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Ragazzino dell’isola e le fere. Il ‘mio’ Horcynus Orca (seconda parte)

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"Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi."

Leggi qui la prima parte

 

“Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi.”

[L’incipit del romanzo di Stefano D’Arrigo, nella 1a ed. Mondadori, gennaio 1975]

All’inizio si fa fatica ad orientarsi, in un mondo di parole e di immagini, di entità sconosciute e di simboli.

L’ambiente che si credeva di conoscere e che sembrava così reale, si fa indistinto; un linguaggio pieni di rimandi, che non si riesce a comprendere appieno. Il mare e le sue rive – i pescatori, le donne, gli stessi pesci – hanno nomi e comportamenti inconsueti, inesplicabili…

Chi si avvicina a quella terra, chi si addentra nel romanzo, si accorge presto di essere entrato in un mondo fluttuante; la narrazione è fin dall’inizio, nella presentazione dei luoghi – un tratto di costa e il mare dello scill’e cariddi -, insieme reale e fantastica:

 

Qualcosa, in Sicilia, che per la coloritura violacea riflessa dall’acqua sembrava una grande troffa di buganvillea pendente sulla linea dei due mari, brillò per un attimo dal mezzo della nuvolaglia e poi il brillìo cessò e lo seguì un risplendere breve breve e bianco di pietra, e allora, nel momento in cui spariva nella fumèa, riconobbe lo sperone corallino che dalla loro marina s’appruava, quasi al mezzo, per spartirli, fra Tirreno e Jonio”. [dalla seconda pagina del romanzo; p. 8 della 1a Ed. Mondadori 1975]

 

Fata Morgana disarticola la visione; allontana e avvicina la costa in un barbaglio di luce che sembra vero e invece è un miraggio” [da Tea Ranno – V. su “O”: Da sponda a sponda
 del 4.02.07].

 È come entrare in un paese straniero. Le cose che si vedono intorno hanno sicuramente un senso, ma in un contesto e in una lingua che non si riescono ad afferrare.

Si entra nel libro di D’Arrigo con chiavi diverse; ciascuno riesce a focalizzarne solo una piccola parte, in relazione a suoi interessi e conoscenze. E quel che attira – si capisce ‘a posteriori’ – ha radici profonde in noi stessi, nel passato e nei ricordi.

Così è accaduto nella presentazione del libro su “O” [Cfr: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo] e negli altri due pezzi, rispettivamente focalizzati sulla magia delle donne [V. su “O”: Horcynus Orca: le fere, la deissa
 del 28.09.10] e sulle suggestioni del mare e della pesca.

Ma intanto e quasi senza avvedersene – via via che si procede nell’esplorazione dei luoghi e ci si addentra nel romanzo – si è soggiogati; presi nella rete del senso dell’insieme.

 

Si accede all’opera per un suggerimento ascoltato tempo prima e lasciato sedimentare; per una pagina letta per caso o un personaggio che aveva incuriosito. Qualcuno attraverso la lingua, che suona familiare, per certe risonanze profonde; qualcuno attratto da suggestioni marinare: un particolare barbaglio di luce sull’orizzonte; la luminescenza del mare di notte, una spiaggia deserta a perdita d’occhio, disseminata di relitti e di ‘fere’morte. Un inconsueto modo di raccontare, per associazioni e rimandi, attraverso un ‘flusso di coscienza’ mai conosciuto in quella forma.

O per richiami ancora più nascosti: la fascinazione del ‘Mito’, o della ‘Metamorfosi’, come scrive Giuseppe Pontiggia nella prefazione alla seconda edizione Mondadori. Per qualcuno l’attrazione deriva dalla stessa difficoltà dell’approccio, che impegna ad un’ardua disciplina: adepti di una ristretta setta di estimatori. Dice George Steiner che davanti ad un romanzo così seducente, continuamente si è combattuti tra la voglia di parteciparlo ad altri ed il piacere solitario di tenerlo tutto per sé.

