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La casa al piano terra e i Giardini della Biennale di Architettura di Venezia

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A Venezia, da anni andiamo ospiti, durante le nostre visite, in un piccolo appartamento al piano terra, situato proprio vicino alla stazione ferroviaria.

A Venezia, da anni andiamo ospiti, durante le nostre visite, in un piccolo appartamento al piano terra, situato proprio vicino alla stazione ferroviaria. Per sdebitarci con gli amici che ce lo prestano, proponiamo loro di occuparci di affittarlo per brevi periodi, ai turisti che arrivano a Venezia.

Il vantaggio, spieghiamo agli amici veneziani che abitano altrove, sarebbe di poter apportare, con i soldi guadagnati, delle migliorie alla loro casa, trascurata perché nel tempo è diventata una casa di passaggio.

L’appartamento conserva, negli arredi caldi del salotto, nei dipinti del nonno che è troppo anziano ormai per andarci, nelle foto appese al muro, la memoria di questo nucleo familiare che l’ha un tempo abitata stabilmente.

Per ispirare lavori di restauro della casa, dopo averla fotografata inondata della luce che penetra dalle vetrate del soggiorno, decidiamo di visitare la seconda parte della Biennale di Architettura, quella che si tiene ai Giardini.

Giunti alla fermata del traghetto “Giardini”, pochi passi e siamo dentro il verde di questo parco, disseminato di padiglioni che ospitano le installazioni dei vari paesi partecipanti.

Il rettilineo ghiaioso subito dopo l’ingresso ospita il padiglione del Belgio, in cui sono in mostra pavimenti di varia foggia. Parquet, linoleum, tappeti, su cui sono impresse le impronte di mobili e suppellettili, vissuti per anni e ora appesi a quei muri, come la moquette rossa a cui manca un pezzo, ritagliato per modellare chissà cosa nel muro.

Materiali partecipi della storia di chi li ha abitati. Scarna, essenziale, un po’ triste a dire il vero, lasciamo velocemente questa mostra retrò,  per dirigerci verso la fine del viale, dove sorge  il candido  Palazzo delle Esposizioni, luogo di raccolta di alcune delle più avvincenti opere in mostra.

In una delle prime sale incontriamo il progetto dello studio Fiona Tan + Kayuzo Sejima (Direttrice della Biennale di Architettura in corso) & Associates + Office of Ryue Nishizawa.  Due plastici bianchi sono mollemente distesi sul pavimento della sala, una colata di plastilina rappresa nell’aria condizionata. Sulla sommità di uno dei due, in forma di collina terrazzata, una sorta di occhio di vetro, costruzione commissionata dalla Fondazione  Naoshima Fukutake per il Museo d’Arte, già ultimato, sull’isola di Teshima (Giappone).  Quell’occhio di vetro, che si eleva fino a 60 m, é composto da un unico ambiente con tanti fori,  da cui penetra la luce e la natura circostante, digradante verso il mare.

Natura bianca e indefinita sull’altro plastico, un paesaggio pianeggiante, dove naviga una barchetta candida, che sembra quella di Braccio di Ferro.

Dopo questa visione zen futuristica, visitiamo l’installazione chiamata Cronocaos, al cui creatore, l’olandese Rem Koolhaas, è stato assegnato il Leone d’Oro alla carriera. E’ composta di due sale; nella prima troviamo alcuni arredi d’epoca: si tratta di mobili che arredavano l’ufficio di un militare delle SS, in Germania.

La parola SS e quegli stessi, inermi mobili, ci fanno rabbrividire. Eppure, mentre osserviamo quella sedia su cui è seduta la bella ragazza che legge, ai brividi si sostituisce un senso di pace, la violenza distruttiva del passato del militare viene come per magia cancellata dalla ragazza e dalla mitezza di questa giornata di sole.

Scopo dell’autore è mettere a confronto due scuole di pensiero: quella favorevole al restauro degli edifici e quella contraria, poiché rinnovare è impossibile, meglio distruggere e ricostruire.

La sala allestita da Andrea Branzi, architetto e designer, riproduce città i miniatura, contenute dentro teche a specchio con palazzi fatti con scatole di cereali Kellog’s .

La nostra è una visione dall’alto, come Gulliver siamo giganti a Lilliput,  gioco o realtà, non importa.

Una citazione della poesia di James Merrill, The Changing Light at Sandover,   la troviamo appesa al soffitto in lettere al neon:  Joanna (Chapter one) prende l’aereo e osserva gioiosa il mondo dall’alto finché d’un tratto intravede il paradiso:

“……and all these visible at once , while heaven, quartered like a billionaire’s coat of arms, put on stupendous airs……….”

Si è fatta ora di pranzo e tornati con i piedi per terra cerchiamo un posto per mangiare. Il ristoro del Palazzo delle Esposizioni è opera d’arte Pop, premiata alla 53ma Mostra d’Arte di Venezia (2009) con il Leone d’Oro. I panini in mostra però, non convincono per niente: quello scelto è insalata sciapa e stantia con pollo insapore. Fortuna che il caffè è fragrante, ce lo gustiamo all’esterno del Pop, nel  giardino assolato.

