Susanne Bier: “La mia ossessione sono gli esseri umani. Guardarli, studiarli”

di

Data

Aspettiamo Susanne Bier nella sala stampa del Festival del Cinema di Roma, dove è in concorso il suo film In a better world candidato danese agli Oscar come miglior film straniero per il 2011.

Aspettiamo Susanne Bier nella sala stampa del Festival del Cinema di Roma, dove è in concorso il suo film In a better world candidato danese agli Oscar come miglior film straniero per il 2011.

Chissà che occhi avrà, ci domandiamo, questa donna che sembra vedere così a fondo nel cuore degli uomini, e dei loro complessi rapporti. Curiosi di cogliere il suo segreto, la chiave di tanta profonda conoscenza.

Ce la immaginiamo schiva, lontana.

E intanto aspettiamo in un piccolo spazio racchiuso da pannelli. Oltre i quali, nella grande sala stampa di Piazza Euclide, c’è aria di bivacco. Borse, fogli, comunicati poggiati ovunque, set televisivi allestiti in ogni angolo, volti stanchi, tesi che, dietro pannelli divisori, cercano di conquistare un brandello di privacy, camerieri sollecitati da invisibili ordini che si avventano sui tavoli, e interrompono interviste, appena una tazza di caffé rimane vuota, un piattino sguarnito.

Mentre i giornalisti si scambiano aneddoti sulle loro rocambolesche interviste in questo Festival molto romano nell’organizzazione e non sempre ugualmente cinefilo, un viso allegro, la fronte incorniciata da una frangetta nera,  si affaccia d’un tratto da uno dei pannelli, con negli occhi la curiosità  di una ragazzina, e nel corpo l’energia di un tornado, scavalca l’asse del pannello e  si siede al tavolo.

 

“Ma è lei, proprio lei, questa vorticosa sbarazzina figura, la Susanne Bier che indaga nel cuore dell’uomo?”

Sembrano chiedere stupiti gli occhi di molti.

“Sono Susanne Bier” si presenta lei con un sorriso malizioso, divertita dal loro stupore.

Superata la sorpresa le domande si affastellano, premono, incalzano.

Perché il suo film è piaciuto. E molto.

La vicenda ha per protagonisti Anton e Marianne, due medici in crisi matrimoniale, e Elias, il figlio adolescente, vittima dei bulli della scuola. L’unico capace di difendere quest’ultimo è Christian, un compagno di classe che trascina Elias in un mondo a lui sconosciuto. Christian vive col padre Claus, da poco rimasto vedovo… Così recita il pressbook della Teodora Film che lo distribuirà in Italia a gennaio del 2011.

 

Dentro ci sono i suoi temi di sempre: l’uomo posto di fronte alle grandi scelte etiche, la difficoltà  dei rapporti umani.  In parte ambientato in Danimarca, in parte, come spesso avviene nei suoi film danesi, in un’altra parte del mondo, del terzo mondo, in questo caso un campo profughi non meglio identificato dell’ Africa dove Anton lavora come medico volontario.

In Italia si conoscono di lei Non desiderare la donna d’altri, e Dopo il matrimonio girati in Danimarca e Noi due sconosciuti interpretato da Benicio Del Toro e Halle Berry, il suo esordio a Hollywood  presentato l’anno scorso al Festival di Roma.

“Nei suoi film appaiono sempre mondi e situazioni molto attuali, che lei sembra conoscere a fondo,  in questo caso il lavoro di medici volontari in Africa, il fenomeno del bullismo a scuola. C’è una ricerca previa da cui poi nasce lo spunto per la scrittura, o la ricerca è successiva?” Le chiedono.

“È un insieme di cose. Io scrivo con Anders Thomas Jensen, che firma la sceneggiatura.  La prima stesura è ben lontana dal film, anche se qualcosa rimane.  Cominciamo a scrivere, ed elaboriamo i temi, ne seguiamo gli sviluppi. Poi facciamo un po’ di ricerca, e può succedere che quello che scopriamo ci porti a riscrivere. Mi piace che le mie storie siano ancorate alla realtà, senza per questo esserne limitate. Non sono una fanatica della ricerca ad oltranza. Voglio che ci sia libertà, che sia la mia storia.  Per il personaggio del medico abbiamo avuto molti contatti con  Medici senza frontiere. Ovviamente ”

 

Susanne Bier è bella, una bellezza  che cresce lentamente davanti agli occhi dell’interlocutore, una fascino di cui è difficile localizzare la fonte esatta: i tratti del viso sono irregolari, il naso non piccolo, la bocca non perfetta, ma è il piglio, la passione che emana del suo corpo così femminile eppure niente affatto debole, né fragile.