(spaziare)

Contribuisce alla curiosità anche la travagliata e del tutto unica vicenda editoriale del libro, che con il titolo “I fatti della fera” fu consegnato all’editore (Mondadori) nel 1961. Ritirato dall’Autore “per correggerne più rapidamente le bozze” fu rimaneggiato per ancora 14 anni (!). Arrivò alla pubblicazione nel gennaio ’75 con un altro titolo – “Horcynus Orca”, appunto – e un numero di pagine quasi doppio (1257) rispetto alla prima stesura.

 

 Le diverse edizioni di un libro tuttora difficile da trovare. In ordine cronologico di pubblicazione: l’edizione Mondadori del gennaio

1975; Oscar Mondadori 1982; Rizzoli, ottobre 2003. “I Fatti della Fera”: Rizzoli, 2aedizione, 2009 (la 1a Ed. è del 2000)

Confesso di essere stato preso dal libro, aggregato ad un universo di coordinate comprensibili, solo a partire dall’episodio (p. 91) che introduce quei gran personaggi che sono per D’Arrigo ‘le fere’

“…quell’uomo, uno scardellino alto un palmo… (…) che veniva in sopra dalla riva, tirando per le redini di corda un cavallone bianco… (…) …e sulla groppa, per tutta la lunghezza tra criniera e coda, c’era come un ammasso brunastro e sgocciolante che gli parve sagomato ad animale marino, però che specie d’animale non gli fu chiaro subito. (…)

– Ma che portate a st’ora di mattino?

– Là, vedete, porto acqua di mare che s’usò sempre purgativa… (…)

E là, vedete, quel lordume di carne, quella è una fera che porto, pescebestino, con rispetto parlando, pesce immangiabile in altre parole, perlomeno in tempo di pace: barbaro animale, capriccioso e pestifero, ma forse a voi che non siete del mestiere, vi viene a sconoscere come fera e la conoscete invece come delfino, eh?” (p. 91).

Compare qui per la prima volta una delle figure fondamentali del romanzo: la fera o il delfino. Ma sono lo stesso animale? Molte pagine dell’Horcynus sono dedicate alla questione, con argomenti a favore e dotte confutazioni. Di qui in avanti esse – le fere – dilagano (p. 95 e segg): ne riparleremo. Intanto la visuale si allarga. Al mare di notte…

 

Il passaggio notturno, in mare, delle fere: “…si era risvegliato con l’impressione che lì davanti, rivariva, passassero dei naviganti sciroccati che andavano aggiornando, facendo conversario sul ponte con grande parlantina, e gettandosi l’un l’altro versetti lagnosi e gridandosi un po’ a lacrima e un po’ a riso.” (p. 100)

 Si estende alla spiaggia, disseminata di cadaveri di fere e di relitti …

 

 “…l’aria, tutta riflessi e barbagli, pareva ardervi intorno, scheggiata e misteriosa e le carcasse, con quello stesso rifiato di fuoco dell’aria, sembravano trasmettere come un messaggio in quella solitudine, significare qualcosa.” (p. 99)

 

 …perché anche da morta la fera mantiene  la sua smorfia beccuta, maligna e sfottente, come la mantiene per la mirìa di facce che fa da viva… (p. 97)

 

“La fera è già carogna da viva a mare, e figuratevela morta e arenata.” (p. 96) “Di queste carogne ce n’era di fresche ancora… (e…) …di vecchie stantive, spolpate fino all’osso da cani e uccellaci di passo, asciugate dal sole e rilucenti di sale.” (p. 98)

 

 Le fere sono più spesso descritte da vive; e in che modo vive!

