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Il romanzo: Nous étions des êtres vivants

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Raccontare il lavoro non è mai un’impresa semplice: se poi a farlo è una donna, per di più francese, la faccenda è ancora più complicata.

Raccontare il lavoro non è mai un’impresa semplice: se poi a farlo è una donna, per di più francese, la faccenda è ancora più complicata. A un anno esatto dal caso France Telecom, Nathalie Kuperman si inoltra nei corridoi di un normale ufficio, per osservare il mondo del lavoro. Nous étions des êtres vivants (Gallimard) più che un grido di dolore, è una lucida presa di coscienza di ciò che eravamo, prima di trasformare noi stessi in lavoratori senza più diritti.

Erano esseri umani gli impiegati del gruppo editoriale Mercandier, specializzato in libri per l’infanzia. Lo erano prima di conoscere il loro nuovo capo, Paul Cathérer, giovane ambizioso, deciso a trasformare l’azienda in un incubo. Tanta efficienza e zero tempo libero: nessun sabato a casa, nessun impegno famigliare, nessuna tolleranza per gli errori. E se gli uomini dell’ufficio cercano di adeguarsi ai nuovi ritmi disumani, le donne sono le prime a pagarne le conseguenze.

Le donne di Kuperman sono prodotti del capitalismo geneticamente modificati: chi vuole fare carriera non può avere figli, chi spera di conservare il posto non può piangere per il marito fedifrago, fuggito con l’amante più giovane. Uomini e donne mutanti che si addormentano sul treno che li riporta a casa, costretti a lasciare casa e famiglia alle due di un sabato pomeriggio per andare a lavorare, pronti a spargere malignità pur di entrare nelle grazie del nuovo capo. Tutto nel mondo di Nous étions des êtres vivants risulta quasi fumettistico e volutamente caricaturale. Eppure ad ispirare la storia è stato proprio il lavoro della Kuperman, per anni impiegata in una società di libri per bambini. Ma per raccontare la dura realtà a volte è meglio utilizzare la finzione. Così, dopo aver letto l’ultima pagina si può chiudere il libro con una sana dose di ingenuità. In fondo è solo un romanzo.

 

Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi” ( Joseph Conrad)

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