Davanti a noi passa una coppia di giovani con bambini. Per i bimbi, trascorrere qualche ora nel parco giochi Biennale è un vero spasso: scorazzano nel giardino, con i suoi giochi di luce ed ombra, scoprono le colorate e a volte astruse installazioni; il fratellino grande si mette a rincorrere un piccione, arrivato a rinfrescarsi dalla vicina Piazza San Marco. Forse è volato via dalla fila infinita per entrare in Basilica, che quasi non si vede, dal momento che tutta l’attenzione è dedicata a non calpestare i piedi di chi ci sta davanti.

Abbandonato il Palazzo delle Esposizioni iniziamo la visita dei padiglioni, suddivisi geograficamente in due territori da un canale, con alcune barche ormeggiate.

Sfarfallio d’oro nel salone egiziano con tanto di custode – pin up egizia – che parla al cellulare. Curve maestose che riproducono una galleria, sorvegliata da Faraone anch’esso d’oro.

Cuore dell’installazione austriaca è una grande turbina argentea che vista in sezione ci appare come scheletro di balena e quella ragazza che fotografa sembra Giona appena sputato dal suo ventre; ma è anche galleria aerea, motore futurista, forza propulsiva, tanto che l’installazione è corredata dei progetti preparati da giovani architetti, della loro idea di futuro.

Il padiglione canadese è un incanto: forme zoomorfe galleggiano in un fondale nero, illuminato dalla vetrata che dà sul giardino, così rigoglioso in quel punto da essere in ombra. Le opere si muovono azionate da fili invisibili che emettono un lieve fruscio nell’azione. Ombre luminose e vive, ci ricordano i fiocchi di neve del Canada, il suo freddo polare e la grande civiltà, il silenzio, di un paese immenso di cui mai si sente parlare.

Il padiglione ceco è il paradiso dei balocchi, non c’è Geppetto, né Pinocchio ma tutta la sfera delle possibili costruzioni in legno, fatte con pezzi piccolissimi e tutti squadrati. Con quei Lego di legno l’artista ha costruito una cappella in un bosco e tutto intorno a noi pareti, pavimenti e una superba scala sono il frutto della mano geniale ed esperta del maestro ceco. Chapeau!

Quello francese mette a confronto quattro città e il loro tessuto urbano – niente di che – ma le tende che schermano l’entrata palladiana, creano nel vestibolo un gioco di colore festoso: sembra di stare dentro un’arancia matura, appena morsa da un gigante.

La stanchezza comincia a farsi sentire tanto che, giunti ad uno spiazzo del giardino assolato, ci allunghiamo su una panchina che sembra messa lì apposta per un riposino.

Meditiamo su quanto visto finora, su quanto ancora dobbiamo vedere, con quel bel sole in faccia che invita a dormire. Grandi idee per il restauro della casa, fin lì, non ce ne sono venute. Per scacciare una mosca inopportuna apriamo gli occhi, appena in tempo per vedere passarci accanto un gruppetto di operai della Biennale con vernice, pennelli e una scala. Sono sporchi di vernice, infarinati di bianco, per probabile recente scartavetratura di pareti.

Idea! Anche economica e fattibile nel breve periodo: potremmo dipingere le pareti della casa dei nostri amici di bianco, via l’intonaco bagnato troppe volte dall’acqua alta veneziana e fuori i bei mattoni nudi, da lasciare a vista come nei film di Woody Allen. Via anche la moquette che sa di polvere, sostituita da gres porcellanato bianco ghiaccio, su cui poggiare tappeti Kilim a tinte calde.

Due tre lampade Ikea e il gioco è fatto. Non potremo mai ultimare il lavoro ma avviarlo sì, una prova in un angolo della casa per vedere l’effetto.

Ci avviamo verso l’uscita e preso al volo il vaporetto ce ne torniamo in zona Dorsoduro, per acquistare il materiale necessario alla prova restauro in ferramenta.

Il negozio, ubicato subito dopo un ponticello, è minuscolo, sa di sapone e ci lavora solo il padrone, che indossa il grembiule d’ordinanza. Non ha fretta nel cercare le cose richieste e nell’attesa di essere serviti c’è modo di studiare la mercanzia in vendita. In un espositore, dei portachiavi con luce incorporata sono legati da una funicella, a prova di furto. Quando arriva il nostro turno, scegliamo il necessario per la pittura e, cosa più urgente, dovendo riparare una serranda della casa che non si apre, chiediamo al venditore consigli su come fare.

– Vede – ci spiega – per questo preferisco pagare piuttosto che andare ospite, quando viaggio; queste case qui intorno sono sempre chiuse e quando le si abita, così saltuariamente, si rompe sempre qualcosa.

Vorremmo spiegare che la casetta al pianterreno sfuggirà presto a questo triste destino ma la fila dietro di noi si è allungata e anche se nessuno protesta, paghiamo il conto e usciamo, per iniziare il lavoro e fare sì che la casetta, dipinta di bianco, sia di nuovo amata; dagli amici in transito o dai turisti paganti non importa. Saranno loro ad animare quel bianco, a dargli tono e colore, a farlo vivere ancora.

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