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E adesso, che facciamo?

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In quel periodo mia moglie si era messa in testa di fare fuori la vecchia pianta che avevamo in giardino da vent’anni. Era stata licenziata dal direttore del supermercato nel quale aveva fatto la cassiera per oltre un decennio e una mattina si era svegliata risoluta a dare un nuovo senso alla sua vita.

In quel periodo mia moglie si era messa in testa di fare fuori la vecchia pianta che avevamo in giardino da vent’anni.

Era stata licenziata dal direttore del supermercato nel quale aveva fatto la cassiera per oltre un decennio e una mattina si era svegliata risoluta a dare un nuovo senso alla sua vita.

Si era procurata un’ascia, dei guanti da lavoro e – cosa di cui non avevo capito né l’utilità né lo scopo – un cavo d’acciaio lungo tre metri, munito di ganci alle due estremità.

A questo impeto iniziale era seguita una fase di relativa calma, durante la quale si era limitata a studiare la pianta tenendosi a distanza; ogni tanto usciva e la annaffiava, come aveva fatto quasi ogni giorno negli ultimi vent’anni.

Tutte le mattine sorseggiava il suo caffè davanti alla finestra della cucina e, con uno sguardo fisso da far paura, ripeteva:

“Domani la taglio. Domani esco, prendo l’ascia e la taglio”.

Guardava la pianta – una palmetta alta poco più di un metro, con le fronde spelacchiate e il fusto scorticato – e ne pianificava alacremente la distruzione. Poi si voltava verso di me e mi diceva:

“E tu, vecchio idiota che non sei altro, cosa ne pensi? La dovrei tagliare?”.

Io mi limitavo ad alzare le spalle e a portarmi il caffè in soggiorno, dove cercavo di riprendere la lettura del giornale in santa pace.

Non avrebbe mai avuto il coraggio di abbattere a colpi d’ascia quella povera, vecchia palmetta. Non dovevo fare altro che aspettare che le passasse. E, nel frattempo, bere il mio caffè in soggiorno, sdraiato sul divano, invece che seduto al tavolo della cucina.

Poi, una domenica mattina, qualcosa era cambiato.

Quando ero arrivato in cucina per prendere il mio caffè, lei non c’era. Al suo posto, appoggiati sul ripiano sotto la finestra, c’erano l’ascia, i guanti da lavoro e il cavo d’acciaio.

“Allora, me la vuoi dare una mano o no?”, mi aveva detto cogliendomi di sorpresa.

Mi ero voltato e lei era lì, dietro di me. Indossava una salopette di jeans che non metteva da almeno trent’anni.

“Sei ridicola con quella roba addosso”, le avevo detto. Lei era sembrata sorpresa. “Ormai sei troppo vecchia. E quella è roba per giovani”.

Lei aveva alzato il mento e mi aveva guardato da capo a piedi.

“Prova a renderti utile in qualcosa e aiutami a sradicare quella stramaledetta pianta”, aveva detto.

La vidi sparire in giardino, con i guanti e l’ascia in una mano e il cavo nell’altra. Io mi sistemai sul divano e accesi la tv. Avevo appena trovato un documentario davvero interessante sui metodi usati per la demolizione dei grattacieli, quando sentii uno schianto metallico provenire da fuori.

 

Mi precipitai alla porta e, una volta in giardino, mi si presentò davanti agli occhi una scena raccapricciante. La mia auto -una Giulietta del ’79 ancora in perfette condizioni- ferma in mezzo al marciapiede; il paraurti posteriore steso a terra, agganciato col cavo d’acciaio al fusto della pianta; mia moglie china sotto quel metro di palmetta, ferocemente intenta a scavare attorno al fusto, come in preda a un raptus.

Rimasi piantato a terra per qualche secondo. Guardavo ora la Giulietta ora mia moglie e non mi sapevo decidere. Entrambe le questioni sembravano della massima importanza e, soprattutto, da risolvere con la massima urgenza.

Alla fine, mi mossi verso mia moglie. Quando la mia ombra le coprì la faccia, lei sollevò lo sguardo, asciugandosi con il dorso di una mano il sudore dalla fronte. Aveva gli occhi rossi e lucidi, come se dovesse mettersi a piangere da un momento all’altro. Non disse niente. Io pure, rimasi in silenzio.

Mi chinai sotto la palmetta e presi a scavare vicino al fusto dalla parte opposta, finché intorno alla base non si creò una voragine. A quel punto le indicai l’ascia e lei me la porse. Diedi dei colpi decisi, angolati e potenti. Il fusto si inclinò leggermente, poi di colpo cedette e cadde a terra. La palmetta, finalmente, non esisteva più.

A quel punto guardai mia moglie. Aveva un’espressione indecifrabile e soprattutto, cosa per lei insolita, non parlava. Guardammo la parte di palmetta che era rimasta tenacemente ancorata alla terra. Erano solo pochi centimetri di fusto, che si protendevano verso il basso attraverso radici che immaginavo immense e in grado di staccare il paraurti di qualsiasi tipo di veicolo.

“Dici che può ricrescere qualcosa da lì?”, mi domandò mia moglie.

Io le dissi che non ne avevo idea.

“E adesso, che facciamo?”, mi chiese.

Io mi caricai il fusto della palmetta su una spalla e andai al cassonetto, giù in fondo alla strada. Ci scaricai dentro la carcassa e tornai indietro.

 

Quando arrivai di nuovo vicino al mio giardino, mia moglie era ancora lì. Dava l’acqua ai resti della palmetta. Ogni tanto passava una mano sotto il getto e si bagnava la faccia. Sembrava una bambina con quella salopette addosso, mentre sorrideva e si bagnava con l’acqua in giardino. Poi spense l’acqua, si asciugò le mani sulla salopette e rientrò in casa.

Io rimasi per qualche minuto sul ciglio della strada. Guardai la Giulietta ancora sul marciapiede, il paraurti che si arroventava al sole legato al cavo d’acciaio che terminava nel nulla. Avevo la sensazione di dover fare qualcosa, ci pensai un po’ ma non mi venne in mente niente, così anch’io rientrai in casa.

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