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Giardini d’acque

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Bambini che giocano con l’acqua. Basta guardarli per capire quanto ancestrale e intima sia l’affinità dell’uomo con l’acqua.

Bambini che giocano con l’acqua. Basta guardarli per capire quanto ancestrale e intima sia l’affinità dell’uomo con l’acqua.

La stessa idea di giardino è indissolubilmente connessa all’acqua, e il ‘paradiso’ – legato al giardino da una comune etimologia – è raffigurato come un luogo attraente e riposante, con l’acqua (fons vitae) al suo centro [V. su “O”: Metafore vegetali
 del 21.12.08].

L’acqua è, insieme alle piante, la principale componente dei giardini, con qualche eccezione (v. in seguito).

Di giardini e di acque, un binomio indissolubile di connessioni simboliche, funzionali ed estetiche, tratta un bel volume di qualche anno fa…

l Giardino e l’acqua. Copertina di un libro monografico sull’argomento (a cura di Paola Maresca – Pontecorboli Editore, Firenze; 2006)

I più famosi giardini dell’antichità sono sicuramente i giardini di Babilonia, annoverati tra le sette meraviglie del mondo antico. Benché di essi non siano rimaste tracce, notizie piuttosto attendibili dei cronisti dell’epoca ci hanno tramandato le loro caratteristiche; a buona ragione essi erano considerati ‘un paradiso terrestre’, in quanto edificati in una regione desertica, tormentata da una cronica mancanza d’acqua.

Situati nell’antica città di Babilonia vicino all’odierna Baghdad (Iraq), i giardini pensili di Babilonia furono costruiti intorno al 590 a. C. dal re Nabucodonosor II (anche se la tradizione attribuisce la loro costruzione alla regina assira Semiramide). I giardini sfruttavano l’acqua del vicino fiume Eufrate trasferita attraverso condotte sotterranee e poi raccolta in due grandi bacini alla base della struttura; di qui veniva poi sollevata ai piani superiori con secchi di legno, mediante un rudimentale sistema idraulico a ruota azionato dal lavoro degli schiavi. Ulteriori bacini e sistemi elevatori portavano l’acqua, di livello in livello, ad una cisterna situata al piano più alto della costruzione, da cui veniva poi distribuita per caduta, per irrigare o anche solo per scopi ornamentali.

I giardini a terrazze di Babilonia: il primo giardino botanico dell’umanità. Raccoglieva in un progetto organico – in un mondo ancora dominato dall’agricoltura di sopravvivenza – piante originarie di climi diversi, scelta per la ‘bellezza’ e non solo per l’utilità

Nel corso dei secoli i rapporti dell’acqua con le strutture architettoniche e con le piante evolvono e si arricchiscono; il giardino diventa – di volta in volta o allo stesso tempo – luogo dell’anima, percorso iniziatico, spazio di meditazione e di rappresentanza, simbolo di stato sociale e ostentazione di ricchezza. La fruizione del giardino come parco pubblico è comparsa in tempi relativamente recenti, nella storia dell’umanità.

 

 

Dall’antichità romana ci giunge forse il primo esempio di ‘giardino narrativo’, schema poi divenuto comune dal sei-settecento in poi, dove i diversi ambienti riproducono le atmosfere di luoghi lontani, sempre legati dal filo conduttore dell’acqua. Costruita a partire dal 117 d.C. dall’imperatore Adriano, la Villa Adriana a Tivoli è la più importante e complessa ‘villa’ rimasta dall’antichità romana. In essa l’imperatore (76 – 138 d. C.) evoca e ricrea i luoghi della sua vita e i suoi viaggi…

 

“Avevo dotato ciascuno di quegli edifici di nomi evocanti la Grecia: il Pecile, l’Accademia, il Pritaneo. Sapevo bene che quella valle angusta, disseminata d’olivi non era il Tempe, ma ero giunto in quell’età in cui non v’è una bella località che non ce ne ricordi un’altra…”

[Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi, 1988]

Il Canopo, nella Villa di Adriano a Tivoli, riprodurrebbe il paesaggio di un canale visitato dall’imperatore in Egitto
Il Teatro Marittimo, a Villa Adriana. Forse il giardino segreto, riservato ai momenti privati dell’imperatore e dei suoi intimi

Facciamo un salto di secoli e ci ritroviamo, nei pressi degli stessi luoghi – Tivoli, l’antica Tibur – benedetti dall’abbondanza di acqua, a visitare Villa d’Este.

È certo che l’acqua rappresenta il fulcro dei giardini barocchi; e sono per la gran parte nei dintorni di Roma, i giardini più sontuosi di quel periodo – fortunosamente risparmiati dal tempo e dalle umane vicende – che ancora oggi si possono ammirare.

