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La fiction: Felicità e mistero a Happy Town

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L’aria è dolce, rilassante quasi irreale. Siamo nella magica ma enigmatica cittadina di Haplin, nello Stato del Minnesota, tra grandi prati, natura incontaminata e segreti mai rivelati.

L’aria è dolce, rilassante quasi irreale. Siamo nella magica ma enigmatica cittadina di Haplin, nello Stato del Minnesota, tra grandi prati, natura incontaminata e segreti mai rivelati. Una realtà pittoresca ed accogliente, dominata dalla fabbrica di pane che rappresenta il suo traino economico e dalla famiglia che la possiede, e che dà il nome alla città, è il punto di approdo della giovane Henley (Lauren German), che, ufficialmente, deve prendere possesso di un’eredità, ma in realtà ha ben altra missione. All’improvviso un efferato omicidio sconvolge la quiete del posto e riporta alla luce torbidi segreti a lungo nascosti. A molti queste prime righe ricorderanno qualcosa. Però, purtroppo, non stiamo parlando di Twin Peaks: sono invece le basi narrative di Happy Town (su Fox, canale 110 di Sky, lunedì, alle 21.10).

La serie, ideata da Josh Appelbaum, Andre Nemec e Scott Rosenberg, è un’intrigante mistery story di otto episodi costruita con suspense e atmosfere cariche di tensione e mistero. La cittadina già sette anni prima era stata sconvolta dalla scomparsa di sette persone. Dietro questi rapimenti sembrava esserci la figura di “Magic Man” un misterioso individuo che in molti ritengono colpevole dei suddetti rapimenti e che ora sembra esser tornato per reclamare altre vite e in cerca di vendetta.

Ad indagare sul delitto è il giovane sceriffo Tommy Conroy (Geoff Stults, Settimo Cielo, October Road), che diventa capo della polizia dopo che il padre Griffin (M.C. Gainey) “impazzisce”, ma ad essere interessata ai segreti cittadini sarà anche la nuova arrivata Henley Boone che presto finirà per incrociare il suo cammino con quello di Sam Neill (Lezioni di piano, Jurassic Park, The Tudors), nel ruolo di Merritt Grieves, misterioso proprietario di un negozio di memorabilia cinematografiche.

Sullo sfondo di un paesaggio incantevole, di una natura incontaminata e di una estrema cordialità degli abitanti si muovono altri personaggi come Amy Acker (è Rachel, la moglie di Tommy), Frances Conroy nel ruolo dell’ombrosa matriarca Peggy Haplin che assieme al figlio John (Steven Weber), è la proprietaria del panificio della città ed una delle “vittime” (ovviamente per interposta persona) di Magic Man.

Sulla carta la serie si presentava come un mix vincente di tensione e dark comedy in un affascinante meccanismo in grado di paralizzare lo spettatore con la sua scrittura costantemente in bilico tra humour nero e situazioni da brivido.

In apparenza sembrava essere il nuovo Twin Peaks. Misteri che coinvolgono l’intera popolazione; anche in questa serie si muovono personaggi ambigui e minacce implicite, delinquenti che trascorrono la loro vita in squallide baracche, vecchiette inquietanti. Inoltre anche qui il soprannaturale emerge fin dal primo episodio e troviamo un enigma ben evidente da risolvere: chi è l’individuo che tutti chiamano “Magic Man”?

Eppure, nonostante tali premesse, Happy Town è un “pasticcio di sceneggiatura con qualche momento di autentica tensione, alcuni gustosi lampi di follia e molti, troppi passi falsi” come ha dichiarato il sito di recensioni www.movieplayer.it. E così sembra non funzionare più la nuova incarnazione della tradizionale ma inquietante cittadina della provincia americana, popolata da poliziotti umili e integerrimi e agenti federali senza scrupoli, madri angeliche e sorridenti e padri violenti, adolescenti innamorati ed energumeni poco raccomandabili, e ovviamente sconosciuti affascinanti e sfuggenti serial killer.

Troppi, innumerevoli eventi che vanno a mascherare l’assenza non solo di una sceneggiatura originale, ma di uno sguardo autoriale che possa offrire coerenza, verosimiglianza e credibilità alla narrativa televisiva.

Il punto centrale è che Happy Town è scritto male e realizzato peggio. Come ha affermato Aldo Grasso sul “Corriere della Ser”a non esiste costruzione di personaggi, ma si intravede solo il muoversi di marionette protagoniste di vicende che sfiorano il ridicolo e la musica sembra quella di un procedural qualsiasi. In questo modo la tensione si annulla nella noia. Il mistery si perde nel trash per nulla accattivante e e quello che avrebbe potuto essere un piacevole e disimpegnato show da brividi si trasforma in un plot narrativo confuso e ridicolo.

Probabilmente gli spettatori americani, e non solo, non hanno più voglia, dopo Lost, di misteri infiniti e irrisolvibili che richiedono troppa attenzione e che a volte rimangono senza soluzione o, peggio ancora, risolti con incoerenza e scarsa verosimiglianza tradendo, in primo luogo, quel basilare patto finzionale che si viene a stabilire tra autore e  spettatore.

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