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Javier Bardem: “Quello che ho visto da bambino mi ha insegnato molte cose: la prima è la distanza”

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Sono tanti i giornalisti che aspettano di incontrare Javier Bardem, a Roma insieme a Julia Roberts per la prima mondiale di Mangia, Prega, Ama.

Sono tanti i giornalisti che aspettano di incontrare Javier Bardem, a Roma insieme a Julia Roberts per la prima mondiale di Mangia, Prega, Ama.

Vogliono intervistarlo sul ruolo di uomo dolce e affettuoso che interpreta nel film e magari, perché no?, vedere anche quanto sia cambiato ora che è sposato e, dicono le agenzie di stampa, presto sarà papà.

Anche noi aspettiamo con curiosità.

Lo abbiamo conosciuto in un lontano festival di Venezia accanto a John Malkovich che lo aveva diretto in Danza di sangue, il suo poco fortunato debutto alla regia. All’epoca se ne stava chiuso in un silenzio rotto da risposte brevi, un condensato di ironia e distacco; ci aveva lasciato una sensazione di disagio, di distanza, cancellata pochi mesi dopo a Roma per la presentazione de I lunedì al sole.

Nel buio della sala del Nuovo Sacher, parlando del film che gli aveva toccato il cuore, la sua ironia fluiva in risposte lunghe, piene, senza nascondere una dolcezza rimasta invisibile a Venezia. Ma il riserbo era lì, presente sempre, se non nelle parole, nel corpo, nell’espressione del viso che dissuadeva subito chiunque dal fare un passo oltre. E non solo nella sua vita privata, ma nei suoi segreti di attore, e nei misteri della sua arte.

Forse per i grandi attori è così – come nel caso di Gassman visto di recente a Venezia nel film documentario Vittorio racconta Gassman. Una vita da mattatore – la vera identità, se esiste, rimane sempre nascosta dietro una porta chiusa. Quello che si mostra è il volto di un personaggio.

Ed eccolo che arriva elegantissimo: pantalone scuro, camicia bianca, giacca quadrettata nei toni del grigio fumo. Sembra più alto e più slanciato. L’ironia e il distacco sempre nel fondo del suo sguardo. E la tenerezza. E una pienezza nuova.  La soddisfazione di ciò che si è conquistato con molta fatica.

Sa già cosa gli chiederanno, i giornalisti che lo divorano con lo sguardo, per questo sorride. Un sorriso appena accennato in fondo agli occhi. Rivolto ai suoi fan delusi per un ruolo tanto sdolcinato. È il sorriso di chi ama la schermaglia, ed è pronto ad affrontarla. E sa di avere delle buone armi in tasca.

“Lei l’ha visto il film?” Gli chiedono tanto per tastare il terreno.

“Sì” risponde. Accavalla le gambe, protende il busto verso chi lo interpella, con un lampo negli occhi che è un invito a  continuare, ad andare anche giù pesante.

Ma l’altro,  esita, lo ammira troppo e non potrà dire una parola troppo cattiva.

“E cosa l’attraeva di questo ruolo? Un brasiliano che piange pure per la partenza di un figlio. E che alla fine conquista la sua amata?”

Nella sala si leva un mormorio, “Già ma come? Ma perché?” ci sono volti perplessi, lui intuisce le parole che molti pronunciano in cuor loro o a voce bassa.

“Se il film lo ha visto, allora si sarà accorto anche di tutti gli stereotipi…quell’Italia che vi si tratteggia è così melensa… immagini da cartolina buone per turisti creduloni.”

Sospira. Il sorriso immutato gli increspa ancora le labbra: “Era un mio bisogno. Uscivo dalle riprese di Biutiful che mi avevano molto provato” In sala tutti annuiscono. E alla fine delle interviste si complimenteranno con lui per la mirabile  interpretazione vista a Cannes  “Volevo essere in un film in cui il peso fosse sulle spalle di un altro. Volevo un personaggio senza peso, e Felipe lo è, si è lasciato la tragedia alle spalle. I dubbi e le paure. E si sente bene nei suoi panni. È un uomo che è tornato a credere nella vita. Mi sembrava importante rappresentare qualcuno così. Biutiful era stato un lavoro molto intenso, duro, avevo bisogno di stirare altri muscoli interpretativi, di provarmi in altre emozioni.  Restare delusi, non credere più nelle cose, è un’esperienza che abbiamo fatto tutti o no? ”

“Ma perché l’hanno fatta diventare un brasiliano?”

