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Mazzacurati e La Passione: “Mi piace la gente che non si sente nella sua acqua”

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Al Festival di Venezia gli attori sorridono, i registi quasi mai. Prima la tensione per la proiezione ufficiale, dopo la stanchezza. Carlo Mazzacurati, all’incontro...

Al Festival di Venezia gli attori sorridono, i registi quasi mai. Prima la tensione per la proiezione ufficiale, dopo la stanchezza.

 

Carlo Mazzacurati, all’incontro con la stampa estera, non è felice. È gentile, curioso, sorride ma una punta di malessere affiora nei suoi gesti, nel modo in cui si accomoda sulla poltrona. Però fa in modo di nasconderlo con il sorriso paziente di chi si offrirà a fare tutto ciò che gli verrà chiesto. Il suo film in concorso, La passione (nelle sale dal 24 settembre) è molto piaciuto e negli occhi di chi lo guarda, seduto davanti a lui, c’è ammirazione.

 

“Are you tired? È stanco?” Gli chiedono, cogliendo l’ombra sul suo viso, o sapendo forse che la stampa estera arriva sempre alla fine, dopo gli incontri con la stampa italiana e tutto il resto,  e Mazzacurati prontamente si tira su “No, no”.  Sorride, allarga le braccia ad indicare attorno il mare lontano, le tante troupe, la lunga lista di nomi appuntati sul foglio dell’addetta stampa. Il timer che segna implacabile lo scorrere dei sette minuti per intervista. Un tempo sufficientemente lungo per rompere il ghiaccio, ed iniziare a sentirsi a proprio agio, eppure troppo breve per tirare il fiato, abbandonarsi magari ad una qualche confidenza, accostarsi insieme ad una piccola verità.

 

“Cosa si prova ad essere in concorso al Festival di Venezia?” – Gli chiede un giornalista straniero che, non conoscendo forse i suoi trascorsi al Lido, formula la domanda sempre buona per ogni intervista, che consente di rispondere che come Venezia non c’è nulla, gli americani giovani non l’hanno mai vista o magari solo una volta da bambini con i loro genitori. E ora tornarci da star è una grande emozione.

 

Ma Mazzacurati da cineasta, è venuto al Festival otto volte, di cui cinque in concorso. Dice con modestia, quasi scusandosi per tanta assiduità. È nato a pochi chilometri da qui, e “a Venezia venivo fin da bambino, a guardarla, con tutto il fascino dei posti segreti”. Più che parlare della sua emozione sembra spiegare a chi viene da fuori un mondo che lui conosce bene. Come farebbe un padrone di casa.

 

“E non è mica una brutta cosa, sa, che ci siano poche celebrità quest’anno. Quella delle star è stata la mania degli ultimi otto, nove anni. Ma per tradizione questo è un festival di qualità, che punta sui film, più che sul glamour. Per fortuna  con la crisi si è tornati  alle origini. Qui c’è molto rispetto per il cinema, c’è il desiderio di far conoscere i film e soprattutto c’è il contatto con il pubblico.

 

In Italia, adesso, non è più così facile averlo. Questo è stato un film complesso da fare, tre anni di grosso lavoro, vissuti nel chiuso, nell’isolamento e poi arrivare qui e, in tre giorni, avere tanti riscontri, è utile, è bello davvero”.

 

Dal suo viso per un istante scompare la stanchezza, affiora una gioia sincera: “Mi ferma tanta gente per strada, non me lo aspettavo, mi parlano di quello che il film è stato per loro e allora capisco che il film è arrivato. Sono arrivate cose che io neanche pensavo ci fossero. È questo il bello di un Festival: parlare con la gente. E poi essere un veterano non vuol dire nulla, ogni volta è come ripartire da zero. L’emozione, l’apprensione per il giudizio degli altri non cambia, sa”.

 

Ora parlando, raccontando, Mazzacurati si rianima, un’energia sembra accendersi dentro di lui, per subito spegnersi quando il timer, allo scoccare dei sette minuti, comincia a lampeggiare furiosamente.

 

“Se un regista fa un film su un uomo che ha un blocco creativo come succede al suo regista Dubois  interpretato da Silvio Orlando, subito si pensa ad un spunto autobiografico”.

