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Hiam Abbass: “Se non recitassi morirei”

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Giornata di sole e vento al Lido di Venezia, nuvole leggere all’orizzonte. Nelle sale dell’ Excelsior è uno scorrere incessante di persone...

Giornata di sole e vento al Lido di Venezia, nuvole leggere all’orizzonte.

Nelle sale dell’ Excelsior è uno scorrere incessante di persone, qua e là capannelli di  fotografi, davanti a divi in posa: veri e falsi, ministri, attori, dirigenti, tutto si confonde tra le tende bianche mosse dal vento.

Nella Sala Lancia c’è grande agitazione per l’arrivo di Julian Schnabel e Rula Jebreal, regista e sceneggiatrice di Miral, uniti ora anche nella vita. Lei, bellissima nell’abito di cotonina beige, non ha perso il piglio da giornalista televisiva, lui camicia di flanella  a quadri verdi, berretto con visiera, si impone con la sua personalità massicia.

Dietro di loro Hiam Abbass incede silenziosa, portando nella sala, nel fermento chiassoso e talvolta volgare dei salottini, una calma splendida e regale, una bellezza inquieta, intensa.

Alta, ha capelli neri e occhi scuri come quelli di Rula, ma le ombre che dentro si rincorrono sono diverse. Ombre come nuvole dove il suo sorriso a tratti getta un raggio di luce.

È elegantissima nell’abito grigio di seta, con ricami d’argento, che fruscia nel vento. Le scarpe di raso grigio, con un inserto di camoscio beige sul tallone, hanno il tacco vertiginoso delle dive.

Si siede accanto al produttore Tarak Ben Ammar: uomo potente dalla parlantina fluida.

Lo ascolta parlare della felice coincidenza dell’uscita di Miral proprio nella giornata in cui Obama annuncia una possibile ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Lo ascolta, affatto intimidita da tanto eloquio. I suoi occhi neri sembrano abituati alla fermezza, al comando.

Le chiedono: “Nel film tratto dal libro, in parte autobiografico,  di Rula Jebreal, lei interpeta il ruolo di Hind Husseini. Insegnante e attivista per i diritti delle donne. Una sorta di eroina palestinese che nel 1948 fonda, a Gerusalemme Est,  la Dar Al-Tifl  Al-Arabi, la scuola dove Rula ha studiato. Il personaggio di Hind, che con il suo impegno cerca di cambiare il mondo che la circonda, è una costante nella sua carriera. Quanto vi ha portato dei suoi ruoli precedenti?”

Gli occhi di Hiam si infiammano, dal suo corpo emana un’energia potente, trattenuta.

“Nulla. Anzi ho cercato di dimenticarli.” Il giornalista sussulta per l’impeto brusco della risposta  “Hind è un personaggio del tutto nuovo.  Mi ha sedotto di lei non solo la forza interiore, ma anche il fatto che fosse una donna realmente esistita che ha visto il suo mondo andare in pezzi e non ha ceduto alla depressione, non ha abbandonato il suo paese come molti altri, ma ha deciso di restare, di fare qualcosa. Ha aperto un orfanotrofio per dare ai bambini, agli orfani della guerra che incontrava nelle strade, un’opportunità, un’educazione. E poi, dal punto di vista della recitazione, interpretare un personaggio nell’arco di 47 anni, seguirne l’evoluzione e renderla credibile, anche fisicamente, è una sfida enorme. Per Hind l’educazione era la cosa più importante: l’unica arma per opporsi ai conflitti, alla miseria. E per me è lo stesso: l’Arte salva la vita. Se non recitassi io morirei”

Le sue parole, al pari di quelle del produttore, sono un flusso inarrestabile, ma in lei  c’è un ardore, un fuoco che brucia, divampa: la sua professione è per lei arte, missione, ragione di vita. L’unico territorio in cui le è dato vivere.

Se volete che io parli, lasciate che lo faccia a modo mio, dicono i suoi occhi neri ardenti, con  la mia foga e la mia passione.

