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L’École del Rusco e il mistero di un profumo

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Qualcuno disse che è impossibile immortalare ciò che di più bello possiede una donna: la voce e il profumo. Le essenze, come indici che in semiotica rinviano a oggetti noti

Qualcuno disse che è impossibile immortalare ciò che di più bello possiede una donna: la voce e il profumo. Le essenze, come indici che in semiotica rinviano a oggetti noti, sono mute comparse nella nostra quotidianità: un odore può sedurre, infastidire, evocare ma non passare inosservato.

È provato scientificamente che la memoria olfattiva è la più capace delle strutture di ricordo a disposizione dell’organismo umano; il cervello è infatti in grado di conservare la memoria del trentacinque per cento degli odori e associare ad essi situazioni passate anche a distanza di anni. Un’essenza ha il potere di alimentare teorie scientifiche sulla connessione tra  i ferormoni e l’attrazione fisica e ispirare la fervida fantasia di scrittori come Patrick Süskind che nel bestseller Profumo, tradotto in più di venti lingue scrive: “Il profumo è fratello del respiro”.

Ognuno possiede come impronte digitali di dati precedentemente archiviati un numero imprecisato di odori, connessi a ricordi d’infanzia e pezzi di presente, scene di vita ordinaria troppo spesso dimenticate. Da qui l’intima connessione tra odori e luoghi fisici, profumi e terre calpestate mille volte o sfiorate un unico istante.

La quinta edizione dell’École del Rusco si è sviluppata laddove gli antri della città toccano la vita che li anima ad ogni ora del giorno e della notte.

La manifestazione di arte e rifiuti che si propone di veicolare messaggi di sensibilizzazione e educazione al recupero, quest’anno ha proposto una riflessione sui cinque sensi, strumenti che l’uomo possiede per accostarsi alla realtà e recepire gli stimoli che l’ambiente offre.

Luoghi cittadini di incontro quali Piazza Maggiore o Via Orefici hanno ospitato installazioni realizzate con oggetti di scarto che acquistano nuove funzioni in un ciclo che non si esaurisce al mero utilizzo ma dona a ciò che viene definito ‘rifiuto’ una nuova vita.

Al recupero del materiale si accompagna la riscoperta del piacere offerto dai cinque sensi, spesso inquinati dalla frenesia della quotidianità o dal rumore metallico della mente. Assaporare del cibo con cuffie di isolamento, osservare le interconnessioni tra i rumori o vedere ciò che di solito si nasconde, suscitano emozioni sconosciute a  uomini che, come disse Chaplin, “pensano troppo e sentono poco”. Tuttavia per sentire occorre abbandonare i labirinti della razionalità e perdersi negli abissi di un odore, capace di accompagnare per mano laddove le leggi del mondo sono capovolte. L’installazione In/odore, ospitata all’interno del Cortile d’Onore di Palazzo d’Accursio non offre una mera esperienza olfattiva ma propone uno stupefacente paradosso: un giardino naturale (utopia) costituito da una nube di fiori sospesi si oppone a un giardino artificiale di steli  realizzati con materiale di recupero  terra (realtà). Allo straniamento spaziale si accompagna un grande interrogativo: il profumo che invade l’aria come una sinuosa armonia proviene dal ferro battuto conficcato in terra  o dalla purezza dei petali bianchi piantati in cielo? Non importa, un odore per sedurre deve confondere.

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