“E cosa c’è che non va con un brasiliano? I brasiliani li conosco abbastanza bene, no tienen complejos en las caderas (alla lettera “non hanno complessi all’altezza dei fianchi”), non hanno paura di mostrare i sentimenti”

“È che… è che…”

“Mi dica…”

“È che l’accento brasiliano che le hanno dato nella versione italiana… è tremendo…”

“Ah sì…?”

Rimane un istante perplesso. Poi scoppia a ridere. “Ed io che ci posso fare? Il doppiaggio in Italia è uno dei grandi lasciti del fascismo. Anche il doppiaggio è eterno qui… e allora peggio per voi. Vi perdete il mio accento brasiliano che mi dicono non è niente male. Si sente che ce l’ho messa tutta…”

Poi poiché in sottofondo risuona ancora il brusio, si rivolge alle persone sedute davanti a lui in semicerchio:

“Allora ditemi quali sono secondo voi gli stereotipi sull’Italia… Avanti”

E tutti, quasi avesse aperto il vaso di Pandora,  giù ad elencare, quasi a gridare: “Quell’inno continuo a Il dolce far niente,” si indigna qualcuno “non esiste più, ma quando mai?” E “che in una casa del centro a Roma ci sia una vecchia che parla napoletano e versa tinozze di acqua calda nella vasca perché lo scaldabagno è rotto… guardi, è molto improbabile…” Dice un altro in tono pacato   “E quegli spaghetti al sugo… e quella Toscana…”

Bardem ascolta come un professore che conceda alla classe un momento di sfogo. Gli alunni hanno ragione e lui annuisce. Capisce il senso e non vuole la traduzione.

Ma adesso tocca agli alunni capire.

“Va bene” dice richiamando tutti al silenzio  “ora statemi a sentire: l’Italia, la Spagna vivono di turismo e il turista che arriva vuole vedere proprio queste cose. Anche il film di Woody Allen Vicky Cristina Barcelona da noi, in Spagna, ha scatenato il putiferio. Tutti a gridare: ma questi non siamo noi. Ed invece io penso che siamo anche questo. Match Point, che personalmente considero un capolavoro, in Inghilterra è stata un fiasco. Ma quella Londra lì è quella che vede una Scarlett Johansson. Ogni giorno a Roma, a Barcellona, arrivano aerei pieni di turisti a caccia di stereotipi. Il punto di vista, nel film, è quello di una straniera americana. Il problema sarebbe se fosse il punto di vista di un romano. È una commedia romantica. Punto. Gli stereotipi servono solo a celebrare la bellezza di un Paese”.

E ora che si fa? Bardem ha riconosciuto che sono stereotipi, che è una commedia romantica, ammette anche di aver incontrato l’uomo che interpreta nel film, di aver passato con lui una piacevole serata di chiacchiere, che piangere per la partenza di un figlio è comunque un modo per mostrare la propria sensibilità. Per un’analisi sociale e politica ci sono altri registi. Il potere del cinema è la capacità di far sognare”. Dice mettendo tutti a tacere “Dopo questo film in America tutti vogliono venire in Italia,  dopo Vicky Cristina Barcelona tutti volevano andare in Spagna. Dopo aver visto Audrey Hepburn seduta in moto dietro Gregory Peck tutti volevano la vespa. Questo è il potere del cinema.”

Tace e in sala ora c’è silenzio.

È il potere della sua bravura di attore.

Non tutti sono convinti di quanto sta dicendo, non tutti sono convinti che lo creda davvero. Ma a tutti piace come lo dice. Il piglio, la sicurezza, lo sguardo sornione  che sembra negare o smussare ciò che le sue parole affermano. Occhi che  giocano, i suoi. Come il gatto con il topo.

“Allora visto che lei difende gli stereotipi, ritiene che gli stessi stereotipi l’abbiano danneggiata a Hollywood?”

Javier Bardem rimane immobile. Tace. Per un istante sembra di rivedergli sul viso l’ira calma e fatale del suo personaggio in Non è un paese per vecchi.

Si abbandona con la schiena sulla spalliera della seggiola (Ha lasciato a noi la poltrona. Lui preferisce le sedute meno soffici. Ci ha spiegato) .

