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Sofia Coppola e Stephen Dorff

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Sofia Coppola, ai piedi dello scalone, nella hall dell’albergo, è figura fragile ed eterea: un abitino a fiori stretto in vita, infradito, un piccolo brillante al collo...

Sofia Coppola, ai piedi dello scalone, nella hall dell’albergo, è figura fragile ed eterea: un abitino a fiori stretto in vita, infradito, un piccolo brillante al collo, capelli lisci castani raccolti in una coda, scompare tra le figure ingioiellate e altere che attraversano i saloni dell’albergo. Le stesse che in Somewhere, il film che è venuta a presentare, compongono uno scorcio di Italia che fa da contrappunto all’America non per le sue bellezze o la sua tradizione millenaria, ma per la sua volgarità.

 

Al suo fianco Stephen Dorff, il protagonista del film, jeans a bracaloni, magliettina nera, un volto da vita vissuta, sorride e la guarda, gli occhi pieni di devozione,  in assoluto silenzio.

 

Solo più tardi, durante le interviste, Stephen Dorff sembra ritrovare la parola e racconta, ride, mima vicende personali e professionali, per intrattenere il pubblico dei giornalisti.

 

Sofia Coppola no, le sue risposte sono sempre brevi, concise. Chiusa nel suo silenzio, osserva ogni cosa. L’intensità dello sguardo tradisce una forza enorme nel fisico minuto e l’indipendenza di una visione tutta sua, lei figlia di tanto padre. Dà l’impressione di poter  fare a meno di chiunque.

 

E la nostra mente va lontano e immagina che tanto silenzio, tanta diffidenza quasi, siano un’abitudine a proteggersi che sviluppa chi vive accanto a persone troppo grandi e troppo ingombranti.

 

Ora in sala risuona la voce di Stephen Dorff. Racconta che anche lui agli inizi della sua carriera ha voluto concedersi il lusso di soggiornare nel mitico hotel Chateau Marmont, proprio come il  personaggio che interpreta nel film: Johnny Marco un attore, genere “maledetto” che vive a Hollywood, gira in Ferrari, si impasticca, e ha tante ragazze pronte ad infilarsi nel suo letto.

 

Molti altri tratti sembrano accomunarlo al suo personaggio.

 

Qualcuno si era sorpreso che Sofia Coppola avesse scelto proprio lui, quasi uno sconosciuto, con un passato di film horror e di fantascienza, ruoli da cattivo e una somiglianza con Mickey Rourke. Dicono, le voci dei corridoi, che Sofia lo abbia scelto apposta: perché, come il suo personaggio, è dannato, donnaiolo, gigione.

 

“Lo Chateau Marmont è un rito di passaggio per molti attori a Los Angeles. Tornarci a vivere durante le riprese è stato un sogno. Dormivo nella stanza sopra a quella in cui giravamo. La mattina scendevo a lavorare in accappatoio. Chi mi incontrava mi chiedeva: “Allora sei tornato…?” Ed io rispondevo “No…Sto girando…”. Spalanca gli occhi ancora mezzo assonnati, ride divertito. “Nessuno è mai riuscito a girare allo Chateau Marmont, ma Somewhere è un film che parla dello Chateau, della sua vita. Si poteva girare solo lì” .

 

Eppure sullo schermo, lo Chateau Marmont appare, in certe inquadrature, addirittura squallido. Angusto. Niente lussi. Ma le sue stanze racchiudono tante storie. I fantasmi di personaggi famosi che vi sono transitati, il cui elenco Stephen Dorff snocciola con la sua voce roca:  Greta Garbo che per giorni non usciva dalla stanza,  Helmut Newton morto di infarto, John Belushi di overdose. E tanti altri.

 

La macchina da presa si aggira nei corridoi e trasmette un senso di claustrofobia, come claustrofobica è la vita del protagonista.

 

“Come è nata la sua carriera di attore?” Chiede ora qualcuno  “Era il sogno di sua madre?”

