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Le nonne e il sole alla Biennale Architettura 2010

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Avete sempre voluto fare gli architetti? Ryue Nishizawa: No, Kazuyo voleva fare la nonna. Kazuyo Sejima: Sì, trovo le nonne così rilassate. Stanno sul terrazzo a prendere il sole.

Avete sempre voluto fare gli architetti?
Ryue Nishizawa: No, Kazuyo voleva fare la nonna.
Kazuyo Sejima: Sì, trovo le nonne così rilassate. Stanno sul terrazzo a prendere il sole.

 

La cassiera alla biglietteria dell’Arsenale, prima tappa della nostra visita alla XII Biennale dell’Architettura, parla fitto in spagnolo con la ragazza che ci precede;  sono allegre, vivaci e sorridono, in questo sole limpido di settembre veneziano. Così riusciamo, senza fatica, a farci fare lo sconto sul biglietto d’ingresso, anche se la tessera di Ikea, che dà diritto alla riduzione, l’abbiamo lasciata a casa.

 

Così rinfrancati, depositiamo borsa e giacca al guardaroba, dietro il bancone un’altra ragazza gentilissima e iniziamo la nostra visita.

 

In contrasto con la folla che a tratti rende le calli veneziane impossibili da percorrere – tanti sono i turisti giunti da ogni dove –  le sale della Biennale sono semideserte e silenziose, una quiete assecondata dalla luce limpidissima che si sprigiona dal cielo e penetra a illuminare le opere esposte.

 

 

Titolo della Biennale è “People meet in Architecture”, tema proposto dalla Direttrice della Biennale, la giapponese Kazuyo Sejima.

 

Vincitrice del prestigioso premio Pritzker di quest’anno, è anche la prima donna ad essere stata nominata direttrice della Biennale.

E ai tratti scarni di quel viso esotico, rappresentazione umana di una architettura interna segnata dal rigore dell’essenziale, sembrano ispirate le installazioni in mostra.

 

Avanzando lungo il percorso delle Corderie, troviamo opere che riempiono uno spazio che è già architettura e diventiamo attori di ogni installazione, da noi vissuta mentre ne percorriamo lo spazio. Questo sembra essere l’intento della mostra: l’interazione tra la gente e gli spazi dove abita, lavora e si svaga.

 

Ci accade mentre guardiamo il video di Wim Wenders (If Buildings Could Talk) che mostra l’edificio del Rolex Learning Center, firmato da SANAA (studio di architettura della stessa direttrice e del suo collaboratore Ryue Nishizawa).

 

E’ un filmato in 3D ma prima di accorgercene – ci siamo puliti gli occhiali più volte-  il nostro vicino, seduto nella sala buia, ci passa un paio di occhialetti di cartone, che una volta indossati, tramutano i visitatori del Rolex Center in compagni di stanza, sembra li si possa abbracciare per quanto appaiono vivi. Il film, che dura solo 12 minuti, riparte  sempre daccapo e l’edificio della Rolex non ha spigoli ma solo linee curve, prevale il bianco e il verde del giardino che entra e fa parte di quegli interni pieni di luce, libri, computer e persone.

 

Le sale delle Corderie sono molto grandi  e certo di spazio c’è bisogno per creare una casa nel cielo. Titolo dell’installazione è Cloudscapes  di Transsolar & Tetsuo Architects.

Apriamo la porta a vetri ed entriamo in un ambiente saturo di vapore acqueo e già l’olfatto viene catturato per straniamento, prima ancora che la vista.

L’aria è rarefatta e i pochi presenti si aggirano in quello spazio affumicato di vapore come fantasmi. La luce entra a fiotti dai finestroni vicini al cielo, altissimi, ci sembra di essere entrati in paradiso, che a questo possa somigliare la nostra vita dopo la morte, un caldo, obnubilato spazio in cui muoversi in assenza di peso. In cui si sta bene. E’ solo una sensazione ma è fortissima, di essere entrati in un mondo altro, in una terza dimensione dalla quale non si ha alcuna voglia o fretta di uscire, anzi si pensa piuttosto a tornare, come una necessità molto impellente.

Al centro della sala si intravede una rampa metallica, da cui si accede a quel regno superiore: mentre saliamo la nebbia si infittisce e diventiamo quasi ciechi in un tratto, in tutto quel bianco vapore. Ma quando il nostro punto visivo raggiunge l’apice della rampa la nebbia è all’improvviso sotto di noi, bianca nuvola di ovatta. La vista di nuovo chiara, il mondo di sotto svanito in quella coltre.

Sì, non c’è dubbio, è questo il Paradiso.

