Festival del cinema di Venezia: backstage

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Quando il treno arriva alla stazione di Venezia, una luce splendente di inizio settembre ci accoglie, riflessa in accecanti diamanti di luce dall’acqua dei canali.

Quando il treno arriva alla stazione di Venezia, una luce splendente di inizio settembre ci accoglie, riflessa in accecanti diamanti di luce dall’acqua dei canali. Intorno a noi le mille voci da torre di Babele dei turisti che popolano la città lagunare in questa stagione pre-autunnale, ideale per le visite ai monumenti. In questi giorni apre le porte anche la 67ma mostra internazionale d’arte cinematografica, nella storica sede del lido di Venezia.

Il traghetto che ci porta al Lido percorre le acque del Canal Grande facendoci scoprire, con occhi sempre nuovi, la spettacolare bellezza dei palazzi che in quell’acqua si rispecchiano, una quinta teatrale ineguagliata da nessuna mano d’artista.

All’approdo di Santa Elisabetta noleggiamo le biciclette, indispensabili per muoversi agevolmente per le elegantissime strade del lido di Venezia, costellate di ville liberty, curatissimi giardini, un lungomare che profuma di pini e di salsedine e oggi invase dallo stuolo di addetti ai lavori giunti al lido per la Mostra del Cinema.

 

Come un esercito d’occupazione, indossano tutti un’aria un po’ altera, a tratti annoiata, insieme al preziosissimo badge di accredito stampa che gli penzola appeso al collo da una fettuccia rossa con le insegne della biennale. Si riconoscono i gradi più alti di questo esercito dalla stratificazione di fettucce e relativi badge al collo: alcuni ne hanno quattro o cinque, portati con noncuranza e malcelato orgoglio. Tutti pedalano di buona lena, spostandosi tra le varie sedi della mostra che va a incominciare, mischiati a  operai e giardinieri che danno gli ultimi tocchi prima dell’apertura del festival.

Il nuovo palazzo del cinema è da anni in costruzione: un’alta barriera ne impedisce la vista dalla strada e tutti gli accessi alle sedi della mostra sono sorvegliate dalle forze dell’ordine e da solerti impiegati della Biennale, dotati di un congegno elettronico che legge i badge per verificarne l’autenticità. Su ogni cartellino c’è anche la foto del fortunato possessore.

Noi, purtroppo, ne siamo sprovvisti.

 

L’ingresso in sala grande con il suo celebre “tappeto rosso”, appare come il cuore pulsante nell’architettura del Festival. Effimera e prepotente la costruzione, sormontata da bandiere che svettano nel cielo, un crocevia pacchiano su cui si poseranno gli sguardi di tutti quando, nel suo momento di gloria, verrà calpestato da tacchi di scarpe a tre zeri da cui cadere è facilissimo oppure quando verrà sfiorato dall’atletica falcata di qualche divo che calza  mocassini fatti a mano.

 

 

Ed è forse per  far riposare i piedi alle star che il locale che sorge ad ovest del tappeto rosso è stato quest’anno trasformato in un bar a piedi nudi; è scritto a chiare lettere sui gradini d’ingresso: “barefoot only“. Inflessibili,  le bariste sorvegliano gli astanti e  quando chiediamo loro  se servono il cappuccino – l’aria è super zen/giapponese  – rispondono che sì, il cappuccino lo servono ma solo a quelli scalzi.

Dovendo in tutta sincerità  usufruire dei servizi igienici con una certa urgenza,  ci sottoponiamo di buon grado a questa pratica igienico-salutista-buddista-induista-musulmana,  per scoprire poco dopo che il cappuccino è fatto con il latte a lunga conservazione e fa schifo anche se costa due euro senza scontrino. Ma il peggio deve ancora arrivare: il bagno delle donne è in disordine – e questo non sarebbe grave – se non si fosse a piedi nudi su quell’umido tanto zen ma così poco igienico.

 

Esco dal bagno pronta a protestare ma le bariste sono tutte affaccendate sulla strada perché è arrivato sgarbi, accanto alla porno star che gli fa da cornice e che sovrasta con la sua meravigliosa volgarità, quella sì liberamente esibita,  tutti i convenuti.