 

Villa d’Este è una realizzazione degli anni tra il 1550 e il 1572, dell’architetto Pirro Lagorio, anche noto per aver completato la Basilica di San Pietro in Roma dopo Michelangelo. Il committente è il cardinal Ippolito D’Este, della ricca famiglia d’Este, con l’avallo del papa Giulio III, alla cui nomina il cardinale aveva fortemente contribuito. Malgrado la ricchezza d’acque della zona, fu necessario costruire imponenti cunicoli che deviavano l’acqua del fiume Aniene, per garantire un sufficiente apporto d’acqua alle strutture che si andavano ad edificare. Per i materiali furono parzialmente impiegati i marmi del mausoleo di Cecilia Metella sulla via Appia antica; il permesso, ottenuto dal Senato di Roma, venne successivamente revocato, ma fu asportato tutto il rivestimento della fascia inferiore del monumento, che fu lasciato come oggi si presenta.

Tivoli, Villa d’Este. Fontana di Roma o ‘della Rometta’. La barca al centro rappresenta l’isola tiberina

Simboleggia le bellezze artistiche di Roma contrapposte alle bellezze naturali di Tivoli – anticamente rivali – presentate nella fontana dell’Ovato. Nella foto notturna sono visibili le miniature di famosi monumenti della romanità (a sin., guardando il complesso), in parte andate perdute nelle diverse sistemazione della fontana, nei secoli.

Tivoli, Villa d’Este. La Fontana dell’Ovato in visione diurna e notturna. Simbolicamente raffigura la cascata di Tivoli, come le rocce situate nella parte alta della fontana rappresentano i Monti Tiburtini e la figura centrale la sibilla Albunea
Tivoli, Villa d’Este: il viale delle cento fontane

Le fontane sono disposte lungo un viale che unisce la Fontana di Roma (o Rometta), alla Fontana di Tivoli (o dell’Ovato).  Il complesso è strutturato su tre piani in cui scorrono simbolicamente le acque di tre ‘fiumi’, Albuneo, Aniene e Ercolaneo, gli stessi che fluiscono dalle rocce del piano superiore della fontana dell’Ovato e poi convergono nella fontana ‘della Rometta’ simboleggiante il Tevere.

 

Appartengono allo stesso periodo storico e alla stessa temperie culturale e religiosa di Villa d’Este a Tivoli, anche Villa Lante di Bagnaia, il palazzo Farnese di Caprarola e ‘il giardino dei mostri’ di Bomarzo, del principe Vicino Orsini [per il giardino di Bomarzo, v. su “O”: Giardini di mostri. Una guida per riconoscere i propri Mostri 
del 25.10.09].

 

La Villa Lante a Bagnaia –  più propriamente Villa Gambara-Montalto-Lante – ha mantenuto il nome dall’ultimo proprietario, ma era stata acquisita in origine, e fortemente voluta, dal cardinale Giovanni Francesco Gambara (1533-1587), Grande Inquisitore della Chiesa di Roma, coevo e discepolo del Cardinale (poi santo) Carlo Borromeo.

Il cardinale concepì la villa come un manifesto che illustrasse la Chiesa militante sorta dal Concilio di Trento; un vero e proprio percorso di salvazione, costellato di simboli, di cui l’acqua è un elemento fondamentale.

Il progetto fu affidato all’architetto Jacopo Barozzi da Vignola (detto ‘Il Vignola) e iniziato nel 1568.

Il Vignola era anche stato il progettista della villa Farnese a Caprarola (con la collaborazione, per il giardino, di Jacopo Del Duca), ma le realizzazioni sono molto diverse nella sostanza, pur con elementi di richiamo tra loro.

Coerentemente, alla morte del Gambara la villa passa all’Arcivescavato e al successore, il cardinal Alessandro Peretti Montalto, che ingrandisce e completa la costruzione, fedele agli intendimenti del primo ideatore. Solo dopo successivi passaggi, nel 1656, la villa è alienata alle proprietà della Chiesa e concessa da papa Alessandro VII al duca Ippolito Lante, ad indennizzo della perdita di sue proprietà al Gianicolo, interessate dalle nuove mura e fortificazioni del Vaticano. Di qui Villa Lante.

Villa Lante a Bagnaia. Una monografia sul campo, circostanziata da documenti storici e dall’epistolario dei principali artefici della villa
Villa Lante a Bagnaia. Il giardino anteriore della villa

È prospiciente alle due costruzioni principali – il Casino Gambara e il Casino Montalto – alle cui spalle è situato il percorso d’acqua.

La pianta del giardino principale, a quadrati suddivisi, riprende la simbologia della graticola – più volte proposta incisa nella pietra (v. avanti) – strumento del martirio di S. Lorenzo, cui il cardinal Gambara era particolarmente devoto.

