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Valerio Varesi: “Raccontare vuol dire tentare di rimettere in fila i fatti e di organizzarli in cammino”

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E’stato corrispondente da Parma per La Stampa e La Repubblica. Ha lavorato alla Gazzetta di Parma e dal 1990 è passato alla redazione bolognese di La Repubblica.

E’stato corrispondente da Parma per La Stampa e La Repubblica. Ha lavorato alla Gazzetta di Parma e dal 1990 è passato alla redazione bolognese di La Repubblica. Il suo primo romanzo giallo, pubblicato, risale al 1998, “Ultime notizie di una fuga” (Mobydick Editore). E’ solo il primo di una lunga serie. Altri romanzi e racconti sono seguiti e un commissario è nato dalla sua penna: il Commissario Soneri. Valerio Varesi è il giornalista, è lo scrittore ed è anche il padre di quel Commissario Soneri di cui Luca Barbareschi ha indossato gli abiti nella serie di sceneggiati  per la Tv  “Nebbie e Delitti”. Tra qualche giorno, il 9 novembre, il suo ultimo lavoro,  “E’ solo l’inizio, Commissario Soneri“, (Sperling & Kupfer Editore), sarà in libreria.

 

 

Come è nato lo scrittore Valerio Varesi?

Ho cominciato a scrivere molto presto, ma senza pubblicare. Poi gran parte delle mie energie sono state convogliate nell’attività giornalistica cominciata già durante gli studi universitari. Di fronte alle numerose storie proposte dalla cronaca, mi è ritornato il desiderio di riprendere la primaria passione narrativa.

 

Quale è stato il momento o l’evento che ti ha fatto ritornare il desiderio?

E’ stato quando mi sono imbattuto nella vicenda della famiglia Carretta. C’era un mistero ed era necessario qualcuno che indagasse. E’ così nato il Commissario Soneri. E da quel che ho appena detto si intuisce quale rapporto esista tra il me stesso giornalista e il me stesso scrittore.

 

Che cosa significa, oggi, in Italia scrivere gialli o noir, rispetto a qualche anno fa?

Il dato eclatante è l’esplosione di questa narrativa diventata di moda. Difficile dire se perché si sono moltiplicati gli autori  o perché gli editori, visto il successo, spingono in questa direzione. Certo è che a partire dal suo sdoganamento dal limbo di letteratura di serie B o paraletteratura negli anni ’90, molti autori hanno imparato a raccontare l’Italia attraverso il giallo/noir. Io credo che proprio questa sia la chiave migliore per scrivere con tale registro in un paese pieno di misteri. Per me non conta tanto il giallo in quanto trama, ma in quanto portatore di un contenuto di analisi della realtà e di critica sociale.

 

Quale sarà, secondo te, il futuro del giallo/noir in Italia?

Devo constatare che negli ultimi anni si assiste a una inflazione del genere che porterà, credo, allo scoppio di questa sorta di “bolla speculativa”. Ci sono troppi autori che continuano a seguire la strada tradizionale caratterizzata dal triangolo omicidio-inchiesta-soluzione senza nessun altro compito di indagine sociale. Secondo me è un cammino che non porta a niente: è un po’ ingenuo.

 

Come è  il “tuo” Commissario Soneri?

Soneri è un commissario atipico nel senso che è induttivo, riflessivo, pacato, incazzato e deluso con un filo di nostalgia per il passato. E’ il contrario dell’uomo d’azione.

 

E’ cambiato diventando personaggio televisivo?

La televisione non l’ha cambiato tanto a parte la maggiore fisicità di Barbareschi. Semmai ne ha fatto un personaggio dell’immaginario collettivo e di questo un autore deve tenere conto se non altro perché dev’essere cosciente di quanto la sua creatura sia più popolare di lui.

 

Quanto ti somiglia?

Soneri mi somiglia per una ragione affettiva e per una ragione tecnica. Per quanto riguarda la prima, un personaggio seriale dev’essere amato sennò finisce che lo detesti. Per quanto riguarda la seconda, invece, visto che, scrivendo, devo guardare la realtà con i suoi occhi, ho fatto sì che coincidano coi miei per rendere tutto più facile.

 

Che tipo di società viene fuori dalle tue opere?

Ahimé, la società marcia e corrotta che tutti i giorni sperimentiamo. Un mondo dentro il quale un commissario tenta di restituire un minimo di ordine ben sapendo che si tratta di un’opera inane come le fatiche di Sisifo. Spesso la sua azione fa più leva sugli imperativi etici che sul ruolo che gli è assegnato, visto che la polizia, suo malgrado, è funzionale a un potere ingiusto e spesso iniquo.

 

Che cosa significa, per te, essere scrittori oggi?

Sull’essere scrittori ci sarebbe da dire molto. In sintesi credo che si possa riassumere così: il tentativo di estrarre dal caos dell’informazione che rimbalza nel villaggio globale, un minimo di senso. Raccontare vuol dire tentare di rimettere in fila i fatti e di organizzarli in cammino. Narrare è restituire un logos alle cose. E’ un bisogno umano. Anche l’umanità ha bisogno di grandi narrazioni com’erano le filosofie della storia. E oggi che sono scomparse, tutti noi ci sentiamo smarriti nella liquidità del mondo di cui stentiamo a capire il cammino

 

A cosa stai lavorando in questo periodo?

Sta per uscire “E’ solo l’inizio, Commissario Soneri” e si tratta di un’inchiesta sulla morte per accoltellamento avvenuta ai giorni nostri di un ex leader del ’68 parmigiano. Il libro è l’occasione per raccontare questa generazione vista da uno che è venuto dopo e i conflitti generazionali che si sono innescati. Una novità è anche lo scenario. Ai consueti contorni nebbiosi del Po e di Parma o alle nevi dell’Appennino, si aggiunge il mare della Liguria con la sua luce e il suo tepore.

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