopo che avevi passato una bella serata in pizzeria con le amiche della pallavolo ti svegliavi all’improvviso alle tre di notte tutta sudata. Nell’incubo era il nocciolo che ti interrogava, la voce usciva da lì dentro e se non conoscevi le risposte giuste ti prendeva un groppo in gola, e pensavi “Oddio ora sta crescendo qualcosa di simile anche a me” e ti sentivi chiudere il collo. Dopo era difficilissimo riaddormentarsi, tanto più che i tuoi litigavano a voce alta nella camera accanto come quasi ogni sabato e la domenica mattina si parlavano appena.

E poi ci fu il compito scritto dell’ultimo quadrimestre dell’ultimo anno, quello da cui dipendeva il giudizio di ammissione all’esame finale. Te andavi discretamente in tutte le materie tranne che in matematica ed era proprio un peccato. Quella mattina ti eri svegliata di buon umore e le cose sembravano andare per il verso giusto perché finalmente riuscivi a concentrarti solo sul foglio protocollo a quadretti davanti a te come se quella benedetta palla sul collo della professoressa non ci fosse mai stata. Tornasti a casa tutta contenta, come se tu avessi già conseguito il diploma di terza media con un bel sette. “Oggi penso di essere andata bene a matematica, le domande era proprio quelle dell’ultima ripetizione” commentasti a tavola con i tuoi. Anche loro ti sembrarono diversi quel giorno, come se non avessero più litigato da anni. Ma quando Nocciolo riportò i compiti corretti, ci rimanesti proprio male: ti aveva dato tre, come tutte le altre volte, anche se le soluzioni delle equazioni erano tutte giuste tranne una che lei aveva sottolineato con la penna rossa, manco blu.

La fermasti nel corridoio con il cuore che ti batteva forte sforzandoti di non guardarla sul nocciolo. “Scusi prof. ma io il compito l’ho fatto bene. Come mai ho preso tre?” “Perché te Guasconi di matematica non ci capisci e non ci capirai mai niente, sei proprio negata, per dirla con un eufemismo. E quel compito lo hai sicuramente copiato”.

“Professoressa, ma io la matematica la studio, prendo ripetizioni, a casa faccio bene tutti i compiti” urlai piangendo “è che in classe mi distrae questa palla schifosa che lei ha sul collo. Mi fa talmente schifo che non riesco a concentrarmi, pensi che la sogno anche di notte.”

Lei ti incenerì con gli occhi ma non disse una sola parola e proseguì per la sua strada.

L’esame finale lo passasti solo con sei nonostante tu avessi fatto bene lo scritto di italiano e di inglese; fu tutta colpa del cattivo giudizio di quel nocciolo gracchiante oltre al fatto che avevi consegnato quasi in bianco il compito di matematica.

Ora sono passati tanti anni, Nocciolo è morta poco dopo che avevi finito le medie perché quella massa ripugnante era un brutto cancro, e i tuoi nel frattempo si sono separati. Ora le equazioni e i logaritmi sono lontani, ora te fai il chirurgo e operi al collo.

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