“Prima risponderò all’accusa…”

“Ma no, guardi, nessuna accusa…”

“Lei ha detto che io difendo gli stereotipi. La prego non mi metta in bocca parole che non ho detto. Prima di fare l’attore” dice scandendo lentamente le parole “ho studiato pittura alle Belle Arti. E lì mi hanno insegnato che la grande qualità della caricatura è che riveli qualcosa di vero dell’oggetto che rappresenta. Ecco quello che penso delle caricature in un film”. E ora che si è liberato dell’accusa riprende a scherzare.

“Gli stereotipi sugli ispanici non mi hanno danneggiato. E poi oggi essere spagnolo è cool. Molto fico. I mondiali in Sud Africa, mi dispiace ragazzi ma li abbiamo vinti noi. Lo dicevo ieri sera al proprietario del ristorante dove ho cenato, un posto fantastico. Si chiama… si chiama L’antica pesa, (interviene a suggerirgli una voce gentile). Gli dicevo che mi dispiaceva per i mondiali e lui mi ha risposto. “Non si preoccupi in Italia il calcio d’estate non lo guardiamo” .

E ora a ripetere la battuta, gli viene da ridere. Gli è piaciuta tanto, sembra condensare per lui il meglio dell’anima italiana. Perché stereotipi o meno, gli piace l’Italia, c’è una dimensione di eternità qui. Ride, sembra pensarci un attimo e infila là una battuta, che ripeterà spesso, ad ogni occasione. “Un’eternità che ora è passata anche nel sistema elettorale. L’eterno  voto a  Berlusconi. Io proprio non vi capisco…”. Senza sapere bene come, la situazione si è rovesciata: ora è lui che punzecchia il suo pubblico, che vorrebbe una risposta. I dissennati sono loro, non lui, e ora favoriscano una spiegazione. “Perché continuate a votarlo?” Tra il suo pubblico c’è chi in fretta abbassa lo sguardo, chi controlla il registratore, o cerca una penna in fondo alla borsa, chi lo guarda in silenzio e scuote la testa con rammarico. Ma nessuno risponde.

E Bardem è troppo signore per assaporare a lungo la vittoria. E subito riprende

“Il cinema italiano ha cambiato il modo stesso in cui guardiamo i film. Ha introdotto la dimensione umana, una dimensione che spesso ha toccato le vette del divino.”

Parla di Fellini, il regista da lui più amato e di un film di Ettore Scola, passato sotto silenzio e che lui adora: Maccheroni , con Jack Lemmon e Marcello Mastroianni.

“Quei due sono uno spettacolo quasi insopportabile.” Si porta una mano al petto “Sono così bravi che è doloroso guardarli”

“Ed Elio Germano con cui ha diviso il premio a Cannes, che le pare?”

“Mi è piaciuto molto lui… come persona.” Un calore gli accende lo sguardo. “E mi è piaciuto molto quello che ha detto. Sono totalmente d’accordo con lui….”. Di nuovo silenzio in sala per l’accenno alla politica italiana  “Il premio mi è piaciuto di più diviso con lui, che se lo avessi vinto da solo”

Le sue risposte tornano ad essere brevi, secche, ogniqualvolta qualcuno spera di carpirgli un commento sul matrimonio o sulla sua imminente paternità. (“Come mai ora preferisce recitare la parte del padre?”. Risposta  “Alla mia età, 41 anni, è più probabile che mi chiamino a fare il padre che il figlio.”)

Tanti vorrebbero fargli ammettere che un ruolo così leggero sia dovuto al matrimonio, a Penelope Cruz, alla morte dei fantasmi che ossessionavano tanti dei ruoli impersonati in passato. Ma lui sorride imperturbabile, non li ascolta nemmeno.

Se qualcuno gli chiede semplicemente come si sente, per il figlio in arrivo, lui dice “Sono molto felice” E a volte la felicità elude tutte le cautele, gli accorgimenti, i trucchi d’attore; ogni risposta sembra portarne un po’ il segno, l’effetto della felicità sembra essere questo: la libertà di fregarsene, di quello che gli altri dicono e pensano e alludono e lasciano intendere.