 

“Los Angeles è piena di mamme che lustrano i loro bambini nella speranza che qualcuno per strada li noti e li porti su un set. Ma mia madre no, non era così, io non andavo bene a scuola” sorride ironico, smuove l’aria con le mani  “ero un ragazzino che aveva bisogno di essere molto contenuto, allora mia madre mi ha detto: se studi ti mandiamo a scuola di recitazione, visto che ti piace… era un incentivo per farmi studiare… Poi ho avuto fortuna: ho incontrato attori che mi hanno aiutato. Jack Nicholson. Ora con Jack siamo amici, mi ha insegnato tanto sulla carriera, sulla vita, su tutto. Aspetto che lo veda anche lui questo film” (In America il film uscirà in dicembre, molto dopo l’uscita italiana prevista nelle sale il 3 settembre)

 

Si interrompe, lancia un’occhiata emozionata, di sottecchi a Sofia che siede lontano ad un altro tavolo. A colei che ha schiuso nuovi orizzonti alla sua carriera, colei lo ha redento proprio come, nel film, il suo personaggio viene salvato dalla figlia adolescente Cloe interpretata da Elle Fanning.  Abbassa la voce e, quasi in un sussurro, mima la scena dell’incontro con Jack Nicholson. “Gli ho detto: Jack I got a good one. I got a good one. Finalmente ho lavorato in un vero film”

 

Poi imita la voce di Nicholson:  “Hai lavorato con Sofia Coppola….? …Mi piace… Mi piace quella ragazza”

 

I giornalisti ridono.

 

“E come è lavorare con Sofia?” gli chiedono, cercando di catturare da lui dettagli che da lei non potranno avere.

 

“La prima cosa che  ti colpisce è la sceneggiatura. Sofia è famosa per le sue sceneggiature minime”. Prende due foglietti dal tavolo, li solleva con un misto di malizia e di ammirazione negli occhi “Ecco questa è una sceneggiatura di Sofia, quando l’ho vista, mi sono detto: e la storia dove è? Eppure dentro c’è tutto: tutte le scene. Non so come faccia. Certe sceneggiature sono ridondanti, sviscerano ogni dettaglio. Con lei c’è solo l’essenziale, una cosa unica, non mi era mai successo.” Di nuovo lancia un’occhiata commossa al volto lontano, chiuso di Sofia.

 

“Ad esempio per la scena del Check out in albergo c’era scritto solo Check out. Stava a me scegliere la modalità, le parole, i gesti. Sofia ti lascia improvvisare. Poi se qualcosa non le piace te lo dice: questo sì, questo no.”

 

“Nelle prime sequenze lei non dice una parola, è solo sulla scena e non fa quasi nulla, eppure da quelle scene viene fuori tutto il suo stato d’animo. Tutta la sua storia”

 

“Non è stato facile” Ride  “Non mi era mai successo di fumare un’intera sigaretta, davanti alla macchina da presa, in tempo reale…”Sgrana gli occhi, si agita sulla sedia  “Senti davvero il senso del vuoto, la solitudine… Ho chiesto a Sofia: qual è il problema di Johnny Marco? L’eroina o cosa?… Così per orientarmi… E lei ha risposto: no, è solo un uomo che si è perso. Le prime scene, in tempo reale, raccontano di un uomo che si è perso. Ma ci vuole coraggio…”

 

Le sequenze in tempo reale rivelano anche un tratto fondamentale o un cambiamento profondo nel personaggio e nella storia. La lunga sequenza di Cloe che pattina sul ghiaccio davanti al padre, e, per la prima volta forse, il padre si accorge di lei.

 

“Doveva essere così: lenta, lunga” Dice Sofia. “È il momento in cui cambia il rapporto tra padre e figlia”. O la scena che apre il film con gli snervanti, assordanti giri di pista della Ferrari, ad indicare un moto di vita circolare ripetitivo e senza sbocco. E la lunga inquadratura, che passa dal primo piano al tutto campo, di padre e figlia che prendono il sole affiancati sulle sdraio quando il protagonista ha ormai scoperto l’importanza del loro rapporto e capisce che non potrà più farne a meno. “La mia scena preferita…”Commenta Sofia Coppola senza sorrisi, senza ammiccamenti. Una constatazione veloce. Chiude la porta prima che si possa guardare oltre. Come fa quando le dicono “Si dice che la famiglia Coppola al completo si riunisca almeno una volta l’anno…Può darci qualche dettaglio, qualche aneddoto…Devono essere incontri meravigliosi i vostri”

 

“Sì ci vediamo, si sta insieme…” Tace, allunga sul tavolo la mano, il polso sottile e aspetta la prossima domanda. Il viso assorto, il sorriso educato con cui sigilla ogni breve risposta lasciano intravedere barbagli di un mondo, che lei non ha fretta né bisogno di raccontare e di condividere.