Ha grandi occhi marroni, capelli scuri come l’incarnato che la camicia bianca svasata sui pantaloni di pelle nera, esalta. O forse è il modo in cui dice le cose: la profondità dello sguardo velata da una luce ironica mentre la bocca si contrae in una smorfia seria, riflessiva nel tentativo di trovare la corrispondenza esatta tra pensiero e parola.

“Il medico volontario in Africa è una sorta di idealista, quasi  un simbolo del bene in un mondo dominato dal male” Le dicono.

“Non è un simbolo, è un personaggio a tutti gli effetti.” Scuote la testa perentoria “Sono sempre stata affascinata dal tipo di persone che, nella loro vita, cercano di fare sempre la cosa giusta.  Solo che per fare la cosa giusta talvolta ci si imbatte in dilemmi troppo grandi, che vanno al di là della portata di un uomo. È quello che succede al protagonista…”

“Il fatto che Anton prima curi il capo violento e stupratore per dovere deontologico, e poi di fronte all’efferatezza dell’uomo, lo abbandoni all’assalto della folla, sta a significare che il conflitto morale è irrisolvibile? La domanda: l’uomo crudele, i tanti Hitler della storia, vanno perdonati e capiti, o solo condannati è una domanda che rimane senza risposta?”

“Sì è così.”

 

Nel corso delle interviste saranno tante le domande di questo tipo, tese ad individuare le posizioni etiche che stanno dietro gli snodi del film. E più che domande giornalistiche sembrano domande umane, personali. Perché i suoi film lasciano aperti molti interrogativi.

“Ci sono film che cercano di dare tutte le risposte. Ma, per me, questo non è possibile. La storia che racconto nel film purtroppo è vera, tutti speravano che fosse frutto della nostra fantasia. La banda di quest’uomo faceva scommesse sul sesso di un nascituro e per verificare chi aveva vinto aprivano il ventre delle donne incinte. A loro interessava la vincita,  la donna e i bambini morivano. Un medico deve curare un uomo così o lasciarlo morire?”

La bellezza viene anche, capiamo, dal connubio tra il rigore e la lucidità che tanto fanno pensare alle sue origini ebraiche  e la spigliatezza scandinava. Ecco cosa è: una vikinga mediorientale. Una donna mediterranea che conosce bene l’anima dei Paesi del nord. “La violenza che ricorre ultimamente nei film e nella letteratura scandinava non è il riflesso di un decadimento delle società nordiche, non lo penso affatto” dice tassativa.

“No, no la Danimarca è di fatto un paese idilliaco, anzi vi invito a venire, è un paese che merita di essere scoperto, il suo sistema educativo è molto buono, i ragazzi sono mediamente poco violenti.

Christian, spaurito ed inerme dopo la morte della madre, è l’ultima persona al mondo che pensiamo possa diventare pericolosa, tutti ci aspettiamo che il nemico sia Al-Quaeda, che la violenza nasca solo in contesti violenti. La realtà invece, e questo è uno dei temi del film, è che la violenza è dentro di noi, può venir fuori ovunque. Il tema è: come si crea un piccolo terrorista? Il bambino non è cattivo, ma è molto solo. Lui ed il padre condividono un dolore che li separa, che non riescono ad elaborare insieme. Il personaggio di Christian, da solo, sarebbe una ragione sufficiente per fare il film: la perdita che ha subito ha creato in lui una rabbia fortissima, un desiderio di vendetta. Perché la vendetta non è confinata in alcuni ambienti, ma, date le circostanze, può nascere nel cuore di chiunque”

“Una scena del film sembra dare molte colpe alla scuola incapace di riconoscere fenomeni di bullismo.”

“No, io non credo che la scuola abbia grandi colpe” Dice sorprendendo tutti “Ho sempre amato andare a scuola e mi piacevano i miei professori. È più un’idea di Anders Thomas Jensen, lui odiava andare a scuola…” Susanne accompagna le parole con un gesto enfatico delle mani. E un lampo di malizia negli occhi “Io penso che sia molto difficile per gli insegnanti capire, quando senti di tutti i ragazzi che si suicidano, ti chiedi: ma come è possibile che gli insegnanti non avessero intuito qualcosa? Questo dimostra solo quanto siano complicate le cose. Quanto gli uomini rimangano sempre un mistero uno per l’altro.”

 

“E allora può dirci qualcosa di più su questa collaborazione con il suo co-sceneggiatore? Sembra molto riuscita. Come funziona nella pratica il vostro lavoro?”

