Il romanzo: a piedi nudi sull’Acciaio

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Titolo e copertina sono tutt’uno nel romanzo in vetta alle classifiche dei bestseller.

Titolo e copertina sono tutt’uno nel romanzo in vetta alle classifiche dei bestseller.

 Le ciminiere degli altiforni a ridosso di casermoni alveari circondati da erbacce tra le quali si aggira una ragazza scalza si amalgamano perfettamente con la parola acciaio. L’insieme è così bene assortito da  sembrare una vera e propria icona.

Non è usuale che un  prodotto industriale – l’acciaio –  diventi titolo iconico di un romanzo.

Prima, durante e dopo la guerra degli anni quaranta, Alberto Moravia con i titoli dei suoi romanzi costituiti da nomi di persona e/o da aggettivi qualificativi, conduceva per mano molti dei pochi lettori dell’epoca a scoprire vizi, virtù, atteggiamenti mentali e costumi di vita fine novecento.  A rileggerli, i titoli moraviani indicano personaggi che nel loro  proprio contesto, sono icone: soggetti impastati col comune senso di vivere e pensare predominante al tempo dei romanzi. E, come tali, immagini  indicative di un qualcosa facilmente afferrabile dal lettore.

Da quando, nell’inverno del 1944, le truppe alleate ci fecero scoprire Charlot in Tempi Moderni, qualcosa è cambiato.

Quel film americano fu l’inizio di  una crepa  allargatasi, ogni anno un po’,  nelle consuetudini  della repubblica italiana delle lettere. Ci siamo abituati a romanzi che hanno per titolo perfino il tempo variamente coniugato e/o  anche luoghi geografici. Silvia Avallone, scavalcando tempo, nomi propri e aggettivi qualificativi, ha sbattuto in copertina l’acciaio, un metallo lega di altre materie, per dire ai lettori che la vita di oggi  è talmente attorcigliata a cose che si corre il rischio di campare (studiare, lavorare , riprodursi) e morire solo  perché la cosa – l’acciaio nel nostro caso – prenda corpo e forma. Tutto ciò salta agli occhi  perché  nel libro  non c’è il metallo finito ma  il processo di fabbricazione dell’acciaio. Non tutt’intero però.

Solo alcune fasi che, per chi vi partecipa, comportano fatica improba che può essere affrontata con qualche speranza di uscirne vivi solo  con abbrutimento da alcool, strisce di cocaina sniffata su uno specchietto da tenere sempre in tasca, sesso sfrenato  e straniamento. E nessuno di quegli animali da fatica, può permettersi il lusso di non mettere in conto anche molti altri danni collaterali per le loro famiglie.

Quel titolo è certamente una icona che suggerisce che il romanzo contiene oltre al degrado di una periferia urbana, qualcosa  in più che invita a sfogliarlo.

Allora si scopre che il protagonista non è un pezzo di metallo. Sono, invece, due adolescenti che tirano i fili del romanzo: Francesca e Anna sulla soglia della pubertà che in cerca della loro identità prendono coscienza di vivere in un posto   – Piombino – e in famiglie che risentono in negativo il legame con il processo produttivo dell’acciaio e le sue scorie. La trama del romanzo è semplice e lineare. I fili con cui è intessuta sono l’amicizia, la separazione, il ritrovarsi delle due ragazze e la loro fuga finale per appropriarsi di se stesse e vivere la propria identità in un altrove più semplice – l’isola d’Elba – ove sperano di trovare quanto a loro basta per vivere (una piazzetta, una chiesa, ecc). Solo così  riusciranno a non finire fagocitate dalla fabbrica dell’acciaio. I personaggi che circondano Francesca e Anna sono ben delineati anche se, a volte, danno l’impressione di essere troppo incapsulati in stereotipi.

Due padri padroni maneschi, possessivi e imbroglioni; due madri, una sfiancata dalle fatiche domestiche e dalle botte e l’altra persa in illusioni politiche bugiarde e irrealizzabili; un fratello  e i suoi amici che  possono manovrare macchine necessarie per produrre l’acciaio, solo con in tasca uno specchietto su cui sniffare coca. Questa la gente che circonda le due adolescenti e le affascina, e le costringe, allo stesso tempo, a scoprire tra i tredici e i quattordici cosa significa essere femmine. Lo spazio è un angolo della periferia di Piombino tra l’acciaieria e l’isola d’Elba sullo sfondo. Il tempo è giusto una manciata di mesi tra la fine di un ciclo scolastico – la scuola media – e l’inizio di un altro, le superiori.

Il ritmo della narrazione ne beneficia perché resta sostenuto nonostante che il linguaggio in genere ben calibrato, a volte mostri qualche falla in bocca ai personaggi (espressioni volgari in romanesco in bocca a ragazzi di Piombino) che fa sorgere dubbi sul vincolo mimetico che li avvince all’autrice. La Avallone ha fatto di sicuro un grande sforzo per dare al lettore un affresco vivo di uno spicchio di mondo e fargliene cogliere la poetica. È un posto ove perfino i gatti che vi dimorano diventano deformi e orribili a vedersi ma, nonostante tutto, anche lì esiste una certa quale humanitas, una poetica fatta di molte sofferenze  e poche gioie per gli umani. Il lettore la coglie tra le righe del romanzo. Qualcuno ha detto e scritto che l’opera è << la poetica dell’acciaio>>. Non saprei. Probabilmente è così anche se, alla fine, può anche succedere che un  lettore  resti rintronato dal carroponte con le vergelle che scorazza qua e là nel posto ove si fabbrica l’acciaio. La selezione per lo Strega ha rifatto il miracolo di avviare una nuova stagione narrativa come avvenne agli inizi con Tempo di uccidere di Ennio Flaiano? In ogni caso, il romanzo è un’opera di rottura  che spicca nelle librerie  come piacevole novità tra i romanzi main stream di  tradizione intimistica.  Anche le cose, tra noi, sono ormai feticci intorno ai quali si possono intrecciare piccole storie  e perfino romanzi di successo.

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