 

Stephen Dorff è sorpreso da ciò che Sofia è riuscita a fargli fare, sorpreso dall’effetto che una  persona può avere nella vita di un’altra: “Era il 32mo film della mia carriera e per la prima volta non avevo nulla oltre me stesso a cui affidarmi. Nessun supporto: né armi, né esplosivi, solo una sigaretta. La cosa più difficile per un attore è quella di essere, semplicemente essere, davanti alla macchina da presa.  Avevo perso da poco mia madre quando Sofia mi ha ingaggiato. Lei sarebbe stata orgogliosa di questo film. Non ha mai capito perché ad Hollywood mi abbiano sempre dato la parte del cattivo…”

 

“Ma lei si è riconosciuto nel suo personaggio? Nella sua depressione?”

 

Rimane un istante in silenzio. Esita. Gli occhi pieni di ironia. Vorrebbe eludere la domanda, in fondo gli stanno chiedendo se si è identificato con l’attore che interpreta.  Poi raccoglie la sfida.

 

“Conosco la ‘depressione da fine riprese’. Per un attore il film finisce con l’ultimo ciak. Per il regista no, c’è il montaggio, la post-produzione, spesso invidio la vita dei miei amici che hanno un posto fisso o almeno un lavoro regolare: si alzano la mattina e sanno dove andare, io invece spesso mi alzo e mi chiedo: e oggi che faccio? Chi sono? Dove vado? Suono la chitarra, o vado in palestra…?” Ride, ma in fondo ai suoi occhi è apparso un fondo di malinconia. La depressione di cui parla è vera anche se ora la racconta solo per farci ridere. “Dovrò mettere su famiglia così, finito un film, non mi sentirò più tanto solo…” Strizza l’occhio, “Però a 37 anni ho ancora tempo…” il suo corpo magro sembra guizzare sulla sedia, ha una voce roca, profonda, se lo guardi bene ti accorgi che è un bell’uomo, capisci che alle donne possa piacere. Che abbia ancora tanta voglia di giocare con la vita. E che insieme senta la paura di quel gioco. “I momenti bui che Sofia descrive, li conosco bene: la conferenza stampa dove non ho niente da dire, l’attrice protagonista che lancia battute sulle tue prestazioni sessuali…Li conosco bene…” Ride. “Però ora anche io, come il mio personaggio, sono cambiato  e spero di non tornare indietro agli errori di prima”

 

“Le scene in Italia  non danno una bella immagine del nostro paese. Lei e Cleo scappate, piantate tutti in asso…Avete orrore del cattivo gusto italiano…”

 

“Oh no, non è nulla contro l’Italia, è solo che io e mia figlia vogliamo stare insieme e la gente attorno ci sta troppo addosso.”

 

Anche Sofia Coppola alla domanda sul perché tanta inclemenza contro l’Italia si stupisce, nel modo suo controllatissimo.

 

“Cene sontuose, lustrini, donne volgari: ambienti così esistono in tutto il mondo.”

 

E in quell’ambiente lei colloca una delle inquadrature più belle del film: Cloe seduta in prima fila guarda suo padre sul palco, sorride e, nel suo abito da bambina principessa, irradia una gioia che contrasta con la luce greve delle matrone scollate che le siedono accanto.

 

” E come è stato lavorare con un’attrice di 11 anni? Elle è così brava, non aveva paura che le rubasse la scena?”

