Lidia Castellani: “La violenza privata è considerata ancora un fatto privato”

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Le luci e le ombre di una città come tante  scandiscono il  monotono ripetersi delle stagioni tracciando instancabilmente quella sottile linea all’alba di un giorno, anch’esso come tanti, ritmato dal ticchettio delle sveglie sui comodini, dai passi per le scale e dalle macchine per strada.

Le luci e le ombre di una città come tante  scandiscono il  monotono ripetersi delle stagioni tracciando instancabilmente quella sottile linea all’alba di un giorno, anch’esso come tanti, ritmato dal ticchettio delle sveglie sui comodini, dai passi per le scale e dalle macchine per strada. Basta solo non aprire la porta di casa, non uscire e tutto resta immobile e ancorato al passato. Lidia Castellani con la sua ultima opera “Il corpo non sbaglia” (Salani Editore, 2010) apre la porta di casa per un viaggio “andata/ritorno” nei “vicoli” silenziosi e privati dell’ universo femminile in cui si muovono e vivono  donne che lavorano, amiche e vicine di casa e poi figli, mariti e amanti. E solo allora tutto si riveste di altre luci e di altre ombre. E i personaggi del romanzo? Elisa, Emma, Lara, Gaia, Rita diventeranno le nostre amiche, le nostre vicine di casa e le nostre figlie. E i loro giorni, le loro azioni e i loro silenzi si insinueranno nel nostro quotidiano con il pensiero che dietro ogni porta chiusa ci possa essere solitudine, dolore  e violenza nella consapevolezza che non basterà più un “essere disposta a tutto pur di tenere insieme la famiglia”  per appagare le nostre coscienze.

 

Come è nato il tuo ultimo romanzo “Il corpo non sbaglia”?

Quasi sempre le strade che portano a un libro sono misteriose anche per l’autore. E’ esattamente in questo che sta il vero fascino della scrittura, altrimenti si tratterebbe di un mero esercizio di stile che è un’altra cosa. Ciò premesso, posso dire che ‘Il corpo non sbaglia’ è nato da una constatazione. A un certo punto mi sono accorta di come la maggior parte delle mie amiche fosse invischiata in storie d’amore poco felici. Mi sono chiesta come fosse possibile che l’amore sia capace di condizionare così tanto la nostra vita, tanto a venti che a quaranta anni e oltre, anche quando ormai è evidente che questa promessa di felicità spesso resta una promessa. Mi sono chiesta quello che a un certo punto si chiede anche Elisa, la protagonista, prima di riuscire a trovare l’uscita dal suo labirinto personale di sofferenza: “E se la felicità non fosse in quell’amore dove l’abbiamo sempre cercata?”

 

Durante la stesura del romanzo si sono verificati degli episodi che hanno mutato il corso della storia?

Mentre stavo scrivendo questa storia su una donna alle prese con il tradimento del marito e sulla possibilità di riscatto dalla trappola dell’infelicità amorosa, è successa una cosa che ha deviato il corso del romanzo. Una mattina su tutte le locandine dei giornali cittadini ho incrociato lo sguardo ironico e vivace di una signora che conoscevo bene e che quella notte era stata uccisa dal marito a colpi di machete. La sua morte è diventata il sasso che ha messo in moto la valanga dei destini dei protagonisti di questo romanzo.

 

Perché “Il corpo non sbaglia”?

Questa volta il titolo era nascosto tra le frasi finali del libro. E’ stata la mia editrice che è anche la prima lettrice dei miei romanzi e sicuramente la più attenta, a tirarlo fuori. Il filo conduttore del libro è la storia di un tradimento e della perdita di punti di riferimento che ne consegue. Il marito minimizza ma per Elisa niente è più come prima. E’ lei che esagera una scappatella da niente o è il marito che mente? Per uscire da questo dilemma sarà il corpo a mandarle i segnali giusti, e il corpo non sbaglia.

 

Quali sono, secondo te,  le dinamiche che “nascono” e si “evolvono” all’interno delle mura domestiche affinché il rapporto  uomo-donna generi un atto così violento quale la morte?

Le dinamiche sono sicuramente diverse a seconda delle situazioni ma credo che ci siano alcuni elementi comuni a molte storie di violenza domestica. Uno di questi è senz’altro un senso sconfinato di possesso nei confronti dell’altro che nei casi più estremi porta a considerare la persona amata come una proprietà privata. Non a caso la maggior parte dei comportamenti violenti scatta quando l’oggetto di tanto amore decide di sciogliere il legame e di andare per la propria strada.

 

Quali sono gli elementi più complessi all’interno di queste “dinamiche”?

