I colori di Woodstock

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Ha l’aria di chi ricorda senza nostalgia, Barry Z Levine, uno degli uomini che hanno donato alla storia il maggior numero di scatti a colori dell’oceano umano di Woodstock.
© Mattia Matrone

Ha l’aria di chi ricorda senza nostalgia, Barry Z Levine, uno degli uomini che hanno donato alla storia il maggior numero di scatti a colori dell’oceano umano di Woodstock. La memoria dei tre giorni di pace e musica guizza dagli occhi cristallini del fotografo, senza retorica né inutili quesiti. Il mega-concerto che dal quindici al diciotto agosto 1969 catturò il corpo e l’anima di cinquantamila spettatori non è stato seguito da esempi altrettanto memorabili, forse a causa del morbo della commercializzazione che affligge il mercato musicale, dell’apatia dei ventenni odierni, della morte di un sogno. Le ragioni per cui la cittadina di campagna situata nello Stato di New York, già piccola colonia di artisti, rimase indissolubilmente legata all’estate del ’69 sono tante e intimamente connesse ai presupposti storico sociali di un’epoca ormai lontana.

Eppure Barry Z Levine non si abbandona al compianto sulle ceneri di anni in cui tutto era possibile, al contrario li rende vivi, dipingendoli con le stesse tinte accese di alcune sue fotografie. Sorride, mentre commenta gli scatti rubati alla storia: l’immensità verde della location, il lavoro dei tecnici sul palco immersi in un bagno di sole, la plasticità dei corpi che ballano al tramonto. A dispetto della scarsità dei mezzi a disposizione (una Nikon e una Pentax) le immagini rivelano la straordinaria abilità del giovane professionista il cui sguardo mette a fuoco le rockstar sul palco e curioso vaga altrove, soffermandosi sui volti ora luminosi ora stanchi del pubblico o indugiando sugli accostamenti cromatici che rendono la folla un unico spirito multicolore. Se i fotografi tradizionali utilizzano un solo occhio dentro l’obbiettivo, Barry Z Levine tiene anche l’altro occhio aperto, ampliando notevolmente il campo d’indagine allo scopo di fornire una dettagliata cronaca visiva del concerto, inconsapevole ritratto di una generazione.

L’evento rock che riunì sullo stesso palco trentadue musicisti e gruppi fra i più noti di allora non solo vide alternarsi i migliori artisti dell’epoca, ma si svolse all’apice della diffusione della cultura hippy di cui nell’immaginario collettivo Woodstock è rimasto uno dei simboli. La consapevolezza di essere il cambiamento di cui il mondo aveva bisogno, la convinzione che l’arma più efficace fosse la non-violenza, così come come le aspre critiche alla morale sessuale coercitiva sono il vibrante sottosuolo di Woostock, i presupposti presenti nei testi delle canzoni e l’inspiegabile forza centripeta che avvicinava i cinquantamila partecipanti. Dalla carica simbolica del concerto deriva la straordinarietà di immagini come quelle scattate da Barry Z Levine che imprigionano il sogno a colori, ne rivelano i retroscena e le molteplici facce.

Tanti, troppi quesiti si dovrebbero rivolgere a una Storia muta che restituisce fatti e fotografie, ma non spiegazioni. Immediata ma vana è la ricerca dei frantumi di quel sogno nel presente, inutile è la memoria dell’esatto momento in cui esso si è trasformato in vetri rotti. Ancora più inspiegabile la mancanza di una coscienza collettiva tra i giovani odierni, vittime consapevoli del mondo degli oggetti.

Barry Z Levine però ricorda senza nostalgia, con lo stesso entusiasmo che lo spinse a dormire quarantacinque minuti in tre giorni per la paura di perdere un solo fotogramma…

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