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Samanta Di Persio: “restare in silenzio significa rendersi complici di un sistema che non funziona”

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Ju Tarramutu (Casaleggio Associati Editore, 2009) e Morti Bianche (Casaleggio Associati Editore, 2009) sono i suoi due libri. Vive a L’Aquila: quella città che dopo il terremoto del 6 Aprile 2009 non è più la stessa.

Ju Tarramutu (Casaleggio Associati Editore, 2009) e Morti Bianche (Casaleggio Associati Editore, 2009) sono i suoi due libri. Vive a L’Aquila: quella città che dopo il terremoto del 6 Aprile 2009 non è più la stessa. “Il terremoto in Abruzzo ha fatto tutto il possibile per farsi ascoltare. Lo ha fatto annunciandosi con piccole scosse, per mesi, sempre più frequenti”. E’ Samanta Di Persio. E’ lei che si è occupata anche di morti bianche e infortuni sul lavoro. E lo ha fatto raccontando le storie di coloro che non ci sono più.  Sono più di mille all’anno quelli che in Italia lasciano “una sorta di testamento senza beneficiari, anzi con familiari che restano troppe volte senza assistenza e in completa solitudine”. A breve, Samanta, sarà in libreria con un’altra opera: La pena di morte italiana. Di nuovo, pronta ad affrontare  altre storie e altri racconti, laddove buio e silenzio “ruggiscono”, di notte, al pari del leone nella quiete della savana.

 

Samanta, nei tuoi libri hai sempre affrontato tematiche sociali: dalle morti bianche al terremoto dell’Aquila. Quale è l’Italia che viene fuori dalla lettura di questi fenomeni?

Vorrei essere ottimista, ma sono consapevole che il nostro è diventato un paese senza futuro. L’Aquila la città in cui vivo la guardo e dal 6 aprile 2009 non è più la stessa. Non esiste più la città in cui sono cresciuta che ho disprezzato per la mancanza di opportunità di lavoro, di distrazioni per adolescenti e giovani, che ho amato per la sua bellezza e tranquillità. Ora che è distrutta, che non ci sono più le persone, alcune purtroppo morte, altre costrette ad andare via, davanti appare uno spettro. Costruisci case con manodopera a nero, non professionale, gli operai muoiono per mancanza di sicurezza, le case crollano perché non sono state rispettate le norme antisimiche. L’avidità umana prevale a discapito dell’intera collettività.

 

Che cosa significa per te poter scrivere queste cose?

Riuscire a dar voce a questi pensieri in un libro è un modo per resistere e cercare di raggiungere altre persone che si sentono sole nel loro malessere e possono sentirsi capite.

 

 

L’altro argomento che “affligge” i media da un po’ di tempo, e di cui ti sei anche occupata, riguarda i casi di morte nelle carceri italiane. Secondo te, quale è, oggi, lo stato dei penitenziari italiani?

“La pena di morte italiana” è il mio prossimo libro. Una prova difficile. Vorrei fare due distinzioni. La prima mi coinvolge personalmente, mio padre è un agente di custodia in pensione da neanche un anno. Ha sempre cercato di non portarsi il peso del lavoro a casa. A volte però sui giornali compariva l’articolo di detenuti suicida anche nella sua piccola realtà di carcere minorile.

 

Che cosa significa secondo te per un detenuto avere dei momenti “costruttivi”?

La possibilità per un detenuto di potersi distrarre, dare sfogo alla creatività con attività ad hoc, poter lavorare, studiare, dialogare con personale preparato penso che sia indispensabile, così come vivere in uno spazio adeguato. Soprattutto per quella categoria definita “nuovi giunti”, cioè che sono al primo ingresso. Il passaggio dalla libertà alla privazione della stessa è psicologicamente destabilizzante.

 

Quale è la seconda distinzione che volevi fare a proposito dello stato dei penitenziari italiani?