Villa Lante a Bagnaia. La fontana del Diluvio

Le acque della villa generano in alto, dalla fontana cosiddetta ‘del Diluvio’; di qui, di fontana in fontana, attraverso la catena d’acqua e altre invenzioni, giungerà al parterre situato a valle. Acqua che viene dall’alto, che in una figurazione ricorrente del mondo cattolico, simboleggia lo Spirito Santo.

Villa Lante a Bagnaia. La Fontana dei Giganti.

Nei particolari in alto le immagini della graticola e del gambero (emblema del cardinal Gambara): al centro della fontana, l’acqua scorre tre le opposte zampe di un granchio-gambero. Il nome deriva alla fontana dalla presenza di due grandi statue in peperino che raffigurano i fiumi Tevere e Arno. Simboleggiano l’amicizia tra Roma, ovvero tra il papato e Firenze: il casato dei Medici.

Le ‘catene d’acqua’ sono ricorrenti nei giardini barocchi dello stesso periodo. Le si ritrova, di varie forme e in diversi contesti, in numerose ville: ci sono citazioni e rimandi tra i vari giardini, come sappiamo accadere tra le opere letterarie. Al tempo, erano le ville e i giardini i modi di espressione dei pochi che potevano esibire le proprie ricchezze e degli artisti alle loro dipendenze.

Giardino del palazzo Farnese di Caprarola. Nel particolare, la catena d’acqua, così simile a quella di Bagnaia

La somma e la sintesi di tutti i giardini sopra presentati, di qualche secolo  antecedenti, si ritrova nei giardini di Versailles, iniziati a partire dal 1660. ll grandioso capriccio di un re, che portò la reggia di Versailles a diventare nel 1682 la sede del regno di Francia, in sostituzione di Parigi.

Le enormi e zampillanti fontane, che costellano le grandi scenografie del parco, si pongono come punti salienti della celebrazione simbolica di Luigi XIV, il re Sole. Il sovrano vi è rappresentato nella figurazione di Apollo, alla guida il carro del sole, e  delle sue mitiche vicende, in una maestosa allegoria barocca.

 

Di notevole rilevanza storico-sociale e tecnica sono gli aspetti di ingegneria idraulica retrostanti alla creazione di un tale trionfo d’acque in una zona relativamente povera del liquido elemento.

L’opera di Joseph Antoine Dezailler D’Argenteville ‘La teorie et la pratique du jardinage’, edito a Parigi nel 1709, costituisce la summa delle conoscenze idrauliche del tempo ed è alla base delle tecnologie applicate ai giardini di Versailles. Vi si trova una suggestiva classificazione delle acque, in “…naturali, artificiali, correnti, ferme, zampillanti, in pressione, vive, dormienti, ‘folli’, acque di terra o di pioggia” (‘folli’, sarebbero le acque provenienti da essudazioni del terreno, interpretate come false sorgenti e destinate a esaurirsi con i primi caldi).

Quanto sia importante la disponibilità di acque nella realizzazione di un giardino è cosa che non ha bisogno di spiegazioni; eppure Luigi XIV concepì la costruzione del suo immenso parco-giardino in un terreno che meno adatto non si poteva immaginare.

Era Versailles, all’epoca dell’inizio dei lavori: “…il più ingrato di tutti i luoghi, senza viste, senza boschi, senza acqua, senza terra, poiché tutto laggiù è sabbia mobile o palude e di conseguenza, senza aria buona” [Dalle ‘Memoires’, di Louis de Rouvroy duca di Saint Simon (1675 – 1755), conosciuto come Saint-Simon].

 

Un trio di progettisti – i migliori del tempo – si dedicò a tempo pieno alla costruzione del giardino: Louis Le Vaux, architetto, Charles Le Brun, pittore e scultore e André Le Nôtre, insigne giardiniere reale.

Per far fronte all’enorme fabbisogno d’acqua dei giardini di Versailles furono incanalate sorgenti, deviati fiumi, sollevati ingenti volumi di acqua ad altezze ragguardevoli per la tecnologia del tempo. Fu anche iniziata la costruzione di un canale di collegamento con il fiume Eure, che scorre a 80 Km di distanza; progetto poi decaduto per l’inizio di una guerra.

Gli aspetti meno edificanti del progetto sono rivelati appunto nelle ‘Memoires’ di Saint-Simon, che raccontano delle immense difficoltà incontrate, dell’enorme dispendio di ricchezze, della perdita di centinaia, forse migliaia di vite umane – 17.000 soldati e 8.000 operai furono impiegati negli anni di maggiore attività, per i lavori del giardino e per il dislocamento delle acque -, di intere foreste sradicate e distrutte, o trapiantate a distanza, dalla Normandia e dalle Fiandre. Il tutto per un’opera voluta come affermazione di onnipotenza del sovrano, contro ogni difficoltà materiale e in spregio alle stesse forze della natura [per i posteri: la Rivoluzione Francese è del 1789. La decapitazione di Luigi XVI avviene nel 1793 – N.d.R.].