“Dovete sapere che prima, per questi paraggi, non l’ebbimo mai il bene di vederla morta, la fera, ma sempre e solo viva, e viva, poi, che non si contentava di essere solo viva ma viva vitaiola, che faceva la gran vita, che sarebbe divertimento e sterminio: perché capite, arrivando qua, cadeva nell’oro, pesce ne trovava d’ogni grandezza e sapore… (…) che le usciva dagli occhi. Che bisogno aveva, dopo che s’addobbava come una troia, di venirci a rovinare le reti a noi? Nessun bisogno, bisogno solo della sua natura barbara.” (p. 96)

 Arriviamo anche, qualche pagina più avanti, ad approfondire la conoscenza con gli stralunati frequentatori della spiaggia; all’episodio dell’uomo vestito delle divise di tutti gli eserciti, di tutte le guerre. Pervaso di un antimilitarismo sottile e straniato:

“Era un vecchio spiaggiatore che a prima vista gli era parso di conoscere, come della stessa razza misteriosa di quelli che si vedevano passare per la marina di Cariddi, maitino o serotino, cercando con un ramo, tra rigetti, lordure e corpi estranei del mare (p. 101).

Un “grifone”“quel vecchio linguto e occhiuto” (…) “…un vecchio che s’andava insoldatando allora allora con le pezze dei soldati freschi morti e freschi vivi, con un suo preciso scopo, preciso e manifesto: – In previsione di morte. Vi riesce loquente? – diceva. Oggi come oggi, chi mi degnerebbe di uno sguardo se mi lasciassi pescare a morire in borghese per queste spiagge?” (…)
“Per questo mi tengo al mare, anzi ci vado quasi coi piedi dentro e raro mi discosto. Basta che mi cado morto dove spuma e la finanza non appena m’avvista, mi corre vicino, mi vede divisato, soldato regolare, e mi degna persino d’un saluto sugli attenti, e m’onora di sepoltura…” (p. 103).

Gli onori de “…la morte più pregiata, più privilegiata del momento, che era per l’appunto morte soldatara, non la solita morte di sempre, borghesara.” (pag. 104).

Da quelle pagine – da quella spiaggia – sono stato irreversibilmente agganciato alla storia; forse per aver tanto fantasticato delle fere; certo anche per aver conosciuto da vicino un vero pellesquadra.

I pellisquadre di Cariddi, pescatori d’esperienza, rotti a ogni tempesta, cosiddetti perché hanno la pelle come lo ‘squadro’, cioè lo squalo, che in dialetto prende il nome da ‘squadrare’, ovvero lisciare e pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata; pelli, quindi, come carta-vetro. E come le pelli, i caratteri.

Su quel mondo in cui i bambini, ‘i muccuselli’, avevano le fere come compagne di giochi, avevo molto fantasticato anch’io, a partire dai ricordi d’infanzia dello zì Umbertino…

Come – nel romanzo – la storia del ragazzino di Baia (p. 248), che tutte le mattine raggiunge la scuola sulla groppa del delfino e l’indimenticabile episodio della ‘mezzogiornara’, la feruzza compagna di giochi di Caitanello bambino (Caitanello è il padre di ‘Ndrja, e l’episodio è ricordato dal figlio – Ndr)

 

 Una delle fere: il tursiope (Tursiops truncatus) o delfino dal naso a bottiglia. ‘Truncatus’, così come il nome comune inglese (Bottlenose Dolphin), si riferiscono alla conformazione del rostro. L’espressione atteggiata ‘a sorriso’ dipende dalla posizione obbligata delle mascelle. Sulla porzione apicale del capo è presente lo sfiatatoio, attraverso cui viene espulsa l’aria respirata

“C’è un passato tra noi e quelle… E con quelle intendevano dire le più radicate abitué dello scill’e cariddi, che ancora feruzze con la bocca da latte, tutti i giorni, senza mancare mai, come femminelle attirate dai giochi dei maschi, se la squagliavano dai branchi e venivano a sciacquarsela alla ‘Ricchia’, perchè là, fra le acquette appartate e linguine di rena davanti alla grotta, fere muccuse e pellisquadre muccusi s’appuntavano sempre alla stessa ora, facendo, a coppie, una bella comarchetta di compagnelli e compagnelle: questo se la diceva con quella, perchè una volta che s’incontravano i caratteri, giocavano sempre a coppie fisse.