Gli elementi più difficili da riconoscere sono senz’altro legati alla sfera della violenza psicologica. Ho scritto ‘Il corpo non sbaglia’ soprattutto per questo, per smascherare quei sottili meccanismi di violenza psicologica e culturale che rappresentano l’anticamera della violenza fisica e che sono particolarmente pericolosi in una società come la nostra che non li considera tali. Di sicuro la violenza domestica crea una grande confusione in chi la vive, perché la  mano che ti colpisce gettandoti a terra, è la stessa che ti aiuta ad alzarti.

 

…e quanto incide l’indifferenza della società su questi comportamenti?

Moltissimo. Al punto che l’indifferenza della società è da considerarsi come il miglior alleato di questo tipo di violenza. Basta considerare che prima di arrivare all’atto estremo di uccidere ci sono sempre episodi preparatori di minore intensità ma ugualmente allarmanti. Come si capisce anche attraverso il personaggio di Lara, una delle protagoniste del romanzo che fa la volontaria in un centro antiviolenza, il bisogno di parlare nasce anche dalla necessità di capire quello che sta succedendo. Dal bisogno di rispondere alla domanda chiave: sono in pericolo, o no? Ma soprattutto: come faccio a essere in pericolo se mi ama così tanto? Il problema è che questi segnali, questi timidi tentativi di richiesta di aiuto troppo spesso cadono nel vuoto.

 

Quale è l’aspetto più angosciante di questi vissuti?

La solitudine delle donne nell’affrontare una situazione di questo tipo e il loro calvario per uscirne. Da quando ho scritto ‘Il corpo non sbaglia‘ non posso fare a meno di sentire tutto il peso di questa solitudine. Ma cosa deve succedere, mi chiedo, affinché la società decida di fare il possibile per contrastare questa mattanza? Non basta che ogni due giorni venga uccisa una donna da chi ha le chiavi di casa? Per quanto mi riguarda ho provato a trasformare la cronaca in un tema letterario, e le reazioni sono state incredibili..

 

Perché, secondo te, si fa fatica a parlare di violenze familiari?

Fondamentalmente si tratta di un problema culturale. La violenza privata è considerata ancora un fatto privato. E poi nella nostra società c’è questa insopportabile esaltazione del grande amore in nome del quale possono saltare tutte le regole, a partire da quelle di rispetto. In nome del grande amore è tutto permesso, tutto giustificato. Anche lo svilimento sistematico dell’altro. E’ contro questa mentalità che si indirizza il mio romanzo che infatti ha come sottotitolo ‘In nome dell’amore e altre assurdità‘. E’ culturale anche il fatto che siamo disposte a tutto pur di essere amate, come dimostra la storia di Elisa e anche quella di Emma. Esserne consapevoli è il primo passo per trovare una via d’uscita. E’ questo il messaggio del libro, un inno alla vita contro il virus degli amori infelici.

 

Che cosa rappresentano per te Emma ed Elisa?

Immancabilmente le descrizioni dei mondi interiori ed esteriori dei personaggi di un libro finiscono col fondersi con le nostre vite. Con aspetti della nostra personalità. In altre parole diventano nostre. Per quanto abbia provato a costruire un personaggio nuovo, Emma è inscindibile dalla signora che conoscevo bene e che è stata uccisa dal marito. Elisa invece racchiude in sé molte persone ma nessuna in particolare. E’ una donna tradita e la storia del suo tradimento assomiglia nei tratti fondamentali alla storia di tutti i tradimenti, spesso causa della perdita dei principali punti di riferimento esistenziali tanto che a un certo punto si scoprirà perfino incapace di vestirsi. Non sa più cosa mettersi, non sa più chi è. In realtà, anche se non è subito evidente, Elisa è una donna prigioniera di se stessa più che dell’uomo che ama solo che a forza di sbattere contro il proprio dolore come una mosca contro un vetro chiuso, riesce a fare un passo decisivo in avanti. E’ una donna ferita, innamorata ma non per questo disposta ad accettare la situazione ambigua che le propone il marito. Alla fine è lei la più forte. Anche se non mi sono identificata nel suo modo di affrontare la vita quando ho finito di scrivere questo romanzo mi è mancata moltissimo.

 

Pensi che in futuro possa cambiare qualche cosa? Possiamo “costruire” altre radici culturali?

Il problema della violenza domestica è sicuramente anche e soprattutto un problema culturale. Che questa cultura si possa cambiare non ci sono dubbi. Il punto è se si ritiene prioritario farlo. Anche perché in questo caso si toccano territori sacri come quello della famiglia, istituzioni inviolabili come il matrimonio, miti incrollabili come quello dell’amore in nome del quale si giustifica tutto. Certo che è possibile costruire altre radici. Seppur lentamente le radici culturali di un paese cambiano. Basta pensare alle radici culturali dell’Italia del dopoguerra, non sono certo le stesse dell’Italia berlusconiana!

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