La seconda valutazione va in un certo senso biforcata. Da una parte i penitenziari italiani sono sovraffollati. Personale in sotto organico, promiscuità fra condannati e coloro in attesa di giudizio, strutture finanziate che non hanno mai funzionato, mezzi vecchi e rotti (blindati, macchine, ecc.) sintomo di una pubblica amministrazione allo sfascio che si ripercuote inevitabilmente sulle frustrazioni personali, un lavoro che non appaga. Dall’altra ci sono le forze dell’ordine: categoria “protetta”. Un esempio banale per dire che quando i poliziotti hanno sbagliato nel caso di Federico Aldrovandi (18 anni) ammazzato brutalmente e selvaggiamente per strada o Riccardo Rasman (schizofrenico) ammazzato con le stesse metodologie barbare, nonostante la condanna per omicidio colposo gli agenti non sono stati sospesi dal  servizio.

 

Quindi, volendo concludere, cosa pensi di questo sistema?

Il sistema carcere italiano è fallito se fino ad oggi, dall’inizio dell’anno, ci sono stati 54 suicidi. Si muore più nelle mani dello Stato che fuori. Il personale dovrebbe essere formato, aggiornato, identificabile (nei servizi d’ordine) e sospendibile dal servizio così come accade per altre categorie di dipendenti pubblici.

 

Con i dati alla mano, come leggi i 54 suicidi dall’inizio dell’anno?

Oltre il 15% dei suicidati è di nazionalità straniera. Sulmona, Secondigliano, Siracusa, Rebibbia sono le carceri dove il fenomeno è preoccupante per l’alto numero di eventi. Sul sito www.ristretti.it è riportato il dettaglio dal 2000 fino ai giorni nostri. Dati allarmanti. Nella nostra Costituzione la vita umana è considerata un diritto  fondamentale.

 

Come si muore in carcere?

Si fanno due distinzioni: suicidi e morti da accertare. Nel primo caso la dinamica sembra chiara: un lenzuolo, un fornello da campeggio, lacci di scarpe, generalmente un detenuto ha questi strumenti per potersi togliere la vita. I suicidi avvengono a poche ore dall’ingresso in carcere, solitamente si tratta di uomini e/o donne che per la prima volta vengono arrestati. Oppure a pochi giorni dall’uscita.

 

Che cosa differenzia i suicidi “delle prime ore” da quelli “degli ultimi giorni”?

Nel primo caso è forte il trauma fra il passaggio dalla libertà alla detenzione, l’umiliazione non tanto per sé ma per la famiglia. Nel secondo caso una volta usciti il ritorno in società non è facile

 

Come viene considerato un detenuto che trovato in cella in fin di vita muore durante il trasporto in ospedale?

Chi muore nel trasporto in ospedale in ambulanza non rientra nella casistica dei morti in carcere così come chi muore in ospedale. Quindi i dati statistici sono errati per difetto. Oppure i suicidi con il fornelletto a gas diventa una morte per overdose. Nonostante le associazioni chiedano da anni che vengano sostituiti non vengono ascoltate.

 

Secondo te si può fare qualche cosa per migliorare questa situazione?

Quando ci sono situazioni con grandi numeri, si può sempre fare qualcosa per migliorare. Certo non possiamo pretendere che dall’oggi al domani si possa copiare un sistema che funziona, come in Norvegia (viene definito “Carcere a cinque stelle”), dove si è cercato di riprodurre la vita esterna con tantissimi confort, certo se provi ad evadere vai a finire in un carcere normale. In Italia purtroppo alle spalle si hanno anni di un sistema che ha fallito.

 

A cosa stai lavorando in questo periodo?

Per ora c’è questo libro che sta per uscire sulle morti in carcere. Una vera prova non solo da un punto di vista letterario, ma anche umano. Non è facile incontrare e raccogliere la testimonianza di persone che hanno perso un familiare che era nelle mani dello Stato. I dubbi sono tanti e soprattutto ti rendi conto che stai portando avanti una battaglia ad armi impari. Ma restare in silenzio significa rendersi complici di un sistema che non funziona.

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