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Cambio di scena

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Era la prima volta che recitavo quella parte. Alle prove la interpretavo sempre con poco entusiasmo, e lo stesso accadde nelle prime scene della serata del debutto. Il punto è che il personaggio non mi somigliava per niente.

Era la prima volta che recitavo quella parte. Alle prove la interpretavo sempre con poco entusiasmo, e lo stesso accadde nelle prime scene della serata del debutto. Il punto è che il personaggio non mi somigliava per niente. Lui era spavaldo, imprevedibile, coraggioso. E io no. Per non parlare dei costumi di scena: ingombranti, appariscenti, colorati. Tutto quello che non ero io. Gli stivali per esempio. Gli stivali erano simili a quelli che indossavano solitamente i cattivi nei film. Quelli che quando camminano ed entrano in un saloon si sentono gli speroni che stridono sul pavimento, e tutti si girano a guardare, impauriti, chiedendosi quale possa essere la prossima mossa. La mia parte però non era quella del cattivo.

Dovevo essere sorprendente e carismatico. Io dovevo far muovere il mio personaggio velocemente sulla scena, a testa alta, come se niente intralciasse il suo passo. Quando salii sul palco potevo percepire le aspettative del pubblico nei suoi riguardi. A malincuore, non potei soddisfarle. Recitai semplicemente la mia parte, così come mi era stato detto. Mi impegnavo anche, cercando di calcare i passi, o di alzare la voce, di rendere sonora la mia risata. Ma io non sentivo il personaggio, non potevo rendere al meglio qualcuno che non ero.

Anche gli spettatori si impegnavano, tentavano di rimanere concentrati su di lui. Difficilmente ci riuscivano, li scorgevo nella platea mentre sbadigliavano o parlottavano tra di loro. Chissà nei palchetti poi, cosa succedeva. Magari qualcuno decise persino di andar via, troppo annoiato e deluso da un’interpretazione piatta, che non trasmetteva niente.

D’altra parte, io ero sinceramente dispiaciuto. Un attore che delude il suo pubblico, non è proprio il massimo.

Fu mentre avevo la pipa in bocca e camminavo avanti e indietro sul palco che decisi di farmi piacere il personaggio. Il copione voleva che in quel momento indugiassi un istante davanti alle finte finestre del salotto. Esitai per qualche secondo in più, mettendo a fuoco il mio lieve riflesso nel  vetro. Mi accorsi che dopotutto il giaccone che portavo non era così grande e il mio maglioncino non sembrava più di un verde troppo acceso. Persino gli stivali erano più piccoli. Fui soddisfatto della mia figura, tanto che stesi il colletto della maglia e mi impettii un po’. Il gesto non era parte della sceneggiatura, ma non stonava affatto, né nell’uomo che interpretavo, né  tantomeno nell’uomo che ero. Così il personaggio lentamente iniziò ad assorbire parti di me. Cominciò dalle braccia: le mie mani disegnavano movimenti ampi nell’aria, in maniera altezzosa e spavalda. Poi passò alle gambe. Le sentivo più leggere, ma contemporaneamente i tacchetti degli stivali emettevano un rumore che riempiva il teatro, rimbalzava sulle pareti e tornava a me, sempre con la stessa intensità. Fu di nuovo il turno delle mani, il modo in cui si poggiavano sulle spalle degli attori, la forza con cui stringevano altre mani. Anche la voce si fece più profonda e le mie espressioni più naturali.

Era un cambiamento repentino, impercettibile.

Poi ci fu un momento molto particolare.

Sapevo bene cosa dire e come atteggiarmi in quella battuta, l’avevo studiato costantemente per un mese intero, con la mia tipica diligenza. Ma aspettai qualche secondo in più prima di pronunciare le prossime parole. Al pubblico erano sembrati minuti interminabili. Non mi ero ancora accorto che gli spettatori erano concentrati di nuovo su di lui (o su di me?). I loro occhi seguivano i miei movimenti in attesa che la frase decisiva arrivasse. Erano intrepidi, impazienti. Io non avevo mai fatto aspettare nessuno, non avevo mai deluso le speranze di qualcuno né avevo concesso il beneficio del dubbio.

La prima parte dell’opera si concluse con gli applausi sentiti del pubblico.

Quando calò il sipario decisi di non tornare in camerino, per paura che quella fusione tra me e il personaggio si perdesse. Rimasi seduto sulla poltrona da dove avrei ricominciato il secondo e ultimo atto. Quando le tende tornarono su, notai da parte del pubblico un certo compiacimento nel ritrovarmi sul palco. Per i miei colleghi invece fu un precipitare di eventi. Leggevo lo sgomento nei loro pensieri; non riuscivano più a rispondere alle mie battute perché cominciai a modificarle completamente. Loro cercavano di riportare il tutto al copione originale, ma io cambiavo sempre rotta, costringendoli a improvvisare discorsi nuovi. Mi divertivo solo io. Il pubblico era smarrito, infastidito. Tra le prime file ci furono un paio di persone che lasciarono la platea scuotendo la testa. Emozioni mai provate prima mi invasero il corpo e i sensi. L’opera terminò senza un vero finale, perché io avevo deciso così. Nel momento dei ringraziamenti, il pubblico applaudì calorosamente tutti gli attori. Tranne me. Quando salii per l’ultima volta sul palco i loro battiti di mani erano molto incerti, e finirono in pochi secondi. Io continuavo a sorridere e a inchinarmi mentre il sipario già scendeva.

Calò su una vecchia opera durata 25 anni. Infine mi stesi sul pavimento e sorrisi soddisfatto al mio nuovo me stesso.

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