 

I giardini di Versailles, con il Petit Parc (Grand Canal  e Trianon), si estendono per circa 100 ettari. All’uscita del Petit Parc, il cancello Reale immetteva sul Grand Parc, riserva di caccia di 6000 ettari, smembrata ai tempi della rivoluzione francese.

Per Versailles Le Notre realizzò, ai piedi del castello, una serie di terrazze degradanti, con aiuole o alberi in complicati disegni geometrici, che terminano in una raggiera di cinque viali; esse occupano oltre mezzo chilometro quadrato. In seguito, e per espresso volere del re, molte aiuole furono sostituite con specchi d’acqua e fontane.

Con Versailles si afferma e diffonde un nuovo modo di progettare i giardini che prenderà il nome di ‘parterre alla francese’. Si tratta di una disposizione del giardino tale da essere visibile anche ad una certa distanza dall’abitazione.
Il parterre annette una fondamentale importanza alla visione d’insieme, progettata con un viale centrale che si allunga dalla casa verso le due parti del giardino e si perde in lontananza, a dare una sensazione di controllo dello spazio.
Un antesignano di questo criterio di sistemazione del giardino per schemi razionali e prospettici è di qualche secolo precedente, e si può trovare nel progetto del giardino di Villa Lante a Bagnaia (v. sopra). Queste modalità costruttive furono per molti anni egemoni nella cultura europea, fino agli ultimi decenni del XIX secolo.

Versailles. Le bassin de Latona. Gruppo scultoreo ispirato alle Metamorfosi di Ovidio: la rappresentazione di Latona, madre di Apollo e di Artemide (Diana), che seppur amata da Giove (Zeus), fu da questi allontanata poco prima che partorisse, per tema dell’ira della moglie Era. Insidiata dai villici della Lidia, Latona chiede aiuto a Zeus, che trasfoma gli empi in rane e lucertole
ersailles. Le bassin de l’Encelade. Encelado è il titano che insieme agli altri tentò la scalata all’Olimpo, nonostante il divieto di Zeus. La scultura lo mostra semisepolto dalle rocce, che lotta contro la morte

Il massimo dell’opulenza a confronto e in contrasto con la maggiore semplicità possibile.

Esistono anche giardini senz’acqua, dove l’acqua è citata per astrazione, in sua assenza, dai solchi nella sabbia che rappresentano il mare, mentre i sassi sono le isole che da esso emergono. Sono i giardini zen giapponesi [V. su “O”: Passeggiate per i giardini del mondo
 del 13.05.07] fortemente simbolici.

In un monastero di Kyōto si trova il giardino di Ryoan-ji, uno dei più famosi giardini zen. Anche se sono state proposte diverse spiegazioni per i simboli di un giardino zen, la sua essenza non è fatta per essere percepita per via razionale

Forse c’è una via di mezzo, tra gli estremi della megalomania barocca e la scabra essenzialità zen.

Nei miei viaggi ho incontrato un luogo dove l’acqua e i rumori d’acqua sono  protagonisti, con una ubiquità e semplicità mai sperimentate prima.

Di un viaggio in Indonesia, per altri versi disastroso [V. su “O”: Piante rare e preziose (quarta parte) 
del 17.08.08] ricordo, a distanza di più di dieci anni, poche cose…

Risaie all’interno dell’isola di Bali

Non Bali-città, con le onnipresenti scritte dei ‘Centri-Benessere spa’ (salus per acquam), e l’aspetto di una trappola per turisti, ma le distese agricole dell’interno, le risaie, e la piccola cittadina di Ubud – sulla stessa isola ma molto diversa da Bali – centro dell’artigianato e delle arti.

Lì, in piccoli spazi raccolti, fuori – ma spesso anche dentro – ad ogni casa, per quanto modesta, c’è un giardino dove scorre dell’acqua; dove tintinnano piccoli gong mossi dal vento, in mezzo alle piccole offerte votive sparse tra il muschio. Il profumo del vetiver, gli accordi alieni della musica gamelan; e un gocciolìo lieve, che sembra venire da ogni parte e da nessun luogo in particolare…

 

“Le epifanie d’acqua rispondono a quella particolare condizione dell’Uomo nel Cosmo che potremmo chiamare ‘nostalgia del Paradiso”

[Mircea Eliade – Trattato di Storia delle Religioni; 1949]

Giardino di fiori di loto (Nelumbo nucifera; Fam. Nelumbonaceae) a Ubud (foto di Roby Zini)

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