La bellezza di Susanne Bier è anche frutto di appagamento. Il suo sorriso sembra dire che al suo attivo ci sono molte cose che la rendono felice.

“Vorrei poterle dire qualcosa di molto interessante, ma temo che sarò solo noiosa. La nostra è una collaborazione del tutto soddisfacente e priva di complicazioni. Io dico una cosa, lui ne dice un’altra. Può capitare che ci arrabbiamo per tre minuti, ma poi passa subito, senza lasciare segni. A nessuno importa che prevalga la propria idea o quella dell’altro. L’importante è che prevalga l’idea migliore per la storia.”

Le loro esperienze, il loro sguardo sulla vita, da piccole cose dette nel corso delle interviste, sembrano differire molto, eppure sembrano non far altro che arricchire, creare ambivalenze che accentuano la verità dei personaggi. E lasciano domande in sospeso.

“Il film si snoda nella tragedia, ma alla fine sembra approdare alla speranza, forse più che in altri suoi film”

“Quella sono io” risponde con serenità perentoria “io credo che ci sia speranza per gli uomini, sarebbe una menzogna se il film non la riflettesse. Detesto uscire dal cinema con una sensazione di oppressione addosso. Se pensi di avere qualcosa da dire devi creare una conversazione con il tuo pubblico, non puoi prenderlo alla gola” Ora il suo tono è pratico, pragmatico, l’imprenditrice dietro l’artista. “Consideri che il mio film lo ha già visto il 10% della popolazione danese. Il mio film arriva al pubblico. ”

“E ha già un nuovo progetto? Pensa che tornerà a girare in America?”

“Oh ne ho tanti di progetti. Qualunque cosa sceglierò: una commedia, un thriller quello che è certo è che ci ritroverà dentro le mie ossessioni. Non è il genere a farle andare via, nè il luogo”

“E le sue ossessioni quali sono? Qual è cosa che più l’ossessiona?”

“Uhm …” sorride “non credo di volerglielo dire”

Poi si fa seria. I grandi  occhi color nocciola si fissano sul volto che le parla. “La mia ossessione sono gli essere umani.  Guardarli, studiarli. I volti sono la mia ossessione. In questo film mi interessava molto anche studiare il rapporto tra l’essere umano e la natura. E, sempre, il rapporto con la morte”

 

C’è un momento bellissimo nel film, in cui Anton spiega al bambino che ha perso la madre, cosa ci succede quando muore qualcuno a noi molto caro: per un istante cade il velo che ci separa dalla morte, e noi la vediamo davvero. Una visione profonda, totale. Poi il velo torna a coprirla perché noi si possa continuare a vivere. E le cose, lentamente, riprendano ad andare.

“È un passaggio bellissimo. È suo o di Jensen?” Vogliono sapere.

“In realtà… la frase me l’aveva detta qualcuno, che l’aveva usata. Ci è piaciuta molto. E l’abbiamo inserita cambiandola un po’”

“Potremmo dire che il tema del suo film è, anche e soprattutto, il rapporto padre e figli? L’assenza dei padri?”

“Sì, è così. Ma ce ne siamo accorti solo in fase di montaggio. Pensavo che il tema fosse il rapporto adulti e bambini. Poi abbiamo capito che si trattava di padri e figli. È vero i due padri per ragioni diverse sono assenti. ”

“In genere nei suoi film gli uomini sono forti, solidi… lei è una donna che ama gli uomini”

Sorride un istante quasi sorpresa dall’affermazione.

“Ho due fratelli maschi, vado molto d’accordo con mio padre. In genere con gli uomini mi trovo bene. Mi piace lavorare con loro. Scrivo con un uomo. Non ho difficoltà a capirli”

“In questo film però gli uomini sembrano vacillare, la madre separata è l’unica in grado di cogliere il pericolo in agguato”

“È vero, ma  sono ottimista” Susanne Bier sorride con ironia  “Sono sicura che dopo la fine del film saranno padri migliori. Le spiego: non è che non siano capaci, non è questo. Si trovano in situazioni che gli impediscono di usare le loro capacità. Claus vorrebbe davvero poter fare la cosa giusta per suo figlio. Ma non capisce cosa passa nella testa del ragazzo. Il dottore capisce cosa succede, ma è spesso lontano, è spesso assente. E la sua assenza gli impedisce di usare le sue capacità. Perché essere genitori non è facile…”

Tutti annuiscono, sospirano, rincuorati “No, no, non è facile”