 

Rinuncio alla protesta per mancanza di riscontro e recupero i miei sandali Dr. School’s sui gradini. Qui di certo a nessuno verrebbe in mente di appropriarsene.

Poche pedalate più avanti troviamo il mitico hotel Excelsior, le alte cupole che svettano nel cielo limpidissimo, icona dell’eleganza anni ’60, ritrovo della nobiltà italiana che nei capanni sulla spiaggia sorseggiava vino bianco freddissimo avvolta in sete e lini.

 

Ci gira la testa, sarà anche la porta girevole, notando quanto stridente sia  il contrasto tra l’oggi che vediamo e lo ieri che immaginiamo. La hall è guardata a vista da portieri in alta uniforme, schierati in formazione dietro un lucidissimo bancone di legno scuro. Malgrado i sandali del Dr. School’s riusciamo a entrare, disinvolti quanto basta per arrivare fino al mare.

Tra il cicaleccio sommesso di chi dirà “c’ero anch’io” riconosciamo Enrico Lucherini, talent scout di fama e icona del cinema e del lido di Venezia. E’ affiancato da un bellissimo ragazzo e dai leccapiedi di turno. Il ragazzo, suo probabile prossimo lancio,  è impacciato nella impeccabile giacca blu abbinata a sneakers multicolori portate senza calzini. Non ha un capello fuoriposto e la giacca sembra appena uscita dalla tintoria, come lui d’altra parte.

Intanto una signora in costume intero, apparentemente indenne al brusio del Festival, stende tranquillamente il suo asciugamano sul lettino vicino al capanno in riva al mare. Sembra non le importi di nulla fuorché appropriarsi di questo scorcio settembrino di sole, che farà tanto bene alle sue ossa.

Non avendo nessun altro impegno,  decidiamo di visitare le toilettes dell’Excelsior, per rifarci, se possibile, della brutta esperienza del bar zen giapponese.

Il bagno è affollato ma quando da una delle porte chiuse vediamo emergere Valeria Marini restiamo allibiti. Giunonica e seria, svetta su altissimi tacchi di almeno venti cm, fasciata stretta stretta in un abitino nero cortissimo, polpaccioni da calciatore senza caviglia, una fondoschiena superbo, mai ne abbiamo visto uno di uguali dimensioni. Sembra sfidare le leggi di gravità e anche quelle dello spazio, mentre si ripassa il rossetto su quelle labbra che restano, ancora per pochi secondi e nell’intimità del bagno delle donne, seriamente imbronciate.

Stanchi  ma soddisfatti decidiamo di lasciare l’Excelsior, compiendo una breve sosta all’approdo dell’hotel, dove arrivano in lussuosi motoscafi le star. L’aria d’improvviso si riempie di “toni, toni, da questa parte, un sorriso prego….”

Così facendoci strada sulla balaustra prospiciente il canale, sgomitando tra la ressa di fotografi improvvisati, scorgiamo Toni Servillo e John Turturro, appena sbarcati

Tornando sui nostri passi ritroviamo i gradini del barefoot bar dove, durante la nostra assenza, qualcuno ha depositato dei magnifici sandali Prada: rosso rubino e morbidissimo alcantara, una meraviglia da perderci la testa. Ma non è tutto: accanto ai preziosi sandaletti è adagiato un badge di accredito stampa.

 

Qualcuno deve averlo smarrito.

 

Ce ne impossessiamo seduta stante e, visto che la donna raffigurata un poco – ma poco – ci  somiglia, ci dirigiamo verso la sala darsena dove sta per iniziare il film tratto dal romanzo di Murakami, “Norwegian Wood“.

 

Calcato in testa un  provvidenziale cappello a tese larghe e occhiali da sole, riusciamo, così camuffate, a passare il controllo. Nella sala buia, calmato il batticuore, possiamo goderci indisturbate i  magnifici silenzi e l’eleganza, questa sì tutta zen, di questo film imperdibile.

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