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Il film: Seraphine. Un delicato ritratto di un’artista visionaria.

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Quella che zampilla dalle sue tavole è una natura raffinata e nello stesso tempo selvaggia, specchio della dualità di un’anima che, proprio con la natura, si identifica.

Quella che zampilla dalle sue tavole è una natura raffinata e nello stesso tempo selvaggia, specchio della dualità di un’anima che, proprio con la natura, si identifica. È il ritratto di una singolare pittrice francese del Primo Novecento che Martin Provost ci ha offerto attraverso Séraphine, lungometraggio vincitore di ben sette premi César.

A Senlis, cittadina situata a cinquanta chilometri a nord di Parigi, una donna di mezza età, goffa e introversa, svolge pesanti lavori domestici di giorno per calarsi poi, di notte, nei panni di pittrice autodidatta.

Topico sarà per Séraphine (Yolande Moreau) – e per la tessitura del film – l’incontro con un mercante d’arte tedesco, Wilhelm Uhde (Ulrich Tukur), primo acquirente di Picasso e mecenate di Henri Rousseau. Scoprendo per caso un piccolo dipinto di colei che sarà proprio la sua governante durante il soggiorno a Senlis nel 1914, Uhde promette alla donna di coltivarne e supportarne  l’innato talento. Una nota di merito a Provost per aver abilmente caratterizzato il profondo e spirituale rapporto instaurato tra i due personaggi. Due spiriti solitari e sradicati dalla società, l’una relegata all’infimo gradino di serva e l’altro ghettizzato perché omosessuale. Quel che più li unisce è l’amore viscerale per l’arte che esula dallo scopo di lucro: Séraphine dipinge solo perché così le è stato ordinato da un angelo custode e il motto di Uhde non è collezionare per vendere ma vendere per collezionare. La dipendenza che svilupperà la pittrice verso Uhde la condurrà ad un progressivo aggravarsi delle sue condizioni psichiche, soprattutto quando l’uomo lascerà la Francia a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Ed ancora, quando l’abbandonerà una seconda volta durante la crisi del ’29, anno in cui sia gli acquirenti che i finanziamenti per l’allestimento di mostre  scarseggiano.

Più che un biopic in grado di restituire un quadro d’insieme della vita di Séraphine, Provost accende i riflettori solo sul periodo coincidente con la produzione artistica della donna. Dal primo incontro con Uhde, passando per l’evoluzione e sublimazione della sua arte fino allo spegnersi del ‘sacro fuoco’. “La pittura è scomparsa nella notte”, così dirà Séraphine internata nell’ospedale psichiatrico di Clermont-de-l’Oise  per allucinazioni e pensieri deliranti.  Muore nel 1942 ma il valore della sua arte verrà elogiato postumo con la mostra dedicata ai ‘Cinque primitivi’ allestita dallo stesso Udhe.

Il regista ci mostra i dettagli della vita di Séraphine accompagnandola con la macchina da presa mentre valica scalza lussureggianti sentieri, mentre attraversa torrenti o s’immerge nuda dentro laghetti, proprio per sottolineare quel suo processo di comprensione della natura, concepita  come rifugio incontaminato nella quale lei si fonde perfettamente. La simbiosi di Séraphine con la natura viene, inoltre, resa con le significative sequenze in cui abbraccia gli alberi, parla con i fiori, resta per ore in contemplazione dei paesaggi sottoponendosi direttamente alla loro mistica influenza. Già in queste scene viene abbozzato il suo precario equilibrio psichico che degenererà poi nella seconda parte del film.

Offuscata dalla gloria di Rousseau, la pittrice è stata privata ingiustamente del primato di progenitrice e di massima esponente dell’arte naïf (o come amava definirla Uhde, “arte primitiva”). In effetti, lo stile espressivo che percorre la produzione di Séraphine ben incarna gli ideali di tale corrente. Priva di una qualsiasi formazione accademica, segue solo il proprio istinto e restituisce con la propria genuina visione forme di realtà alterate, quasi fiabesche. I suoi soggetti sembrano muoversi, parlare e vibrare minacciosi. Tramite un’esecuzione apparentemente elementare e priva di prospettiva, dà vita, non ad una statica natura morta ma a un’esplosione di tragica tensione. Foglie, fiori, frutti, steli e rami moltiplicati in serie, che prima traspone su piccole tavole di legno e che, poi, negli ultimi anni di attività, su pannelli di due metri. Provost ha preferito utilizzare nella pellicola colori tenui per porre in risalto esclusivamente le tinte fiammeggianti e febbrili dei quadri di Seraphine. La corposità della materia pittorica non è altro che il risultato dell’abile mistura, da lei stessa ideata, di elementi attinti dalla vegetazione, uniti alla cera rubata nelle chiese e al sangue di animali sottratto in macelleria. Il regista traduce quei colori brillanti in “metafore trascendentali” delle varie esperienze terrene non vissute dalla donna.

Sia la tenerezza che la follia di Séraphine sono espresse da una strepitosa (e somigliante) Yolande Moreau che evita di ripiegare verso una recitazione troppo sopra le righe. “Non interpreta Séraphine, la incarna”, dice il regista.

Provost più che celebrare le sue opere, intende omaggiare la forza e l’originalità del personaggio. Un’artista visionaria che racchiude in sé grazia e rozzezza, saggezza e follia, semplicità e complessità, realizzazione e autodistruzione. Un’eroina che è stata in grado di rovesciare i dettami borghesi e i tabù dell’epoca.

 

Titolo originale: Séraphine
Regia: Martin Provost
Genere: Drammatico
Paese: Francia, Belgio 2008
Durata: 125′
Produzione: TS Productions
Distribuzione: One movie
Cast: Yolande Moreau, Ulrich Tukur, Anne Bennent, Geneviève Mnich, Nico Rogner, Adélaïde Leroux, Serge Larivière, Françoise Lebrun

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