“E si riconosce in questo ruolo? Ha messo molto di lei in questo personaggio?” “Non bisogna essere come qualcuno per interpretarlo” dice con sarcasmo “C’è una parte di me in lui, spero che ci sia più lui in me che il personaggio di Non è un paese per vecchi. Lei cosa ne pensa?Un attore non può evitare di mettersi nei panni del suo personaggio, però di certo non può rapportare il personaggio a se stesso altrimenti non farebbe altro che interpretare lo stesso ruolo. E poi io non riuscirei ad abbandonare tutto per andare a vivere a Bali. Non dò valore ai luoghi, ma alle persone care, agli amici, dove sono loro io voglio vivere. Andrei a vivere lontano solo se potessi portarmi dietro tutti quanti”

E Julia Roberts come è? Come è? Chiedono, nella voce la speranza di una rivelazione.

“Un’attrice coraggiosa, che si lancia nel vuoto, da cui è stata bello farsi portare. Non ha bisogno di controllare tutto. Mi sono unito alla troupe alla fine delle riprese, ma loro mi hanno subito fatto sentire a casa”

Quando si incontrano nelle sale dell’albergo, alternandosi per le interviste, tra lui e Julia Roberts c’è uno scambio di battute, una cordialità franca e, insieme, professionale tra grandi divi. La porta chiusa sulle loro vere persone.

La persona nascosta dietro ogni personaggio che è il criterio che  guida Javier Bardem nella scelta dei suoi ruoli.

“Ora lei va ad Hollywood, anche se mai con un viaggio di sola andata, è cambiato il suo modo di lavorare. Cerca qualcosa di diverso nei ruoli che interpreta?”

Fa cenno di no. Perentorio.

“Lavoro da 22 anni e il mio desiderio è sempre lo stesso, stessa reazione al materiale, quello che cerco è sempre l’uomo dietro il personaggio. Scelgo sempre il materiale umano. I ruoli che mi permettono di esprimere l’umanità di un personaggio. Vale anche per questo film. Mi attengo a questo criterio, a volte ho più fortuna, a volte meno. Sono un attore che ha la fortuna di poter scegliere. E sarebbe assurdo che usassi male questa possibilità. A Hollywood ho fatto solo due piccole parti che comunque mi sembrano di qualità, questo film e Collateral

“Come fa a restare così libero di scegliere?”

“Ho la fortuna di lavorare in due lingue. È una grandissima fortuna…”

“Sì, ma lei come fa…?” Continua a chiedere la giornalista che lo guarda piena di ammirazione. Come tutti del resto “Come fa ad essere così camaleontico? L’ho vista tante volte e lei è sempre diverso. In ogni film è diverso. Anche  nel fisico” E lo guarda come si guardano i geni nella speranza che un dettaglio ne tradisca il segreto. Come se ci fosse un gesto, un guizzo, un vezzo che ad imitarli si diventerebbe come loro. Ma il segreto è inaccessibile, fatto di minuscole particelle impastate negli anni. Di personaggi interpretati, della loro umanità scovata. Impossibile da spiegare. Un segreto che forse non si nasconde  nemmeno dietro la sua porta chiusa

“Ci può raccontare qualcosa del suo segreto?”

No, non si può.

Bardem si stringe nelle spalle.

“Il personaggio è lì sulla carta, te lo consegnano, e tu lo vedi. E anche il corpo si adegua. A volte l’aspetto fisico aiuta più di quello spirituale per entrare in un ruolo”

“E come riesce a mantenere il controllo sulla sua vita?”

“Meryl Streep lo ha detto molto bene: la tua carriera è fatta più dei film che hai rifiutato che di quelli che hai accettato. E tutto il resto se non lo riconosci, e non gli dai importanza, finisce che non esiste più”

“Ma il segreto forse è anche nell’arte che ha respirato in casa. Tutti nella sua famiglia sono attori: sua nonna, sua madre. È una profondità che le viene da lì?”

Nel suo corpo il riserbo lentamente chiude ogni porta, ogni spiraglio. Come un allarme che si attiva ogni volta che si sfiora il privato.

