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Il Film: Il rifugio di François Ozon

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È impensabile assistere ad una pellicola di Ozon non intrisa di ambigui e trasgressivi ingredienti che – reiterati nei suoi undici film – concorrono a tracciare un’impronta sempre perfettamente riconoscibile.

È impensabile assistere ad una pellicola di Ozon non intrisa di ambigui e trasgressivi ingredienti che – reiterati nei suoi undici film – concorrono a tracciare un’impronta sempre perfettamente riconoscibile. La parabola lessicale del regista francese, senza mai incorrere nell’appiattimento, giunge a piena maturazione con Il Rifugio che, dopo la conquista del Premio Speciale della Giuria al Festival di San Sebastian, la presentazione al Toronto International Film Festival e al Torino Film Festival, sbarca nelle nostre sale a partire dal 27 agosto.

Una coppia di tossicodipendenti, Mousse (Isabelle Carré) e Louis (Melvil Poupaud), alienati nella loro camera da letto, scandiscono il tempo con ormai sfibrati gesti d’amore intervallati da iniezioni di eroina.

L’uomo non sopravvive all’ultima overdose e la ragazza, al risveglio in ospedale, non solo apprende di essere sfuggita per miracolo alla morte, ma anche che il suo uomo le ha lasciato un “dono” non desiderato.  Mousse, infatti, porta in grembo il figlio di Louis. Nonostante le incalzanti pressioni inferte dalla madre (Claire Vernet) del defunto, al fine di interrompere una gravidanza “inopportuna” per il mondo alto borghese di cui fa parte, la ragazza decide comunque di portarla a termine. Si rifugia così in una casa al mare, prestata da un ex amante, in cui potrà disintossicarsi e assaporare in solitudine i nove mesi pre-parto.  A infrangere quell’isolamento – prima disturbato dalle sporadiche incursioni di Serge (Pierre Louis-Calixte) (un tuttofare a cui Mousse affida le sue commissioni) – sarà l’arrivo Paul (Louis-Ronan Choisy), il fratello di Louis.

La diffidenza iniziale di Mousse – debellata dalla tenera e perseverante invadenza del nuovo coinquilino – lascerà presto il passo ad un’intesa totalizzante. Oltre a un lutto in comune da condividere, quel che più incrementa l’empatia tra i due è il reciproco “denudamento”, atto a dichiarare la loro diversità e il loro bisogno di essere accettati.  Paul è gay e il breve soggiorno al mare gli concederà l’occasione di intraprendere una relazione significativa con Serge. Mousse non ha una collocazione nel tessuto sociale ma la complicità di Paul la faciliterà nell’individuazione del proprio ruolo. La durezza della mascella sempre serrata, che la caratterizza nella prima del parte del film, si scioglierà in un sorriso fiducioso. Così come il suo sguardo, prima trincerato dai grandi occhiali scuri, prenderà di nuovo vita di fronte alla bellezza ingenua e disarmante di Paul. La mancanza di Louis è palpabile e la figura dell’uomo che non compare se non nei primi minuti del film aleggia  tra le mura della villa; basta un profumo indossato da Paul e poche note da lui accennate al pianoforte, ad evocarne l’ingombrante presenza.

Ozon ci ha raccontato l’elemento mortifero anche in Sotto la sabbia e ne Il tempo che resta, e ancora, la scelta di un ritiro forzato in Swimming pool. Ne Il rifugio il progetto  predominante, che rappresenta una novità rispetto ai caratteri costitutivi della sua poetica, è  quello di circoscrivere l’interesse al periodo della gestazione (Isabelle Carrè è realmente incinta sulla scena), vissuto in una modalità non tradizionale. A questo si aggiunge, su un binario parallelo, l’intento politico del regista che si fa sostenitore della genitorialità gay. Il personaggio di Paul, in quanto figlio adottivo e omosessuale, ben incarna il messaggio, svelando l’intensità di un amore materno non necessariamente biologico. “L’istinto materno non è una cosa scontata – afferma Ozon – Mousse, infatti, non vive la sua gravidanza come un processo di procreazione, quanto piuttosto come un modo di accettare la morte di Louis e di elaborare il lutto, uno strumento per alleviare il dolore“. E quando quel processo di elaborazione è terminato, la donna non può non fare la scelta più coerente con il suo vero “io” da poco riscoperto.

Ad anticipare il finale, che come in ogni opera di Ozon, è i risultato di un percorso simmetrico e circolare, viene incastrato nel lungometraggio più di un foreshadowing (elemento che prepara lo spettatore a qualcosa che deve succedere) come la scena in cui Paul accarezza amorevolmente il  pancione di Mousse e il seguente atto sessuale tra i due giovani, quasi a simboleggiare un virtuale passaggio di paternità del nascituro. Ozon ci spiazza ancora una volta con un realismo crudo e spietato, infarcito immancabilmente di stereotipi dal gusto grottesco ma funzionali allo script: l’improbabile pazza che ragguaglia Mousse sul dolore della maternità e il seduttore morbosamente attratto dalla donne incinte.

Gli scarsi dialoghi, affatto scoppiettanti, vengono ben bilanciati dagli insistenti primi piani, tesi a sfruttare la mimica eccezionale di Isabelle Carré e di Louis Ronan Choisy, musicista famoso in Francia e alla sua prima apparizione al cinema. Altrettanto vale per le inquadrature interne piuttosto statiche, movimentate però da un astuto uso degli specchi. Per le scene esterne, che si esauriscono quasi interamente alla spiaggia, Ozon viene agevolato dalle riprese in HD che, con poca luce naturale, gli concedono di girare anche in “ore magiche: all’alba, al tramonto, di notte“.

 

Titolo originale: Le refuge
Regia: François Ozon
Genere: drammatico
Paese: Francia 2009
Durata: 90 min
Produzione: Eurowide Film Production, FOZ, France 2 Cinéma
Distribuzione: Teodora Film
Cast: Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy, Melvil Poupaud, Pierre Louis-Calixte, Claire Vernet, Jean-Pierre Andréani, Marie Rivière, Jérôme Kircher, Nicolas Moreau, Emile Berling, Maurice Antoni

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