Quella di Caitanello Cambrìa, la ferruzza con cui se la diceva lui, era appunto la famosa Mezzogiornara, perchè stilava comparire col sole alto, come aspettasse appositamente di avere sopra una splendida luce, per fare, tutta flaccommoda, la sua comparsa nel mare della ‘Ricchia, quando già Luigino con la Dranghita, Cosimino con la Mortadifame, Artù con la Palermitana, Jano con la Scassata, ognuno con la sua insomma, si divertivano ormai da un pezzo.” (p. 265).

 “Quando la feruzza entrava fra gli scogli [Caitanello] la chiamava, (…) …richiamava la sua attenzione  facendole segnali con le braccia e gridando: Mezzogiornara, oh Mezzogiornara, nemmeno se quella si trovasse nei mari di altura: quella che, per quanto muccusa, si sentiva già genio di cocottiare, non appena il compagnello la chiamava, sfarfalliava con le ciglia come per spolverarsi d’un residuo sonno, occhìava intorno e fingendo di vederlo allora allora, faceva la scena  dell’esultanza: caprioleggiava, saltando altissima, sopra, sotto, battendosi sui pettorali con le manuncule e gettando iiih a non finire, ma pure qualche scorreggetta, che per una fera, sia feruzza sia ferazza, suona sempre a musica, dando così ad intendere che la sola vista di lui le faceva perdere la testa, scoppiare il cuore di tamtam del sangue in subbuglio, la faceva insomma risuonare tutta dentro di felicità” (p. 266).

 

 Le fere nell’Horcynus esprimono la profonda fascinazione che sempre esse hanno rappresentato agli occhi dei pescatori, per i loro aspetti così simili a quelli umani: ora amiche, ora nemiche, i pescatori si confrontano con esse alla pari. 

Subito dopo la nascita la madre – spesso coadiuvata da un’altra femmina del gruppo – solleva delicatamente il piccolo verso la superficie, perché possa fare il suo primo respiro. Le femmine dei delfini allattano i piccoli. La loro ghiandola mammaria, grazie ad un muscolo possente, è retrattile ed è in grado di emettere latte sotto pressione. Poiché il piccolo delfino non può poppare, essendo privo di labbra, quando ha fame assesta leggeri colpetti di rostro contro il ventre della madre: il capezzolo allora fuoriesce ed emette uno schizzo di latte direttamente nella bocca semiaperta del piccolo. Il latte è il suo unico cibo per 19 mesi, talvolta anche molto più a lungo.

 

Un manuale illustrato per riconoscere le grandi creature del mare l’avevo cercato per la verità anch’io, spinto dalla stessa esigenza di riportare alla realtà esseri e/o vicende che nel romanzo continuamente trapassano dal reale, all’irreale; dal fantastico al simbolico. Lì avevo anche imparato che i grandi mammiferi marini, le balene, le orche e i delfini hanno la coda piatta, a differenza degli altri pesci, inclusi gli squali… E nel libro la coda (dell’Orca) ha un particolare rilievo…

 

“Venne difatti, verso il ventinove, trenta, il signor Cama, mandato come Delegato di Spiaggia. Venne lui e quel suo famoso libro colorato di scene e figure di giganti marini: lui e quel suo arcamelecca di libro, dal quale non si separava mai, nemmeno a letto, per cui se qualche volta non l’aveva in mano, o sottobraccio, o sulle ginocchia, sembrava un poco nudo” (p. 657).