 

“Ma no, no…” Mazzacurati si muove sulla poltrona. Ci pensa su, nonostante la domanda sia quasi d’obbligo. Studia chi ha davanti. Il fatto che si tratti di giornalisti stranieri, di mondi, ed esperienze diverse lo incuriosisce, si vede. Mentre li ascolta parlare ne valuta il piglio, le espressioni, le reazioni alle sue risposte e, ad intervista conclusa, talvolta, si informa sulla loro nazionalità, sulla testata televisiva per cui lavorano, vede se le sue intuizioni erano azzeccate.

 

E, nonostante la visibile stanchezza, e il ripetersi delle domande, se intuisce nell’intervistatore sincerità, passione, ironia si lascia coinvolgere e lo ripaga con la stessa moneta. E per il soffio dei sette minuti, lui è lì, presente. Attento.

 

“Se proprio l’ho avuto un blocco, non me ne sono accorto! Forse lavorare sul film è stato catartico, è servito ad esorcizzare la paura” – Ride – “Diciamo che è una paura costante, un monito vitale che ti accompagna sempre e ti tiene vigile. Hai sempre l’impressione che un giorno ti sveglierai all’alba e non avrai nulla da dire a chi ti aspetta sul set. Agli attori, alla troupe. È un senso di inadeguatezza rispetto alle cose che fai. Lo può provare chiunque, non mi interessava parlare dell’artista… Perché sa una cosa?” – Deve aver visto una luce che  gli piace negli occhi della spagnola che gli è seduta davanti, pieni di entusiasmo ed insieme di timidezza – “A me piace la gente che si sente inadeguata. Tutti i personaggi coinvolti nella rappresentazione paesana della passione di Cristo, compreso il regista Dubois ed il suo assistente, tutti… sono inadeguati. Sono dei poveri cristi. Una sorta di armata Brancaleone. A me piace la gente così. Sono loro, adesso in Italia, il lato salvifico di un paese allo sbando. Il blocco creativo oggi viene per altre ragioni, viene dall’ansia e l’ansia viene dal desiderio superficiale di fare la cosa che funzioni”.

 

Si fa scuro in volto “Oggi è difficile per gli artisti porsi con libertà, sono tempi difficili, anche i giovani pensano solo a trovare la cosa che funzioni. La giovinezza che si affaccia all’arte deve avere l’imprudenza di rischiare, non di creare allevamenti di polli”. Il timer lampeggia. Saluta la giornalista con un pizzico di malinconia, di rammarico per tanta brevità, per l’allegrezza che lei si porta via  “Ma per voi spagnoli non è così…voi siete sempre allegri”.

 

“Il suo film ha il ritmo ed i toni della commedia eppure è anche tragedia. Ha lavorato molto sul montaggio?”

 

Si sorprende per il riferimento al montaggio, per l’improvvisa intrusione di un elemento tecnico. Guarda l’intervistatore. È un russo affabile, gentile, che fa le interviste assistito da sua moglie. Anche lei garbata, quasi ossequiosa.

 

“Beh sì…il montaggio è fondamentale in una commedia per dare il ritmo. Ma qui era importante soprattutto per trovare il giusto equilibrio: perché la farsa non impedisse una relazione empatica con i personaggi. Il film ad un certo punto  fa un giro di boa. Procede in un certo modo fino a dieci minuti prima della fine e poi vira. Ma la virata  era possibile solo se fossimo riusciti a creare un contatto emotivo con i personaggi. Bisognava evitare il cinismo, a cui invece spesso ricorre la commedia”.

 

E ora che lui ne parla, la nostra mente torna su quella virata che arriva improvvisa, magistrale, sublime; dono di una proiezione mattutina che ha lasciato il suo sapore per tutta la giornata.  Senza accorgercene, dopo aver riso, abbiamo sentito il cuore fermarsi, palpitare. Stretto da un nodo di commozione. Ora a ripensarci, non capiamo, vorremmo ritornare indietro, rivederla, capire come si è innescata. Quanto lavoro ci sia stato dietro quel tocco di leggerezza, che sembrava aver turbato ugualmente, profondamente chi usciva accanto a noi dalla sala.

 

Ma ai giornalisti stranieri interessa il tema della commedia, del collocarsi di Mazzacurati sul filone più autentico della commedia italiana. Vogliono sapere. E Mazzacurati sta al loro gioco. Si ha quasi l’impressione che si sforzi di spiegare l’Italia, si faccia paladino di un mondo, più che del suo film. Gli piace essere l’alfiere moderno di un passato glorioso che  lo commuove. Soprattutto a beneficio dei giornalisti giovani che di persona, dell’Italia, hanno conosciuto solo questi duri tempi … “In cui al nostro Governo non interessa affatto aiutare l’arte, il cinema” – Per loro lui spiega lentamente con piglio da maestro.