Le lunghe dita incrociate sulla seta grigia, la classe così francese, i tacchi da diva non significano certo per   lei, nata a Nazareth, figlia di profughi,  che le interviste, le passerelle siano un gioco, una routine, la vita non è un gioco. La vita è aspra e dura.

“Non volevo offenderla. Mi riferivo in particolare al suo personaggio in Lemon Tree” Dice il giornalista che, come tanti nel corso della giornata, davanti a lei finirà per scusarsi “Intendevo dire che le sue donne spesso non hanno altro che se stesse e la loro forza per andare avanti”

“Per me, vede, è importante mostrare i tanti volti della Palestina. Le tante storie. Le tante donne. Il personaggio di Paradise Now, ad esempio, è una madre, come ne vedrà tante al cinema, che si strappa i capelli dalla disperazione. Io non voglio ripetere quel ruolo, voglio presentare donne che non si vedono, di cui la stampa e la televisione non parlano. Spezzare lo schema in cui ci chiudono. Per questo faccio quello che faccio, perché l’arte, tutte le arti possono dare ciò che la politica non sa dare. La politica parla alla testa dell’uomo. Sono le storie umane,  e personali che arrivano al cuore della gente. In Palestina vivono donne molto diverse. Per lei sarà importante la continuità, per me è importante rompere i cliché, la ripetizione.”

Il giornalista annuisce, esita prima di formulare la domanda successiva già preparata.

“Eppure il suo personaggio sembra non riuscire a cambiare marcia…”

Hiam lo fissa in silenzio, senza capire.

“È un personaggio che sembra rimanere schiavo del suo rigore, della sua disciplina. Quando il mondo attorno accelera, in termini di ribellione più attiva, lei non riesce a tenere il passo”

“No, non sono d’accordo con lei. La disciplina le sembra una schiavitù? Hind è intrappolata dalla politica. Tutti noi palestinesi lo siamo. La politica determina il nostro destino. Hind ha vissuto molti eventi: la guerra del ’47-’48, quella del ’67, la prima Intifada, è morta poco dopo la firma degli accordi di Oslo. Io l’ammiro proprio per il motivo che lei espone, ma per ragioni contrarie: non si è fatta travolgere dalla politica, ha saputo aggirarla, è rimasta fedele alla sua certezza: che soltanto l’educazione può cambiare le cose, garantire un futuro a chiunque, dovunque viva. Le pare poco?”

“Comunque, le donne continuano ad essere le vere vittime dell’oppressione politica. Cosa pensa lei del caso della donna iraniana destinata alla lapidazione, qui al Festival stiamo lanciando un appello…”

Hiam accenna un sorriso. Prende tempo. Più per dare forza a se stessa che per ingraziarsi l’interlocutore. Non fa nulla per compiacere i giornalisti, non vuole sedurli con il suo fascino o l’arguzia delle sue risposte.  Non si fida della stampa, degli appelli.

“Voglio essere ottimista. Voglio pensare che questa oppressione finirà. Altrimenti non potrei andare avanti. Se cedessi al pessimismo morirei.” Sorride di nuovo con amarezza  “C’è una certa interpretazione dell’Islam, c’è gente radicale” muove le mani nell’aria  “ma spesso la stampa ha distorto le cose, ha mandato messaggi che creano solo confusione. Io non sostengo nessun governo.  Solo l’arte può correggere le mistificazioni, e portare al cambiamento. Come lei dice interpreto spesso ruoli di donne oppresse, ma le donne sono oppresse ovunque, non solo in Palestina. Anche in Occidente” Sorride ironica. Il produttore seduto accanto a lei, annuisce diplomatico, non fa nulla per fermarla, sotto sotto si compiace della sua foga. Sa che potrà sempre intervenire, in seconda battuta, ad aggiungere, stemperare, smussare le parole di Hiam, addolcirle per il giornalista imbarazzato.