“Tanti suicidi di ragazzi, mi chiedo, da cosa dipendono? Io non credo che sia una questione legata all’età, io penso che venga da un senso di alienazione, dal fatto che un ragazzo non abbia un adulto di cui fidarsi, su cui contare, con cui parlare. Christian, lo vediamo in un’inquadratura del film , prima di  salire sulla torre,  cerca il padre, vorrebbe parlargli, ma quando lo vede, capisce che non potrà, che loro non si parlano. E lui sente vuole vendicarsi con il mondo per quello che gli è successo, per quella perdita assurda. Il film in danese si chiama Vendetta. La vendetta ci porta a compiere azioni che possano ripristinare l’equilibrio perduto. Ma ovviamente, lo sappiamo tutti, non c’è nessun equilibrio che una vendetta possa davvero ripristinare”.

“In questo film, ma in genere è una costante del suo cinema, sembra che sia necessaria una tragedia o un evento molto doloroso perché il protagonista arrivi davvero a capire qualcosa. Lei pensa che sia necessariamente così? Che sia questo l’unico modo di capire?”

“No, la sofferenza non è l’unico mezzo di conoscenza, ma è vero che attraverso la sofferenza talvolta  si impara molto.”

 

Chi si siede davanti a lei, e conosce i suoi film, però non si accontenta. Vuole sapere di più. Perché una  come lei  conosce così bene il dolore?

“Nei suoi film il senso della perdita sembra scandire la vita dell’uomo, accompagnarlo sempre. Perché? Da dove le viene? Dal suo vissuto?”

“No…” scuote la testa assorta. Finite le interviste di gruppo, si è passati ora alle conversazioni individuali  “Nella mia vita sono stata molto fortunata. È una paura che viene…” Esita “Una paura che appartiene alla mia identità ebraica, alla mia conoscenza della storia del popolo ebraico. La sensazione della catastrofe sempre imminente. La minaccia della perdita sempre dietro l’angolo. L’impossibilità di credere che il benessere, la felicità possano durare. È una paura che è in me. Che forse è alla base del mio desiderio di raccontare storie che la incarnino, la affrontino e in qualche modo la redimano. Esorcizzo la mia paura nei film”

Si ferma per una frazione di secondo. Poi annuendo vigorosamente con la testa riprende: “Io penso che, in fondo al cuore dell’uomo, ci sia il bene anche se….” e scoppia a ridere “…credo che questa sia un’idea mia, sulla quale il signor Jensen non è molto d’accordo.  Io credo che soltanto la speranza, la compassione, l’amore ci possano salvare.  Io vedo la luce in fondo al tunnel”

“Lei ha una formazione psicoanalitica? Si sente molto nei suoi film”

“No” sorride  “ho studiato architettura”

Ride e dietro la leggerezza del sorriso si intravede una profondità, un silenzio.

Le domande continuano incalzanti. L’obiettivo sembra sempre lo stesso: arrivare al segreto profondo dei suoi film. Ma nessuna delle domande, per quanto esaustive e dettagliate le risposte, sembra arrivare al nocciolo della questione. Le domande vanno in ogni direzione.

“E il suo rapporto con Lars Von Trier?”

“Un rapporto professionale ottimo. È un regista straordinario” Dice diplomatica poi aggiunge “…E credo che non gli dispiaccia affatto avere nella sua scuderia una regista commerciale di successo come me” Sorride ironica.

“Forse non ha gradito che in America abbiano fatto un remake del suo Non desiderare la donna d’altri”

Da una regsita come lei ci si aspetta solo condanne verso le operazioni commerciali degli americani.

“Mi è piaciuto.  Gli attori erano bravi.” Dice spiazzando l’interlocutore “Il mercato americano funziona così: non amano doppiare i film, non amano leggere i sottotitoli, e amano le grandi star. Se vuoi che gli americani vedano un tuo film gli devi lasciar fare il remake.”

Si stringe nelle spalle e ride.

“E poi ad essere sincera i miei film hanno un grande debito verso il cinema americano. Il cinema europeo è …” Cerca la parola giusta “… Autocompiaciuto. In America anche il film più sperimentale ha bisogno di un pubblico e questo dà ritmo alle storie. In Europa spesso è prevalso il cinema d’autore. L’autore è più importante del pubblico. E questo è un errore.”

Un lampo di sorpresa passa nello sguardo del giornalista. Una risposta così da un’autrice come lei.

