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La mostra: 1861. I pittori del Risorgimento. Un omaggio agli ideali del “popolo dei vinti”

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Pur con stili differenti, le quaranta opere – prestate fino al 16 gennaio alle Scuderie del Quirinale per la mostra 1861

Pur con stili differenti, le quaranta opere – prestate fino al 16 gennaio alle Scuderie del Quirinale per la mostra 1861. I pittori del Risorgimento – denunciano la medesima aspirazione: evidenziare il contributo del popolo nel raggiungimento dell’Unità d’Italia. La ricorrenza dei 150 anni dall’agognata unificazione nazionale, fornisce anche l’opportunità di proporre ex novo, e sollevarle così da un ingiusto quanto lungo anonimato, tele di Francesco Hayez, Giuseppe Molteni, Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Farfullini,  Odoardo Borrani, Michele Cammarano, Giuseppe Sciuti e Giovanni Fattori, che testimoniano conflitti di risonanza storica e individuale.

“I quadri scelti non sono stati quasi mai esposti – rivela il Presidente dell’Azienda Palaexpo – per la grandezza, ma anche per la loro caratterizzazione eloquente di genere”. Molti sono, infatti, il frutto del lavoro dei cosiddetti “pittori soldati”, convinti patrioti che in prima persona entrarono nel vivo degli accadimenti e che riprodussero fedelmente le fasi cruciali di un’epopea bellica protrattasi per più di un decennio, dai moti del 1848 fino alla proclamazione del Regno d’Italia.

Un piccolo ma eloquente prologo, che racchiude tre “opere vessillo”, ci introduce nel cuore pulsante della mostra. È emblematico il flashback evocato da “Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria” (1826-1829) di Hayez, in cui i cittadini greci fuggono dal dominio ottomano per riappropriarsi della propria indipendenza. Designato da Giuseppe Mazzini come il proclama di una svolta epocale, nel dipinto non può non riflettersi lo spettro della sorte dell’Italia, assoggettata all’impero austriaco e ormai assetata di quelle libertà politiche e civili, vagheggiate già secoli prima negli scritti di Dante Alighieri. Nel contempo, assistiamo ad un giro di boa dell’espressione artistica in cui gli eroi e gli aristocratici vengono rimpiazzati dagli umili nella parte di mattatori indiscussi delle scene. Due sculture, cariche di valenza allegorica, preannunciano gli imminenti tumulti, “Masaniello che chiama il popolo alla rivolta” (1846) di Alessandro Puttinati, un pescatore che assume la leadership della plebe napoletana per deporre l’egemonia spagnola. E  “Spartaco” (1848) di Vincenzo Vela, uno schiavo che, animato dalla brama di rivendicazione, è disposto anche a fronteggiare una potenza come Roma.

L’ideologia risorgimentale italiana viene resa dalla rassegna attraverso due parallele chiavi di lettura, corrispondenti al primo e al secondo piano delle Scuderie del Quirinale. Al primo piano, interamente rivestito con un suggestivo drappeggio tricolore, trionfano quadri monumentali dalla prospettiva cinematografica in cui schiere di soldati semplici lasciano il sangue sulle location di guerra; al secondo piano, in quadri di ridotte dimensioni, è svelato il “dietro le quinte”: donne e bambini che, nell’intimità delle loro modeste abitazioni, compartecipano agli eventi con la lettura di lettere e bollettini dal fronte.

Induno – tra i più prolifici rappresentanti della pittura di soggetto militare, già nata nella Francia napoleonica – mette in risalto i combattenti, spogliati di qualsiasi sfumatura di glorificazione. Un’attenzione particolare è riservata dall’artista alla figura di Garibaldi, sviscerata in diverse opere presenti in mostra. In “Garibaldi ferito ad Aspromonte” (1862), spedizione alla quale lo stesso Induno partecipa, tratteggia personaggi più e meno noti che sfilano in una sorta di “processione laica”, dopo l’ignobile agguato alle camicie rosse da parte dei soldati inviati dal ministro Rattazzi.

Dal miraggio di un sogno non ancora raggiunto al bilancio del prezzo pagato, con i troppi morti e le molte aspettative infrante. Tale fase che segue il 1870, è ben restituita da Fattori che, sebbene non prenda mai parte ai combattimenti, è idealmente uno dei più ferventi attivisti. Esamina dal vivo i siti delle battaglie per conferire ai suoi dipinti l’immediata percezione della realtà dei fatti. Ne “Lo staffato” e “Lo scoppio del cassone” (1880) emergono il tourbillon emotivo, il sacrificio e l’impegno morale dei tanti ignoti che hanno vissuto quelle guerre ormai lontane. È un omaggio al popolo anonimo o, come lo definisce Verga, al “popolo dei vinti”, che ha perso la vita per un ideale.

“La veglia” (1880) del toscano Borrani è l’epilogo esemplare dell’esposizione: in uno cupo salotto borghese, la luce vivida della lampada irradia solo i volti di tre donne di diverse generazioni che leggono la notizia della morte del primo re d’Italia. Si suggella, così, anche l’epilogo un’era.

Oltre a costituire un’autentica documentazione storica, 1861. I pittori del Risorgimento è soprattutto “una mostra di sentimenti” che racconta, tramite un linguaggio naturalista, lo sviluppo introspettivo del popolo italiano e la riforma del principio di verità nella pittura.

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