“Hiam è musulmana, anche Rula lo è.” Dice serio “Ci sono donne musulmane libere… come può vedere”

“Sakineh” riprende Hiam “è solo una povera donna. C’è un regime in Iran, ma prima di giudicarlo bisognerebbe capire le circostanze che hanno portato al suo insediamento. Veniamo  da anni di inconciliabili contrasti tra Oriente e Occidente.  Sono successe tante cose, i Paesi del terzo mondo hanno sofferto molto. L’unica soluzione, come dice il film, è diffondere l’istruzione. L’unico mio appello è per le donne oppresse: studiate, coltivatevi, perseguite i vostri desideri, siate le artefici del vostro destino ”

“Le dà speranza la possibilità di ripresa dei negoziati?”

“Le ripeto, senza ottimismo si muore” E subito incalza con la voce dura “ma la soluzione si troverà solo quando i due popoli si guarderanno da pari a pari. Se proprio ci tiene alla mia opinione: fino a quando noi palestinesi non verremo trattati da pari a pari con Israele non si andrà avanti.” Negli occhi neri una malinconia ardente, che le increspa le labbra, traccia rughe sulla sua fronte “E uguaglianza vuol dire: stesso diritto all’istruzione, ad un paese, una patria. Altrimenti non si va da nessuna parte. Il personaggio di Hind mi ha trasmesso una verità molto importante. Nella battaglia bisogna sempre considerarsi uguali al proprio nemico. Mai inferiori”

Tarak annuisce, abile, diplomatico, simpatico. Si limita a ribadire la felice concomitanza tra l’uscita di Miral e la possibile ripresa dei negoziati.

Il timer scorre, i minuti si succedono, ma lui fa segno di lasciar continuare l’intervista.

“A parte i colloqui di pace in questo film palestinesi ed israeliani lavorano insieme. Come si è trovata? Le è sembrato strano?”

“Guardi che la troupe è la stessa di La Sposa siriana, di Lemon Tree. La prima volta mi ha sorpreso sì, ma poi tutto diventa naturale.. Il set è l’esempio di come potrebbe essere il nostro paese. Il viaggio artistico è il grande obiettivo comune. E allora, come le dicevo, la politica scompare.  L’arte lo ha già creato un nuovo paese.”

Poi, accantonata finalmente la politica, Hiam Assam si distende, si rilassa: parla del rapporto con i bambini, che ama molto anche nella vita, “sul set c’era sempre un nugolo di bambini, non potevo occuparmi di tutti, c’erano molti assistenti ad aiutarmi, si sa i bambini hanno bisogno di mille cose. Ma ho cercato di creare un rapporto di fiducia con loro, per avere un momento di verità sullo schermo.”

Racconta con la raffinatezza di tono e di gesti delle grandi dive. Con orgoglio, ma senza artifici. Parla della sfida di raffigurare la vecchiaia, una grande prova di recitazione. “Bastava che guardassi il mio viso truccato da vecchia nello specchio perché il mio corpo lo assecondasse”. Quando parla dei trucchi del suo mestiere, che ama visceralmente, il suo viso si illumina, sorride. Ogni tanto chiede di uscire dalla sala dove si congela: Julian Schnabel seduto sul set lì vicino, con la sua camicia di flanella ed i piedi nudi, ama tenere l’aria condizionata alta. Ma lei ha freddo, il suo corpo elegante e fragile ha bisogno di sole.

Esce nella sala ora deserta, fuma una sigaretta seduta sul divano bianco, il sole le illumina i capelli scuri, il vento gioca tra la seta. C’è un ragazzino sul divano, forse suo figlio, con un amico, e un uomo gentile che le sorride. Lei li bacia, il suo corpo cede alla tenerezza. Un istante di quiete, di silenzio, di sole, quello forte della sua terra, si abbandona sul divano, lo sguardo perso nel cielo.

“Lei che è ambasciatrice del suo paese insieme a Rula…” iniziano a dire nella Conferenza Stampa italiana.