 

“Il cinema italiano è figlio della commedia e del dramma uniti insieme. Perché la commedia funziona se è una spugna impregnata della realtà che la circonda. Deve far ridere e piangere insieme. La cosa più bella che possa capitare ad un film. Ma la tragicommedia è difficile e ha bisogno di personaggi che siano autentici. Per questo oggi a voler rifare I soliti ignoti  ci vorrebbero altri personaggi. All’epoca i ladri erano dei poveracci. La gente si identificava con loro, finiva per volergli bene. Oggi la parola ladri è legata al potere, ai politici, alla corruzione. Capisce? Che bene gli si può volere?”.

 

“Ma il suo è un umorismo solo italiano o crede che potrà arrivare anche ad un pubblico straniero?” Gli chiede il giornalista russo.

 

“Eh no” risponde sornione “Questo lo vorrei piuttosto sapere da lei”. Il russo arrossisce. La moglie non sa cosa suggerirgli. I giornalisti arrivati fin qui sogghignavano, ridevano ricordando alcune scene. Complimentandosi con Mazzacurati per la sua capacità immaginifica e lui ogni volta ripeteva di non  aver inventato nulla. Erano tutte cose successe davvero.

 

“Sa una cosa?” riprende liberando il russo dal suo impaccio  “l’altra sera entrando alla proiezione ufficiale ho sentito delle voci straniere e allora durante il film guardavo dalla loro parte. Mi dicevo vediamo se ridono, se la capiscono quest’armata Brancaleone. Loro hanno riso, ed io mi sono sentito felice. Io il film l’ho sempre visto da solo in una sala buia, alla fine perdi la percezione delle cose, non sai più cosa fa ridere…”

 

Ogni tanto approfitta di una breve pausa per uscire a fumare.

 

Poi torna a sedersi, ascolta le domande, appoggiato allo schienale, dietro gli occhiali, la barba ed il sorriso come una smorfia, la sua espressione è indecifrabile. È stanco, ma si sforza di non essere scortese. Anche quando non trova scintille, quando chi gli parla vuole solo conoscere  le stranezze dell’Italia.  Spiega che la trovata dell’albero dei registi è vera, il giornale la Repubblica ogni tanto si diletta a pubblicarla. “Una volta un amico mio, un regista migliore di tanti altri, non ha trovato il suo nome. E c’è stato malissimo. Gli ho detto, ma che ti frega? Ma lui quasi ne muore”.  Racconta che l’idea dell’attore metereologo gli è venuta un giorno guardando la televisione in una cittadina di provincia. “Ho visto quest’ uomo che leggeva le previsioni del tempo e ho pensato si vede che è un attore che non sta lavorando in teatro”.

 

Ed è a lui che hanno chiesto, in un piccolo paese di campagna, di mettere in scena la passione di Cristo. La rappresentazione era stata un disastro, un po’ come la vediamo nel film, era venuto giù il diluvio, i ladroni erano scappati, ma nonostante tutto si era creata una grande unione con la gente del posto. “E durante i sopralluoghi, abbiamo trovato un paese, in Toscana, dove era stata rimossa l’antenna e il cellulare prendeva  solo sulla cima di una torretta. Sotto c’era sempre la fila ad aspettare, una specie di regressione alla cabina telefonica”.

 

Questi dettagli di verità, che tanto piacciono a chi ascolta, a lui sembrano stancarlo. Li ripete senza slancio, è vero che tutto corrisponde a verità, ma è una verità in fondo solo strumentale per creare quello che è uno dei suoi film più personali. Personale al punto che anche con gli  sceneggiatori ha lavorato in modo diverso “All’inizio ci siamo riuniti tutti insieme, parlando molto, io parlo molto, perché non so scrivere” dice sorridendo con rammarico. L’interlocutore si stringe nelle spalle, non crede a tanta modestia “È vero, è vero. In genere parliamo per capire bene una storia, per tenerla insieme, ma in questo caso non ne avevo bisogno: la storia e la struttura le avevo ben chiare in testa. Poi quando la storia è stata chiara per tutti, ho lavorato con ognuno di loro singolarmente. Ad ognuno ho assegnato un blocco su cui lavorare”.