 

Lo scrigno delle meraviglie del mio libro sui grandi mammiferi marini (1a edizione manuali Fabbri, 1995): una piccola ‘arcamelecca’ rispetto al ‘Manuale di Cetologia illustrata del signor Cama’

La Morte nell’Horcynus. Opposta alle fere – e loro mortale nemico – è l’Orca (Orcinus orca) che nella trasfigurazione romanzesca di D’Arrigo – già dallo stesso nome ‘Horcynus Orca’ – ha poco o nulla dell’animale marino reale. Già dalla sua prima apparizione, mentre si ridesta negli abissi:

“La sua mente si smuoveva dal sonno di roccia, avvolta in nebbie fitte, in nuvolosità nere fumose, il suo corpo immenso andava spostandosi nelle tenebre sterminate, impenetrabili dell’abisso, entro cui combaciava con le grasse scannellature e i grumi di sangue nero, nero come di pece, per tutta la sua terrificante, alta e lunga grossezza, come in un fodero di velluto nero, l’enorme mole affusolata andava spostandosi con possente, inesorabile lentezza: il fenomeno di natura fatalmente aveva inizio, fatalmente si muoveva al suo fine. Dagli sprofondi abissali veniva un rimbombo spento come il rotolìo di un tuono per quelle fosse e montagne sottomarine, e il mare alla superficie si scuoteva tutto.”  (p. 721)

Essa è la figurazione della Morte stessa:

 “La misdea si attaglia all’Orca come alla stessa Nasomangiato, anzi meglio, perché mentre quella, la Nasomangiato, non è un essere di carne e ossa, è un proforma della Morte, l’Orca invece, per tutto il suo sconfinato regno e sdiregno marino, è la Morte viva, al vivo, essere vivente di cui non si ha altra scienza se non quella, che è essere, l’essere che ammazza, sterminia, se non che quello è l’essere che dà la morte, è ovverosia l’essere che passa per la Morte.” (p. 723).

 

È anche il momento in cui l’usuale corrispondenza tra la descrizione fisica delle creature marine, vivida e realistica nel caso delle fere, viene sopraffatta dalla dimensione fantastica – visionaria e simbolica – dell’essere.

Ma tutto il romanzo è una grande allegoria – ovvero una metafora continuata e strutturata – della Morte; la messa in scena di un mondo in corruzione… Ha scritto Poe (1809-’49), che D’Arrigo ben conosceva (come pure conosceva e ammirava Melville): “Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte”.

Il disfacimento e la rovina dell’Orca – per la putrefazione dell’enorme ferita al fianco, fino alla terribile vendetta messa in atto dalle fere – sono quelli dell’intero mondo.

I cambiamenti che ‘Ndrja ritrova al suo ritorno alla terra natale non riguardano solo il paesaggio, devastato dalle ferite della guerra, ma anche le persone, gli stessi pescatori, trasformati in speculatori; divoratori e commercianti di fere.

 

Il nome Orca era stato dato a questi animali già dagli antichi Romani, ed è riferito genericamente a balene, grandi pesci o mostri marini. L’aggettivo orcino significa invece demone proveniente dall’inferno

 Attualita’ dell’Horcynus. L’allegoria di un mondo in disfacimento – nei suoi aspetti materiali ed etici – dopo la catastrofe della guerra è del tutto attuale, trasferibile con minime variazioni ai tempi che viviamo.

D’Arrigo focalizza un segno di cambiamento nella ‘stretta di mano’, negata dagli altri pellisquadre a Caitanello (il padre di ‘Ndrja – Ndr) dopo un’impresa che lui reputata eroica:

 

“Eh sì, l’uomo se la mise sotto i piedi la stretta di mano. La guerra prima di ogni altra cosa, pigliò di mira quella, la stretta di mano, per prima quella fu messa a ferro e fuoco, il massacro da lì cominciò. Ve lo ricordate? E chi osava la stretta di mano? chi s’ardiva ?

Io, voi, noi tra di noi, insomma, che ci fidammo sempre l’uno con l’altro e non ebbimo mai bisogno di darci l’alt e di fermarci a tre passi di distanza con la mano alzata in avanti nel saluto fascista, né di metterci la mano a parocchio nel saluto militare come se ci perlustrassimo controsole e ci spiassimo in faccia l’uno che intenzione aveva l’altro.” (p. 619).