Senza confini, è tutto un infinito, in dissolvenza verso i muri bianchi che abbracciano la nube senza costringerla.

Scesa la rampa torniamo con i piedi per terra: in un angolo uno schermo piatto mostra un cielo azzurro e nubi bianche, un fermo immagine sovrastato da un bocchetta dalla quale, scopriamo, esce il getto di vapore.

Usciti a malincuore ma più leggeri dal paradiso troviamo il salone allestito dallo Studio Mumbai Architects.

Gli architetti indiani hanno trasportato fisicamente il loro studio a Venezia e la stanza, enorme, pulsa di idee e di vita,  quando scorriamo un taccuino con disegni e appunti, accarezziamo la morbidezza del legno di imposte sub-tropicali, sfioriamo maioliche lucenti di  colori pallidi, utensili di uso quotidiano, come quelle maniglie che andranno ad abitare, o che hanno già abitato, la casa di qualcuno.

 

Altra stupefacente installazione è quella di Junya, Ishigami & Associates, con ‘Architecture As Air: Study For Château la Coste’.

Una grande sala piena di vuoto e luce – Ma non c’è niente qui? – domanda la bambina  a suo padre e fa per correre in mezzo alla sala quando il padre la blocca. Fa appena in tempo, le afferra un braccio al volo,  perché ha scorto l’invisibile costruzione ideata dal team di giapponesi, risultata vincitrice del Leone d’Oro alla Biennale.

 

Si tratta niente di meno che di un castello, attualmente in costruzione in Francia. Sottili fili di fibra di carbonio disegnano nell’aria le colonne del castello, ricostruite dopo che l’installazione, in origine molto più complessa, era crollata il giorno della preview per i giornalisti. E vuoto e aria sono le parole chiave di questo progetto, mostra cosa c’è prima della costruzione fisica dei muri e cosa resta, quali spazi ed aria, una volta che la costruzione sia eretta.

 

–       Davvero niente male come idea – sussurra un signore distinto alla moglie che traccia  segni su un taccuino. Mentre parla avvicina la testa a quella, fresca di parrucchiere,  di questa moglie di cui sembra molto preso. Sbircia i suoi appunti sul taccuino, probabilmente lavorano insieme e forse hanno ancora progetti per la mente, anche se non sono più due ragazzini.

 

Un’altra sala ospita l’installazione “Now Interviews, Wall of Names, di Hans Ulrich Obrist. Si tratta di molteplici schermi dotati di cuffie che trasmettono ciascuno l’intervista condotta dall’autore con tutti i partecipanti alla XII Mostra Internazionale dell’Architettura, un ritratto globale dei tanti che hanno popolato queste stanze delle loro idee.

Dopo tanta luce arriviamo ad una sala tutta buia. All’ingresso un cartello ci avverte che le  luci all’interno sono stroboscopiche. Sembra un avviso di quelli del tipo “Qui si vendono fave fresche” per prevenire l’ingresso ai clienti affetti da favismo. Tentiamo la sorte e varcata la soglia senza effetti collaterali possiamo dire con certezza che non siamo sensibili allo stroboscopico. Nella installazione di Olafur Eliasson, “Your Split Second House” esce acqua in maniera disordinata da tubi di gomma flessibili e su quell’acqua sono puntate le famose luci: rumore di liquido che batte sul cemento e  tubi che si muovono come serpenti. Non ci convince molto, anche perché il nostro personale Leone d’Oro lo abbiamo assegnato alla casa sulle nuvole e tutto quello che vedremo sarà niente al confronto.

Avviandoci verso gli  esterni delle Corderie, magnifici nella luce calda del pomeriggio, respiriamo l’aria salmastra del vicino canale e decidiamo di berci un caffè e fare una pausa, per non rischiare la Sindrome di Stendhal.

 

Il bar ha piacevoli arredi  bianchi super design e sculture di varie forme geometriche di polistirolo.

 

Oh no! E’ un’altra installazione!

 

Mentre  sorseggiamo il nostro caffè comodamente seduti, notiamo nel cortile del bar, altrimenti deserto a parte il polistirolo, tre signore che discutono animatamente. Sedute in uno spicchio di sole che illumina il ristoro già in ombra, sono eleganti e griffate al punto giusto; commentano a turno le opere appena viste, cercano conferme nella brochure che si passano di mano in mano, seguendo con un dito il percorso espositivo che prosegue oltre quel bar, fino al Padiglione Italia con cui la mostra dell’Arsenale termina.

 

E ci sembra che anche lì, insieme a quel sole che carezza le teste delle tre nonne vivaci, ci sia lo zampino della Direttrice della mostra, Signora Kazuyo, che di essere nonna non avrà certo il tempo.

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