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La fiction: Loading Dallas – Il ritorno della serie che ha cambiato la tv

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Quando nel 1985 Ien Ang, studiosa olandese, pubblicò il suo studio sulla soap Dallas Watching Dallas

Quando nel 1985 Ien Ang, studiosa olandese, pubblicò il suo studio sulla soap Dallas Watching Dallas, uscito originariamente in Olanda nel 1982, e dedicato all’uso che di questo serial, vera soap opera da prima serata, facevano le signore olandesi, trovò numerose critiche ed indifferenze da parte di taluni intellettuali (compreso il ministro francese della cultura Jack Lang) che lo definivano solo ed esclusivamente come imperialismo culturale americano.  Nella esperienza femminile, invece, il testo originale di Dallas si andava ad intrecciare, come nelle case londinesi di Morley, nel fluire del quotidiano. E Dallas ha rappresentato, senza dubbio, un racconto aperto, un insieme mai definito di performances non fissate in un monumento; una sorta di canto epico per immagini; una modalità contemporanea di cultura orale.  Ma la serie viene ricordata anche per aver trattato «alcolismo, droga, vendette familiari, divorzi, figli illegittimi e bugie sono la faccia che mostra nel privato una classe dominante che vuole restare tale, e per riuscirci deve imporsi con ogni mezzo sugli agguerriti concorrenti» come scrive Anna Tortora in Good Morning Dallas.

Un ulteriore inchiesta comparativa, diretta da Elihu Katz e Tamar Liebes, indagò la fruizione della serie televisiva in diverse comunità etniche evidenziando la pluralità di letture possibili prodotte da Dallas.  Ricerche ed indagini che vengono a dimostrare la straordinaria attenzione scientifica, accademica e narrativa che attraversò la diffusione del serial in Paesi diversi dall’America. Una storia “aperta”, di flusso, nella quale non è il singolo episodio a “fare testo” ma tutta la serie nel suo complesso.

Il debutto negli Stati Uniti avvenne il 2 aprile 1978. Seguirono 13 stagioni (l’ultimo episodio è andato in onda, sulla CBS, il 3 maggio 1991) per un totale di 357 episodi di 45 minuti ciascuno. Quando la serie, creata da David Jacobs,  debuttò, il Texas stava vivendo un boom economico senza precedenti grazie ai prezzi dell’oro nero, che erano alle stelle. Nel marzo del 1980 tutta l’America si fermava, interrogandosi: chi ha sparato a JR? Divenne uno dei tormentoni del primo lustro degli scintillanti anni ottanta. Dallas, la serie TV più vista di tutti i tempi, aveva cambiato modi e fruizioni dell’intrattenimento domestico.

L’episodio col misterioso agguato al protagonista (il più amato degli odiati, tra i personaggi di finzione del novecento) avrebbe concluso la seconda stagione, lasciando col fiato sospeso ottanta milioni di americani che erano stati incollati alla TV come neppure in una finale del superbowl. La risposta sarebbe arrivata nell’autunno successivo, con la terza stagione: un successo inarrestabile.

Tempo qualche mese – era il 4 febbraio 1981 – e Dallas sarebbe sbarcata in Italia, sulla Rai. Solo che la Rai non comprese le straordinarie potenzialità del prodotto e ne mandò in onda solo 13 episodi (dal 14 febbraio al 29 aprile 1981) e nemmeno in ordine cronologico. Non era ancora diffuso (purtroppo) nei corridoi di Viale Mazzini il concetto di serialità. Si racconta, poi, che la tv di Stato avesse sottoposto gli episodi acquistati dalla CBS al vaglio di una «commissione vaticana» e che il risultato di tale “visione preventiva” sarebbe stato un pacchetto di puntate «passabili», che avrebbe finito per svuotare di senso la storia. E il pubblico non capì. Come scrisse Aldo Grasso: «A differenza dei telefilm fino ad allora conosciuti, Dallas era costruito da episodi compiuti che però necessitavano di essere mandati in onda con consequenzialità cronologica tale, da indurre lo spettatore ad un ascolto quasi forzato». E così la serie venne acquistata dalla Fininvest che trasmise in versione integrale tutti gli episodi arrivando a programmare due messe in onda settimanali, per stare al passo con le prime visioni americane. Fu un successo enorme che consacrò l’identità di Canale 5.

E stando ai rumors americani e alla regola, tanto cara nel mondo dello spettacolo, secondo la quale poco si inventa, casomai si ricicla, stanno per iniziare le riprese della nuova serie di Dallas, a quasi vent’anni dall’ultima puntata. I nuovi episodi dovrebbero andare in onda sulla tv via cavo Tnt (le riprese delle puntate-pilota comincerebbero all’inizio del prossimo anno) e in questo caso la storia sarebbe incentrata sulle vicende di John Ross, il figlio di JR, e di suo cugino Christopher, il figlio adottivo di Bobby e Pam, sempre con il ranch di Southfork come ambiente e luogo della narrazione. Michael Wright, capo della Tnt, ha spiegato: “Il nostro non sarà affatto un remake quanto, piuttosto, una continuazione. Infatti, prenderemo la nuova generazione degli Ewin e continueremo la faida familiare”.

Si sta lavorando anche alla composizione del nuovo cast. È sicuro che Larry Hagman tornerà ad essere il cattivo  JR. Anche Patrick Duffy,  il fratello buono  Bobby, e Linda Gray, la moglie tradita e semi alcolizzata di JR, sarebbero della squadra. I nomi nuovi sarebbero quelli di Kiefer Sutherland, il Jack Bauer nella serie tv 24. Josh Holloway, star di Lost, Jennifer Love Hewitt, protagonista di Ghost whisperer e Ali Larter, dalla serie Heroes.

E se negli anni Ottanta Dallas veniva riconosciuto come simbolo di una nuova epoca televisiva e sintomo della convergenza tra capitalismo consumistico e la cultura popolare, ci auguriamo che il Dallas del duemila possa caratterizzarsi come narrazione di un modo responsabile e sostenibile del capitalismo soprattutto alla luce della crisi economica mondiale.

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