Ragazzino dell’isola e le fere. Il ‘mio’ Horcynus Orca (prima parte)

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Quando lo conobbi, zi’ Umbertino aveva già smesso il lavoro attivo – in termini odierni si può dire che fosse in pensione – ed era tornato sull’isola. Si divideva tra la pesca e la coltivazione di un pezzo di terra che si raggiungeva, a quel tempo, solo dal mare.

Quando lo conobbi, zi’ Umbertino aveva già smesso il lavoro attivo – in termini odierni si può dire che fosse in pensione – ed era tornato sull’isola. Si divideva tra la pesca e la coltivazione di un pezzo di terra che si raggiungeva, a quel tempo, solo dal mare.

Lo zi’ Umbertino era stato pescatore. ‘Classe 1907′: anni in cui ‘indovinare il mestiere’ poteva essere una questione cruciale. I più audaci (o i più disperati) andavano a tentare la fortuna in America. Gli altri rimanevano a fare i contadini e i pescatori, ma la vita, nell’intervallo tra le due guerre, era grama… Chi poteva ‘si imbarcava’. Gli scambi maggiori erano soprattutto con la Sardegna. I sardi non sono mai stati pescatori; barattavano formaggi e prodotti della terra con pesce e derivati.

Lo zi’ Umbertino lavorava sulle prime ‘aragostare’, pescherecci d’alto mare che commerciavano su lunghe distanze; avevano uno speciale adattamento per far circolare l’acqua nella stiva, in navigazione, così che le aragoste giungessero vive a destinazione. La pesca avveniva in vicinanza delle coste africane, al largo della Tunisia; il pescato veniva quindi smerciato nel porto di Marsiglia.

Pescatori con le tipiche ‘nasse’ per aragoste, su un peschereccio, negli anni ’50 (precis. 1953). Lo zi’ Umbertino è il primo da sin. Al centro della ‘nassa’, un’aragosta

All’inizio degli anni ’60 ero un ragazzino magro e sparuto, e apparivo ancora più piccolo dell’età che avevo. Zi’ Umbertino aveva sposato in seconde nozze una mia zia, così mi ero trovato in una certa familiarità con lui. Credo che all’inizio avesse accettato di prendermi a bordo solo per obbligo parentale.

Andavo a pesca con lui, con la sua barca a remi, o – qualche volta – con il gozzo a motore di un pescatore più anziano, zi’ Tore.

L’invito non era assolutamente trasferibile alle donne, per le necessità fisiche che i rudi pescatori – specie se anziani – possono avere su una piccola imbarcazione.

Aspettavo che lui mi dicesse, incontrandomi per strada:

– Diman’ammatina…

Lasciavo i miei amici e me ne andavo a dormire. L’indomani sarebbe stata una levataccia. Alle tre-le quattro di notte si andavano a buttare le ‘coffe’, lunghe lenze con gli ami innescati, che si recuperavano poi il mattino seguente.

Un rapporto di rare parole, tra il vecchio pescatore taciturno e il ragazzino che ero.

Per molto tempo solo indicazioni su dove mettermi, per non dare fastidio; poi su cosa fare.

Ore di prolungati silenzi. Intorno, solo lo sciabordio delle onde sulle fiancate della barca, rumore di lenze che scorrevano, del pesce che si dibatteva. Ma la sua familiarità con il mare insensibilmente si travasava in me che stavo a guardarlo: i suoi gesti precisi, la sicurezza in tutte le situazioni che si potevano presentare in mare…

Non era un narratore, zi’ Umbertino. Le sue storie – quando cominciò a parlare – partivano da sole, senza alcun preavviso, per qualche sua ignota associazione. Anche così non dava troppi particolari; poche connessioni, lunghi silenzi tra una frase e l’altra, tanto che avevo sempre paura che senza motivo, così come aveva cominciato, smettesse di raccontare.

Ma non c’era bisogno di troppe parole. Alcune delle cose che mi mostrava non avevano bisogno di parole per fissarsi per sempre nella fantasia e nei ricordi…

Come il luccichìo del mare di notte.

Lui diceva: – ‘U mare fuchéa (il mare brilla come il fuoco). Io guardavo con gli occhi spalancati nel silenzio intorno…

Di notte, specie d’estate, il mare produce una luminescenza – in dialetto: fuchéa, fa fuoco – quando viene smosso: con una mano, dal remo che si affonda in esso; nella scia di una imbarcazione, come nell’immagine (foto di Phil Hart dal web)

Questa ed altre cose imparavo da zi’ Umbertino. Era il periodo in cui le informazioni si accumulano soltanto, le une sulle altre; senza troppe spiegazioni né collegamenti tra loro. Tempo sarebbe venuto per farle risalire alla memoria, e chiedermi se non le avessi sognate.