 

Una stranezza che solo più tardi ci verrà chiarita, perché Mazzacurati, ci accorgiamo adesso, è così: non dà risposte uguali alla stessa domanda: ogni risposta è un prosieguo, un’elaborazione, un perfezionamento della risposta precedente. Come se lui seguisse il filo di un suo discorso che si dipana tra l’alternarsi ed il succedersi delle interviste. Un discorso unitario e fluido per esorcizzare il timer lampeggiante. O forse ha a che fare con quanto ha detto poco fa: sono bravissimo a non trovare mai nulla da dire quando mi chiedono qualcosa e a cominciare a parlare quando tutti se ne sono andati”.

 

“Ho lavorato con gli sceneggiatori assegnando ad ognuno un pezzo diverso, scene diverse perché mi era sembrato, in una fase iniziale, che ognuno trovasse delle corrispondenze più specifiche con un momento del film e non volevo che questo andasse perso. Mi è servito a mantenere una base selvatica, perché altrimenti si tende a smussare gli angoli, quando si lavora insieme, si fa sì che tutto fluisca senza fratture o interruzioni, ed io invece volevo che le scene restassero così, un po’ grezze, come le gag televisive che non si sa dove andranno a cadere… Non è stato facile” – dice con una smorfia amara – “e non dico che lo rifarei, ma per questo film ho voluto lavorare così”.

 

“Lei sembra prendersi gioco del processo creativo. Quando al suo regista viene chiesto se ha un’idea lui si guarda attorno e racconta la prima cosa che vede…”.

 

“Non è una presa in giro: il processo creativo è anche questo, forse mi faccio gioco del bisogno di piacere, di trovare l’idea accattivante. Dubois all’inizio annaspa e, in preda all’ansia, cerca mille spunti che non lo porteranno da nessuna parte. La paura del blocco creativo io credo che si superi solo non cancellandola”.

 

“Secondo lei perché funziona sempre la rappresentazione della Pasqua? Della passione di Cristo? C’era in lei un intento religioso?”.

 

Mazzacurati sembra soppesare, dentro di sé, questioni sospese, quasi che questo film, più che dargli risposte certe, gli avesse rivelato qualcosa di sé, di indefinito. Che ancora si sta sviluppando e crescendo e non si sa dove porterà. Quello che gli altri considerano un film concluso continua ancora a lavorare dentro di lui.

 

“Credo che la Passione si continui a rappresentare nei nostri paesi, in tutta Italia, perché racconta di tutte le morti nella nostra vita. Ognuno rivive le tante morti, le tante perdite di ogni anno: la perdita di una persona cara, di un lavoro, di un luogo. No, non avevo un intento religioso. Diciamo che sono laico” – Fa una pausa – “Insomma…non so cosa sono, non so più cosa sta succedendo dentro di me”

 

“Ma La Passione si riferisce anche alla storia di un povero Cristo, che è sottoposto ad una serie di prove, deve percorrere il suo calvario e poi ritrova nel fondo di sé il coraggio di inventare. In questo film ho tirato fuori tante cose che mi riguardano, non fatti, ma eventi intimi. Mi piace la gente che non si sente nella sua acqua. Provo simpatia per chi vive con una sorta di fatica. Gli inadeguati del film possiedono una forza poetica, una purezza che contrasta con ciò che li circonda con un paese che vive sulla superficie, che ha perso la memoria, dove l’unica velleità è apparire, essere protagonisti di qualcosa” – La voce trasmette un senso di fatica – “Il senso di inadeguatezza mi ha sempre accompagnato. In fin dei conti il personaggio con cui più mi identifico è quello interpretato da Battiston. Nella mia vita ho sfondato tante sedie su cui mi sono seduto. Ho vissuto spesso la sua umiliazione”.

 

Il giornalista rimane un istante in silenzio, sorride imbarazzato, vorrebbe dire, ma no, ma va. Ma il candore della dichiarazione, l’espressione sul viso di Mazzacurati, il suo corpo grosso che incombe sulla sedia, non lasciano spazio ai commenti.

 

“Il rapporto del regista Dubois con la ragazza polacca non è esattamente un rapporto amoroso, né di innamoramento. Lei come lo definirebbe?”