“Dio non voglia che io sia ambasciatrice di alcun paese, solo del mio lavoro che è l’unico luogo in cui posso esistere e muovermi a mio piacimento. Se qualcosa posso portare al pubblico è la storia di uomini e di donne…”

“Non volevo offenderla, volevo solo…”

“Mi dica: perché quando si tratta di film palestinesi o israeliani si parla sempre di politica? Noi siamo artisti” la voce vibra quasi si spezza “e gli artisti raccontano storie personali, individuali, in contesti spesso politici, perché viviamo in un conflitto che non possiamo eludere, né dimenticare… ma siamo artisti, artisti in primo luogo… e con il pubblico vogliamo dividere l’emozione delle storie”

“Ma ecco io volevo proprio farle una domanda personale: conoscere la sua esperienza, lei ha conosciuto Hind, e la scuola che ha creato?”

“Vuole sapere di me? Allora le racconto. Vivo a Parigi, ho abitato però quattro anni a Gerusalemme, lavoravo in un teatro proprio accanto alla scuola, che con il tempo si è trasformata, non è più un orfanotrofio. Mia nipote la frequentava, una volta mi ha invitato ad andare per una rappresentazione teatrale, sono andata, ho fatto delle foto”. Sciorina il suo elenco di fatti con voce incalzante come uno studente che abbia imparato una lezione a memoria. “Vuole sapere di Hind? Non l’ho mai incontrata, l’ho vista da lontano, una volta sua figlia (di cui il film non parla, ma nessuno sembra sorprendersi della sua esistenza) ha aiutato un regista per cui lavoravo a trovare delle location.” Fa una pausa, poi riprende “Ma Hind mi appartiene. Io sono palestinese di Israele, ma l’identità palestinese non si ferma a nessun confine, non conosce frontiere. E dovunque ci sia una persona che combatte per il mio popolo io come artista la faccio mia, voglio conoscerla, sapere della sua vita, raccontarla in una storia. Le basta? Vuole sapere ancora?” E, senza aspettare una risposta, con un dolore nella voce che fa male, continua “Vengo da una famiglia di profughi, i miei genitori nel ’48 hanno dovuto lasciare la città in cui vivevano e da allora hanno vissuto in tanti paesi arabi, come cittadini israeliani” contrae le dita nell’aria a tracciare invisibili virgolette. Un’amarezza ironica nella voce. Toglie spazio e tempo a Julian Schnabel e già in sè ciò non è cosa da poco. “Per tanto tempo non ho potuto vederli. Solo dopo, quando ho preso la cittadinanza francese, sono andata a trovarli. Solo a Parigi ho potuto seguire la mia carriera”

Basta. La conferenza stampa finisce qui. All’uscita, sfogata la rabbia per un incontro che non le piaceva, per la politica che le impedisce anche ora, al Festival del Cinema, di essere solo un’attrice, una grande attrice, lei teme di aver esagerato, si pente di tanta aggressività e si scusa con il giornalista, non voleva aggredirlo. Gli sorride con quell’ardore malinconico negli occhi.

Si volta, ci cerca tra la folla, ci prende la mano, i suoi occhi sono pieni di calore. Ci ringrazia in un modo in cui nessuno qui ci ha mai ringraziato. Tutti sempre in fretta, distratti e stanchi. Lei, invece, è presente. Vigile. Nei suoi occhi, nella sua persona, c’è una vita che preme e soffia come il mare alle sue spalle, ed il vento. Il suo corpo come un elemento della terra. Come fuoco.

Le diciamo che è stato un onore tradurla. E lo pensiamo davvero.

E d’un tratto capiamo che i suoi occhi non è al comando che sono abituati, ma alla difesa, e che  lo stato di allerta costante ha creato in lei un dolore,  una smorfia che le contrae il viso ma se, per un istante, può dimenticarlo, lei lo dimentica ed è così che, allora, sarebbe, come la vediamo adesso: solo classe da prima attrice, eleganza di seta nel vento, solo calore.

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