Però… Malgrado tutto questo parlare di delfini e fere non ero di un passo più avanti nella risoluzione di un mio antico dubbio: la contraddizione tra l’immagine delle fere come le avevo conosciute dai racconti d’infanzia, amichevoli e gioconde, e l’altra, pure presente nell’Horcynus, di bestie ingannevoli e maligne.

Un lampo di luce è venuto per caso, come spesso succede…

 

Ci si ritrova un giorno – non troppo tempo fa – a parlare di pesca e di vecchie tradizioni, di delfini e di fere, con vecchi amici, qualcuno figlio di pescatore o pescatore egli stesso.

È stato allora che uno del gruppo ha raccontato la sua esperienza diretta con le fere, un argomento che aveva appassionato anche lui…

Perché, è vero – ha detto – delle volte trovavamo le fere, ma erano del tutto disinteressate a noi, e la pesca per cui eravamo partiti (quella ‘a castardelli’ – Ndr) finiva prima di cominciare. Altre volte invece, tra salti e volteggi, ci accompagnavano sul branco e collaboravano attivamente. Troppo strane queste differenze… Così aveva studiato e chiesto a pescatori più anziani e infine era riuscito – a suo dire – a svelare l’enigma.

Si tratta di delfini di specie diverse …

 

Una stenella (Stenella striata o S. coeruleoalba). A fianco, il pesce volante (o pesce rondine), piccolo pesce osseo della famiglia degli Exocoetidae.

La stenella è un piccolo delfinide di corporatura slanciata e rostro ben evidente, con una stria scura che parte dall’occhio e percorre il fianco dell’animale in senso longitudinale. La colorazione è grigio ardesia sul dorso e bianca sul ventre, con una pennellata chiara che risale il fianco in direzione della pinna dorsale. Pare che le stenelle non siano attratte dai castardelli; il loro cibo preferito è il pesce rondine, di scarso interesse per i pescatori.

Sono i tursiopi invece, quelli a cui i racconti della nostra infanzia si riferivano…

Il tursiope (Tursiops truncatus) è forse il più conosciuto e socievole dei delfini; comune negli acquari perché è una delle rare specie che sopportano la cattività. È ghiotto di castardelli (Scomberesox saurus saurus), un pesce azzurro molto simile alle aguglie

Singolari questi incontri di gruppo, conversari o ‘purparlè’, in cui – per dirla ‘alla D’Arrigo’ – il ‘visto con gli occhi’ di qualcuno si collega al ‘sentito dire’ di altri, e tutti ‘vedono con gli occhi della mente’, in quei rari momenti di sospensione dell’incredulità propria delle storie ben raccontate. Fu proprio in quell’occasione – dal racconto di un’amica, figlia di un pescatore che la portava bambina con sé – che tutti riuscimmo a immaginare ‘u lamp’ (il lampo).

Quando nel corso di una pesca notturna un enorme branco di pesci raccolto in una baia – lei si riferiva ai palamiti o tonnetti (Sarda sarda, della famiglia degli Sgombridi) – cambia direzione nello stesso istante. Allora il riflesso della luna, o la bioluminescenza del mare, trasmette un chiarore improvviso dal profondo che fa saltare il cuore in petto ai pescatori (…e alle bambine che ancora lo ricordano con la stessa emozione, a decenni di distanza!).

E sempre all’Horcynus torniamo con i pensieri; al vasto mare notturno, agli echi che esso suscita nella nostra memoria, quando la fantasia si libera e fluttua nella corrente, lieve…

 

 “Allo scuro si sentiva lo scivolìo rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare.” (p. 1257)

 

Nota

– Tutte le foto da Flickr ®, tranne la prima, di Simona Bonanno e la sequenza del parto del delfino, da: http://bologna.repubblica.it/cronaca/2010/07/30/foto/il_delfino_nasce_in_diretta-5951120/2/

– Le citazioni dal romanzo, nel testo e nelle didascalie, sono tratte dalla prima edizione di Horcynus Orca: Mondadori, gennaio 1975

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