 

“All’inizio ero nervoso, non avevo mai lavorato con un’attrice tanto giovane, ma poi no, è stato fantastico, ha la professionalità di un’adulta e la gioia ed i desideri di una bambina. Conosco bene gli attori che usano ogni trucchetto possibile per rubarti la scena, per metterti nell’angolo ma con lei come poteva succedere…? Alla fine delle riprese, a Milano, ho voluto comprarle un regalo. Lo faccio sempre con la mia leading lady, è un modo per avere un ricordo di un film. Così giravo per Milano senza sapere cosa fare. Cosa diavolo le regalo? ” Mima la scena. I giornalisti attorno ridono  “Un giocattolo? No non ha più l’età… È finita che le ho comprato un giro di perle. Ad ogni pausa sul set veniva da me, le avevano detto del regalo e mi chiedeva “Allora il regalo me lo fai vedere? Cosa è? E dai…”proprio come fanno i bambini. Ed io a dirle, no aspetta…dai Sofia ci sgrida.”

 

Sofia che all’altro tavolo, seduta in punta di sedia, continua a dare risposte stringate, essenziali. Essenziale sembra essere l’aggettivo che la descrive. Troupe minima, personaggi secondari descritti con tocchi essenziali: la moglie del protagonista, la madre di Cloe, si vede solo un istante, ma di lei si dicono parole, di lei si sente la voce al telefono e lo spettatore ne immagina la storia, pochi frammenti sapienti che costruiscono una lunga evoluzione.

 

“Sofia è essenziale” dice Stephen Dorff  “sa trovare la frase che racchiude un universo di sentimenti, di emozioni, come nella scena dell’elicottero quando saluto Cloe che va al campo estivo dopo tanti giorni trascorsi insieme. Avevo detto a Sofia: qui vorrei  dirle che le voglio bene, chiederle scusa per tutte le volte che sono arrivato in ritardo, per le droghe,  l’alcol, per lo stato in cui mi ha visto. Ma Sofia ha detto di no. Ed aveva ragione. Quella scena è bellissima, sotto l’elicottero, senza che Cloe forse neanche mi senta, dico solo “Sorry I am not been around” Scusami se non ci sono mai stato.

 

“Cosa sono tutti questi tatuaggi?” gli chiede qualcuno indicando le sue braccia coperte di numeri e nomi.

 

Si guarda le braccia, sospira “È che i tatuaggi alla fine diventano una droga. Dopo che è morta mia madre ne ho fatti tanti: ecco Nancy era il suo nome. Ma la mattina al trucco ci vuole  tanto tempo per nasconderli, non si finisce più. Allora Sofia mi ha detto: Basta, e così ho smesso.”

 

Torna a guardarla, lei così lontana, lei che gli ha schiuso un mondo di creatività dal quale non vorrebbe più uscire. E il suo sorriso istrionico tradisce la paura che le cose possano non andare così: ha appena finito di girare un film di cui non va molto orgoglioso, il lavoro con Sofia è rimasto, per il momento, un’esperienza unica. E forse, a differenza del suo personaggio, alla fine potrebbe non esserci per lui salvezza. O cambiamento. Può darsi che queste cose succedano solo nei film, nelle sceneggiature minime, non nella vita.

 

Ad intervista conclusa, Stephen Dorff continua a parlare per il suo pubblico a ruota libera, affinché il momento magico, e la vicinanza di Sofia non debbano mai finire “Adesso che mia madre è morta alle prime viene sempre mia nonna, è appassionata di cinema, lei però vorrebbe che io fossi come Johnny Depp. È innamorata di Johnny Depp… Devo sempre fare attenzione che non le assegnino un posto in mezzo alla fila, perché fa sempre alzare tutti per andare in bagno. Adora i cocktail. Ad 87 anni è finita in ospedale… Sbrigati ad uscire di qui, le ho detto. Ti porto a prendere un Cosmopolitan…”

 

Sofia è andata via ma lui continua a recitare perché l’incantesimo non si interrompa. Anche ora che sul tavolo è rimasto solo un enorme mazzo di rose bianche.

 

Un omaggio arrivato poco prima e che Sofia Coppola ha lasciato lì, troppo fastoso, a riempire il tavolo vuoto.

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