 

Mazzacurati sorride.

 

“Mi piace il rapporto con l’immigrata. E mi piace che la natura del loro rapporto si capisca solo alla fine. Perché, sa, in genere quando ad un personaggio gli succede di tutto e all’improvviso sulla scena appare una bella ragazza, uno subito pensa: ecco questa sarà la consolazione. Il rapporto amoroso come cura per tutte le disgrazie della vita. Ed invece qui non è così. Non ci sarà un rapporto d’amore. Però è una fonte di ispirazione, lei diventa la sua fantasia, è la musa della musica che riaccende in lui il desiderio, il coraggio di fare le cose. Sono belli questi incontri nella vita. E ci sono”.

 

Il tema dell’immigrazione ritorna nella breve ripresa del pomeriggio. Giornalisti giovani, che vengono da paesi lontani, stretti sui puff attorno a lui.

 

“Perché gli immigrati tornano sempre nei suoi film?”

 

“Da noi l’immigrazione è un fenomeno recente, il rapporto con gli immigrati mi consente di raccontare la storia stessa degli italiani, ma da un’angolazione diversa.”

 

“E si è ispirato ad otto e mezzo?”

 

“No, non direi, non c’è un’analisi esistenziale profonda nel mio film, e poi ero così concentrato per trovare una fine alla mia storia che non avevo la libertà mentale per cercare in altre fonti. Il mio personaggio tocca un’emozione imprevista e da quella trae coraggio. Non è neanche la vita di paese a salvarlo perché all’inizio lui trova lo stesso caos, le stesse ambizioni della grande città”.

 

Ora le interviste sono finite. E a lui viene altro da dire “Però sa che le dico, forse dovrei rivederlo 8 e mezzo e magari scopro che qualche influenza inconscia c’è stata. Fellini è come il vino buono. I suoi film con gli anni non invecchiano, anzi ogni anno che passa diventano migliori. Perché invece sa cosa succede ai film drammatici? Che con gli anni spesso diventano comici”.

 

“E altri registi italiani?”

 

“Negli anni ’50, ’60 c’erano registi fantastici oggi purtroppo dimenticati, Pietrangeli, Germi. Age e Scarpelli: due sceneggiatori che sono stati i Dickens italiani” – I ragazzi prendono nota – “Però ora in Italia si ricominciano a fare film che raccontano la vera Italia, fino a poco fa raccontavano l’Italia che voi stranieri volevate vedere, ma che da noi non c’era più”.

 

“E quel Gesù grasso è bello, molto riuscito, è una reazione a questi tempi anoressici?”

 

“E bulimici” – dice alzando il dito in segno di monito – “Oggi i veri poveri, il ventre povero del mondo è grasso, i poveri non sono più magri, i poveri mangiano tanto e male. Oggi Gesù sarebbe grasso”.

 

Seduto attorno al tavolo con i giornalisti giovani, curiosi sembra dimentico della stanchezza, di tutto chissà che non sia così con i suoi sceneggiatori. Abbandonato, disponibile, pronto a cogliere da ognuno una scintilla di verità, credendo, come il suo protagonista Dubois, che solo dall’incontro con l’altro arrivi lo spunto, il coraggio. È un vulcano di parole. E di vuoti improvvisi. Come quando gli chiedono quali sono i suoi due incipit di film preferiti e lui si concentra. Si porta le mani tra i capelli.

 

“Sa che non mi viene niente, ma proprio niente. Ma se ripassa più tardi…”

 

E intanto spiega come è finito dietro la macchina da presa. “Io non volevo fare il regista, volevo fare lo sceneggiatore, ma a scrivere non sono bravo” – dice con rammarico – “sono bravo a parlare, a stare insieme e a parlare, e a costruire così le cose. Ho scritto Notte italiana, la sceneggiatura, ma non trovavo nessuno che lo volesse girare, mi hanno detto forse è più facile che te lo giri da solo. È così è tutto iniziato…”

 

Tutti ascoltano attenti. “E poi…”

 

Ma ecco ora il timer è davvero impazzito.

 

È finito lo scambio, che per un momento gli ha dato il contatto del mondo, di ciò che del suo film è arrivato.

 

Mazzacurati si alza, stringe le mani, di nuovo sul suo viso dietro la barba e gli occhiali, è tornata l’espressione indecifrabile. E quel sorriso come una smorfia di stanchezza.

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