“Non mi dispiacerebbe tornare a girare in America. Ma quando sono lì mi manca la mia famiglia” Un marito compositore, un figlio di 21 anni, una figlia di 15 “Non amo particolarmente essere lontana da loro. Né posso obbligarli a trasferirsi”

“E crede che il fatto di essere madre abbia influenzato il suo modo di fare cinema?” le chiede una giornalista gentile che non smette di stupirsi che Susanne Bier, con quella faccia da ragazza sbarazzina, abbia davvero cinquant’anni.

“Certo, senza figli, senza la maternità non credo che avrei fatto i film che ho fatto. Con i figli impari molto sui rapporti umani. Cerchi di dar loro gli strumenti perché si sappiano muovere nella vita. Abbiano una base per discernere il bene dal male. E allo stesso tempo non siano troppo vulnerabili.  Ad esempio non avrei saputo dirigere  dei ragazzini se non avessi avuto dei figli. A volte, se non hai figli, i ragazzi ti fanno quasi paura, no?”

“Ma conciliare il lavoro e la maternità non è facile, non crede?” chiede la giornalista “Almeno per me è stato difficile,  noi apparteniamo ad una generazione di donne che ha voluto fare tutto: essere madre, moglie e seguire i propri sogni. È stato molto pesante. Oggi le ragazze a trent’anni scelgono una cosa o l’altra” È una questione che alla giornalista sta molto a cuore. Come se ancora non avesse trovato una risposta.

Susanne Bier invece l’ha trovata.

“Credo che sia un grande errore scegliere una cosa o l’altra. Un grandissimo errore.”

“Ma lei come ha fatto?”

“All’inizio della mia carriera ho speso tutti i miei soldi in tate e aiuto domestico. Mi piaceva quello che facevo e volevo continuare a farlo. E volevo che i miei figli fossero al sicuro e felici. È stata una scelta consapevole. Io ho una vita ricca e piena di soddisfazioni. Io sono felice ed i miei figli condividono la mia felicità. È un errore scegliere. Anche in Danimarca le donne spesso rinunciano, nelle aziende ai livelli superiori ci sono solo uomini. È un grande errore. Le donne non dovrebbero mai rinunciare”

Un fermezza d’acciaio dietro il suo sorriso dolce, dietro lo sguardo nocciola. Una fermezza che forse è la chiave che spiega tante cose.  Anche se ormai non c’è più nessun giornalista che possa prenderne nota.

Una fermezza solitaria e implacabile.

Lo spazio delle interviste è gestito dall’Alitalia, che chiede ai suoi ospiti di disegnare un aereo con la loro destinazione ideale e di firmarlo, come ricordo del Festival.  Mostrano a Susanne Bier la bacheca dove sono affissi i disegnini degli aerei che nomi illustri hanno disegnato in questi giorni prima di lei. Lei li guarda. Guarda il foglio ed i pennarelli che le hanno fatto scivolare davanti. E con un sorriso dice di no. “Non mi piace usare i miei film, la mia persona per sponsorizzare alcunché. Non si offenda. Niente di personale.” Se ne va con un grande sorriso.

 

E con un grande sorriso, con il suo passo da vikinga mediorientale, con lo sguardo curioso da bambina ricompare il giorno dopo alla conferenza stampa del festival. È felice che la Danimarca l’abbia candidata per l’Oscar.

“E se lo vincesse cosa farebbe?”

Ride.

“Non ci penso mai. Cerco di non farlo. Solo ogni tanto quando sono al buio, di notte, mi chiedo e se devo andare, che vestito mi metto? Ma è un pensiero che scaccio subito”

Spiega il segreto dei suoi film: trame che tengono con il fiato sospeso come un thriller ma che, dietro alla suspense, indagano a fondo sulla natura dell’uomo.

La domanda su quale sia il loro segreto è rivolta  anche ai bravissimi attori .

“Come fate a prepararvi’?” E loro, danesi alti e biondi, mostri dello schermo, sorridono, parlano a stento. “Ci si prepara, è il mestiere. Cerchi di imparare le battute.” Alti, biondissimi, enigmatici.

Solo dei due protagonisti bambini si può parlare: non sono venuti a Roma, non avevano mai recitato prima, e ora dicono di voler diventare attori.

“E come ha lavorato con loro signora Bier?” “Sono bravissimi”

“Hanno un grande talento, i veri attori non hanno bisogno di aver vissuto qualcosa, un’esperienza, un dolore per poterla rappresentare.

I grandi artisti sanno farlo usando l’immaginazione ”

Sorride Susanne Bier.

E si porta via il segreto della sua immaginazione nascosto nel sorriso da ragazzina. Nella figura di  vikinga, nella scia di immagini che si lascia dietro,  con le tante domande, in sospeso, sulla nostra vita e le scelte che ogni giorno compiamo.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'