Ma la parola profondità gli è piaciuta. È quella la chiave, a suo giudizio, e gli piace che qualcuno se ne sia accorto. “Se mi hanno chiamato a fare questo ruolo credo sia stato proprio per dare profondità al personaggio, evidentemente non volevano un uomo frivolo, lei non crede?  Quello che ho visto da bambino mi ha insegnato molte cose: la prima è la distanza. Saper mantenere la distanza dal successo e dal fallimento. Perché ho visto di tutto. E poi che il mestiere di attore è una maratona. E l’unico modo per continuare a correre è il criterio. Il nostro mestiere non è fatto di sprint. Bisogna tenerlo a mente se si vuole arrivare alla fine”. Per un istante i suoi occhi sembrano vedere scene a noi precluse. Mondi che baluginano nel suo ricordo. Fasti e miserie, lacrime e glorie, le infinite maschere in cui si sono specchiati i suoi occhi di bambino. Maschere che non lo hanno scacciato, né allontanato.

“E ora cosa l’aspetta?”

Sorride

“A ottobre uno dei miei sogni si avvera. Lavoro con Terence Malick. Il grande poeta dello schermo. Non posso dire di cosa parla il film, ma nel suo cinema c’è sempre il rapporto tra l’umano ed il divino. E questo film è nella stessa linea”

Finita la stampa, con le televisioni il ritmo si fa più serrato: si ritrae sul personale, ma si concede nello scherzo, nella conversazione fluida,

“E Bali le è piaciuta?”

“Non è un posto per rilassarsi, sa, piuttosto per energizzarsi. La gente laggiù lascia che sia il mondo a prendere il suo posto, non sono loro ad imporsi sul mondo, per questo ci sono paesaggi pazzeschi. Mi sembra il luogo ideale per tornare alle proprie origini”

“E del libro da cui il film è tratto cosa pensa?”

“È un diario, pieno di spunti e di riflessioni.” Dice diplomatico “Non bisogna dimenticare dove nasce: esprime un punto di vista, una visione, una donna americana, in una certa fase della sua vita. E il mio personaggio è l’uomo che lei incontra arrivata a Bali, dopo essere stata in Italia e poi in India. Con lui riesce a superare le sue paure. Il successo del film e del libro si spiega perché parla di cose comuni, della possibilità di superare la paura e tornare a credere. ”

“E l’invito che alla fine le rivolge Julia Roberts cosa sta a significare?”

“Imbarchiamoci? Beh ovviamente ha anche un valore metaforico. È un invito a non restare sulla riva, a buttarsi nella vita. A provare. Rispecchia il messaggio del film espresso nelle ultime battute. Se senti il bisogno di ritrovare te stesso, fai un viaggio: può essere che alla fine qualcosa troverai”

“E tra le tre voci Mangia Prega Ama, di quale potrebbe fare a meno?”

“Non credo che si possa fare a meno di nessuna, sono necessarie tutte e tre insieme, vogliono dire fermarsi e avere cura di sè, della propria salute”

“Allora lei è religioso, prega?”

“Non prego necessariamente rivolgendomi a Dio, ma prego sì, quando le cose si mettono male, chiudo gli occhi e parlo, e vorremmo tutti che ci fosse qualcuno più grande di noi che ci possa ascoltare e aiutare. Io prego le persone che mi sono care, che in quel momento non sono lì con me, le prego di aiutarmi.”

“Potrebbe vivere senza il cinema? ”

“No”

“Senza vederlo o senza farlo?”

“Senza farlo”

“E perché?”

“Perché farlo è una professione, vederlo è un bisogno profondo dell’uomo. Da quando ha tracciato  le prime immagini nelle caverne.”

“E come si definirebbe?”

“Un uomo complicato, e una brava persona”

“Un valore a cui dà importanza?”

“La tranquillità”

La tranquillità che si porta dietro anche la sera sul red carpet, il tappeto rosso, tra tanti autografi, abbracci, in un bagno di folla a cui si concede con allegria.

“Cosa mi piace dell’Italia? L’elenco non finirebbe mai, forse faccio prima a dirle cosa non mi piace…” “Va bene, cosa non le piace dell’Italia?” “Non mi piace Berlusconi” Grida, e qualche matrona ingioiellata, intenta ad offrirsi ai fotografi, si volta stupita. Lui la guarda, grida di nuovo e ride. Se ne frega di tutto, di tutti. È questa la felicità. Stringe le mani, fa autografi e sorride. Un sorriso intenso, luminoso che sembra venire da un luogo profondo. Sembra che sorrida anche l’uomo, laggiù, nascosto oltre la porta.

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