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Italo Moscati: “Dietro Federico Fellini c’è molto della realtà con cui oggi ci misuriamo”

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L’atmosfera dell’attesa è quella del grande evento, della grande festa. Tra le voci bisbigliate c’è un senso di curiosità e di sapere noto.  Pièce della serata sarà Via Veneto, Federico Fellini e "La dolce vita". Così dice una locandina.

L’atmosfera dell’attesa è quella del grande evento, della grande festa. Tra le voci bisbigliate c’è un senso di curiosità e di sapere noto.  Pièce della serata sarà Via Veneto, Federico Fellini e “La dolce vita”. Così dice una locandina. L’attesa è nota e il senso è giusto. E così dirà a breve il film-documentario di Italo Moscati, critico e storico del cinema: “Via Veneto Set: la strada, il cinema, la vita” (Italia, 85′, produzione RaiSatCinema, Istituto Luce, RaiTeche), ospite alla Casa del Cinema. Da una strada  divenuta  simbolo per il cinema e la città di Roma, a un personaggio dalla storia lunga e dal possente respiro, fino ad arrivare a quell’opera tanto amata, tanto splendida e tanto coraggiosa che diventerà anche testimonianza tragica delle “crepe morali” e del “vuoto della società” di quegli anni.

Nel 2010 Federico Fellini avrebbe festeggiato novanta anni. Cinquanta, invece, li ha solennizzati La dolce vita. E Via Veneto era già “nata” nel 1946 quando le immagini del film Sciuscià di Vittorio De Sica immortalano quei tre bambini che lustrano le scarpe ai viandanti in una giornata di sole.

Gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso servono a svestire la via più famosa di Roma della sua aria sonnacchiosa, da dopoguerra, immobile e pensierosa e a rivestirla di luci e ombre per i divi hollywoodiani, per le loro vicissitudini artistiche e amorose e per i “paparazzi” che impareranno presto ad andare a caccia di gossip. Diventeranno parte integrante e integrata della strada.

Una voce, quella di Francesco Pannofino, che racconta di una città, Roma, “che sogna di vedere i sogni”. E di una  “strada lunga 300 metri che incomincia a scavare solchi e agita gli animi”, laddove a partire dal 1800 verranno costruiti i primi lussuosi alberghi, meta dei divi di Hollywood, belli ed eleganti, tra cui si rifileranno volti meno noti, ma belli a loro modo.

Una carovana di personaggi in cerca di un costume che diventeranno più o meno famosi. Come Sofia Loren, al tempo ancora Sofia Scicalone, che viene scritturata nel 1951 per Quo Vadis?. Il colossal dei colossal. Dopo è la volta di Ben Hur. I colossal costano poco alla produzione e rendono molto in termini di pubblico che li segue. I divi arrivano da Hollywood e le comparse dalle borgate romane. Le masse vanno. Ci sono briciole per tutti.

Ma Via Veneto è anche Pier Paolo Pisolini, Kirk Douglas, Gloria Swanson, Richard Burtun e Liz Taylor. Diventa  l’emblema di tanti altri volti famosi. E poi arriva Dino Risi con il suo Poveri ma belli e con Marisa Allasio, Maurizio Arena e Renato Salvatori. Loro piacciono molto tanto da essere capaci “di far intendere che i poveri più sono poveri e più sono belli”. “Via Veneto è una pista di aeroporto, una porta aperta ma è anche una calamita”. Nel 1958, l’anno del boom economico, l’anno dell’euforia è lì, ferma ad “attendere la luna di miele di coppie che fanno sognare. Storie d’amore eccellenti. Gilda, l’ex moglie di Orson Welles, Rita Hayworth, sposa Ali Khan, il principe arabo”.

E ancora, luci e ombre che si accendono e si spengono nella stessa strada e con la stessa velocità. E poi ci sono i cinegiornali, i rotocalchi e gli spogliarelli. Mancano solo due anni e Via Veneto diventerà sinonimo de “La dolce vita” e darà fama mondiale a Federico Fellini che nel frattempo annota tutto sul suo taccuino. Anita Ekberg e Marcello Mastroianni ne saranno i divi.  I fotografi sono in agguato e “gli scatti si caricano di veleno. Il gioco delle immagini rubate e dei volti colpiti si fa sempre più aggressivo”.

A far compagnia al film che scorre veloce tra le pieghe della ricchezza dei documenti si affaccia un libro: “Fellini & Fellini. Da Rimini a Roma, inquilino a Cinecittà” (Ed. EDIESSE, Collana Arte e Lavoro, 2010), dello stesso autore, Italo Moscati. Una biografia, un susseguirsi di suggestioni, quasi un altro film, dove privato e pubblico si intrecciano scrupolosamente. E non può mancare il confronto tra Roberto Rossellini e Federico Fellini. L’uno, il grande maestro, inventore del neorealismo e l’altro, l’allievo.

La macchina da presa di Roberto Rossellini cattura  per  strada  l’Italia piena di macerie, di  sciuscià, la stessa di Vittorio De Sica; mentre Federico Fellini è andato di rincalzo e ha inventato un’altra Italia. L’Italia  del miracolo economico. Ha fatto vedere quello che era il paese, quello che stava diventando e in che cosa speravano gli italiani. “La melodia di un paese, di un popolo che in qualche modo è stato scompigliato in varie maniere e che non ha ancora trovato una sua dimensione. Dietro Federico Fellini c’è molto della realtà con cui oggi ci misuriamo” (Italo Moscati).

La strada non è più la stessa dei ragazzi di Sciuscià e oggi, Via Veneto, è ancora lì che aspetta. Chi? Che cosa?

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