Molte le avrei recuperate, o sarei andate a verificarle, negli anni successivi. Come il luccichìo del mare, che è dovuto alla presenza di un dinoflagellato marino – Noctiluca miliaris (o N. scintillans) – capace di bioluminescenza.

L’immaginario dei pescatori è pieno di pesche miracolose e di terribili tempeste; o di eventi inesplicabili, come l’esistenza di un’isola ‘specchio’ della nostra, vicino alle coste africane.

Parlava a volte, zi’ Umbertino, dei mari pescosi di quest’isola fantastica, fatta dal padreterno così simile a Ponza, che i marinai avevano dato ai suoi promontori, alle cale e agli scogli, gli stessi nomi dell’isola madre. Mi nominava Mont de la Garde (Monte Guardia) e Cap de la
Madone (Punta della Madonna), ed io conoscevo bene il corrispettivo locale. Quest’isola lontana lui la chiamava ‘Yàlete’; altri, quando si riferivano ad essa, dicevano ‘A Yarde’.

I particolari che mi raccontava erano sconcertanti. Allora accettavo tutto, ma che negli anni successivi, ripensandoci, ero arrivato a credere che la nostalgia di casa dei marinai avesse forzato la loro immaginazione, fino a far vedere somiglianze che non potevano esserci.

Più tardi nella vita invece, l’isola l’avrei ritrovata, con un nome ancora diverso: La Galite; e anche il nome con cui la chiamava zi’ Umbertino corrispondeva alla denominazione araba: ‘Jalitah’. È situata a circa 45 miglia marine a nord-ovest della città tunisina di Tabarca; a 82 miglia a sud di Capo Spartivento, in Sardegna.

La conformazione generale dell’isola – così simile a Ponza – aveva affascinato i primi marinai che l’avevano frequentata per motivi di pesca, tanto che nel 1850 una piccola comunità ponzese vi si era stabilita. Vi avevano importato i costumi dell’isola madre, costruito una chiesetta per il santo protettore e anche un piccolo cimitero. Colonia francese per molto tempo, quando la Tunisia aveva ottenuto l’indipendenza – nel 1956 – era stata evacuata. Pochi degli abitanti sono tornati a Ponza; la maggior parte si sono stabiliti nel comune francese di Le Lavandou, nella regione del Var, sulla costa azzurra.

Le coste dell’isola de ‘La Galite’; mar Mediterraneo, non troppo distante dalla costa tunisina. I due grossi scogli denominati ‘Les Galiton de l’est’, sono conosciuti anche come ‘Les chiens’

Anche la vegetazione de ‘La Galite’ – gariga e macchia mediterranea; qui nella foto anche agavi – è molto simile a Ponza. Sullo sfondo ‘Les chiens’ dell’immagine precedente

Una punta e rocce a mare a La Galite, che ricordano le analoghe formazioni di ‘Punta del Fieno’. A destra una macchia di erica; insieme al mare sullo sfondo, anch’essa un deja vu

I tetti a volta di una casa isolana a ‘La Galite’; in primo piano la presa d’aria dei locali ipogei verosimilmente collegati con la casa. Ancora davanti, le infiorescenze di Urginea o Scilla maritima – Fam. Liliaceae, comune sulle isole del mediterraneo. E’ una pianta medicinale cardiotossica

Strutture simili – i tetti a volta collegati ad una ‘piscina’ di raccolta delle acque piovane – sono una risposta adattativa ad una cronica carenza di acqua e si ritrovano su altre isole e coste del Mediterraneo e in Grecia [V. su “O”: Campi e giardini nell’isola di lava. Mediterraneo grande madre del 20.09.09]

Le tempeste descritte da zì Umbertino erano così vivide come solo il ricordo di un marinaio che le ha affrontate e patite può rievocare. C’erano dentro il terrore dell’abisso, la disperazione; e insieme la necessità di tenersi a qualunque appiglio, perché, diceva: …Per mare, non ci stanno taverne.

Mi raccontava di una tempesta terribile… Onde mai viste, fulmini e ‘acqu’i’ ciel’ – così, tra tante acque, i marinai chiamano la pioggia – quando, alle brutte, il comandante ordinò di filare di poppa, ovvero di mettere in mare sulla scia della nave, l’immagine del santo protettore. Come fu, come non fu, la tempesta pian piano si calmò e anche quella volta… ‘a putèttem’ raccunta’..! (la potemmo raccontare).

‘Il Negro del Narciso’ (The Nigger of the “Narcissus”; 1897) contiene la descrizione di una delle più perfette tempeste che si possano leggere. ‘Tifone’ (Typhoon and Two Other Stories) è del 1902

Le tempeste perfette, quando le ho ritrovate nei libri di Conrad, avevano già le immagini e il contenuto emotivo che ricordavo da quei racconti.

Da buon pescatore lo zi’ Umbertino praticava ogni tipo di pesca che desse qualche risultato; anche una che a me – ragazzino romantico ai primi turbamenti – sembrava troppo crudele… La pesca alle seppie si faceva trainando una seppia femmina viva legata ad una lenza, come esca per il maschio. Questo, una volta che ha aderito, non si stacca; la lenza viene recuperata lentamente, fino a che le due seppie non sono issate a bordo. Quindi la femmina è ributtata in acqua.

L’attrazione sessuale tra la seppia maschio e la seppia femmina (difficili da distinguere tra loro, in realtà), che viene sfruttata nella pesca cosiddetta ‘alla ruffiana’

Un’altra volta, tirando via i pesci da una rete, mi punsi con una tracina. È un dolore molto intenso, profondo, che parte dalla sede della puntura – la mano quella volta – e si irradia per tutto il braccio fino all’ascella.

– N’è pau’ (Non aver paura) – mi disse zi’ Umbertino e mi consigliò di urinarci sopra. L’acqua calda (la più calda che si possa tollerare) attenua il dolore perché la tossina è termolabile… Scoprii dopo! Quella volta funzionò, credo, per l’imbarazzo, la diversione dell’attenzione e l’impossibilità di piangere o gridare.

La tracina (Trachinus traco) va districata con estrema attenzione dalle reti. Il veleno diffuso attraverso le sue spine dorsali è estremamente doloroso, anche se di breve durata e non pericoloso per la vita

Ma quella rassicurazione, fatta con le stesse precise parole: – N’è pau’! – mi restò impressa nella memoria e la ritrovai, anni dopo, in un’altra storia di mare: quella raccontata da Erri De Luca in ‘Tu, mio’.

La formazione di un ragazzo nella Ischia degli anni ’50, nel romanzo di Erri De Luca (Feltrinelli, 1992). Tra i turbamenti adolescenziali e le ombre della guerra da poco trascorsa, l’apprendistato e l’amicizia di un ragazzino con un pescatore locale

Nella stessa dimensione – tra il fantastico e la realtà più vivida – zì Umbertino mi parlava delle ‘fere’, che nella sua memoria erano legate quasi ad un’età dell’oro, ad una ‘epoca geniale’ in cui il sodalizio tra gli uomini e le creature del mare non si era ancora interrotto.

La memoria di un affiatamento tra gli uomini e le creature del mare è presente in varie culture: qui l’immagine di un’antica piastrella greca, riportata in un film del 1957: “Il ragazzo sul delfino” (Boy on a dolphin), di Jean Negulesco, con una giovanissima Sophia Loren

– ‘I’ffère’ – diceva lui – Le fere, i feroni… E tanto fantastici erano quelle creature e i suoi racconti, che all’inizio neanche avevo capito che parlava dei delfini…

Nell’isola, quando lui era piccolo, le fere erano molto numerose; era il gioco dei ragazzini del tempo – peraltro avaro di distrazioni per tutti – stabilire un rapporto con esse, chiamarle e farle accorrere con un fischio…

Sosteneva zi’ Umbertino, che una delle pesche più diffuse a quel tempo, quella dei castardelli, si potesse fare esclusivamente con la collaborazione delle ‘fere’, che assecondavano i pescatori nel raccogliere i pesci ‘in pallone’ e dirigerli nelle reti. Se capitava che una fera rimanesse impigliata nelle reti, veniva ributtata in mare, ma con un piccolo segno di coltello sulla pinna dorsale, per poterla riconoscere in seguito…

‘Le fere’ raccontate da zì Umbertino erano animali amichevoli e giocosi, che collaboravano con i pescatori per alcuni tipi di pesca

Ero impastato di mare e di storie di mare. Tra isole vere, isole del tesoro e isole misteriose, vivevo di Stevenson e Giulio Verne. E prima di tutti gli altri, di ‘Moby Dick’ – l’edizione per ragazzi del gran romanzo enciclopedico di Hermann Melville (1851). Poi anche un film, cui assistetti con ammutolita devozione.

Locandina del film “Moby Dick, la balena bianca” di John Houston (Usa; 1956) con Gregory Peck (il capitano Achab) e Richard Basehart (Ismael)

Più tardi vennero le storie di Conrad – introdotte da ‘Lord Jim’ [V. su “O”: “Storie dentro altre storie”
del 02.03.08] – di cui letta una si vogliono conoscere tutte le altre…

Comunque, era questa la situazione – esperienze, fantasie e ricordi – quando sul mio mondo, parecchio tempo dopo, cadde come una bomba Horcynus Orca…

[Ragazzino dell’isola e le fere. Horcynus Orca.1. Continua]

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