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Il Film: Departures. Il mestiere di togliere dal volto la fatica di vivere

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Eccellente occasione, l’estate, per recuperare film lasciati indietro, non giustamente considerati alla loro uscita o, più banalmente, rifiutati per il tema presunto sgradevole.

Eccellente occasione, l’estate, per recuperare film lasciati indietro, non giustamente considerati alla loro uscita o, più banalmente, rifiutati per il tema presunto sgradevole. È il caso di questo ‘Departures’ (‘Okuribito’, Giappone, 2008), visto – senza attenuanti – con netto ritardo sull’uscita italiana. E sì che si presentava con le credenziali migliori per essere notato: Oscar 2009 come miglior film straniero in una cinquina che comprendeva inoltre ‘La banda Baader Meinhof’ (Germania), ‘La classe’ (Francia), ‘Revanche’ (Austria) e ‘Valzer con Bashir’ (Israele); già distribuito tardivamente in Italia, nell’aprile 2010.

Allora si è trattato di una resistenza psicologica – per molti sarà stato questo il problema – ad affrontare un tema molesto, qual’è la morte, dal quale tutti si ritraggono il più possibile.

Il libro da cui il film è stato liberamente tratto, l’autobiografia di Aoki Shinmon: ‘Coffinman. The Journal of a Buddhist Mortician’ (‘Nōkanfu Nikki’). Originariamente pubblicato in giapponese nel 1993; Copyright Usa nel 2002. Non risulta pubblicato in Italia

Ma la curiosità può essere più forte. Soprattutto per le tradizioni – usi e modalità di gestione – di altre culture riguardo a questo argomento ostico.

 

In Giappone, dove lo Shintoismo è coesistito pacificamente con il Buddhismo per oltre un millennio, risulta piuttosto difficile separare le due credenze religiose. Sebbene molto diverse – il Buddhismo enfatizza la vita dopo la morte, lo Shintoismo invita alla ricerca della felicità terrena  – la maggior parte dei giapponesi non vede alcuna necessità di operare una scelta tra le due religioni e assume elementi da entrambe. Ai fini pratici è comune per molte persone praticare lo shintoismo in vita e affidarsi alla tradizione buddhista per i riti della morte.

 

D’altra parte la morte e i rituali ad essa collegati sono considerati tabù dalla cultura giapponese prevalente, e la figura del ‘nakanshi’ (letteralmente ‘maestro di deposizione nella bara’) risulta gravata da una sorta di ripulsa sociale.

 

Il pregio del film è nella delicatezza con cui affronta la morte, immanente e sommerso tabù della civiltà occidentale e anche di quella giapponese, ma non per quella indiana. Ne abbiamo già parlato [V. su “O”: Le piante del commiato e della memoria (seconda parte) – I riti degli altri – del 9.09.07].

La locandina del film, per la regia di Yojiro Takita e la sceneggiatura di Kundo Koyama. La colonna sonora è di Joe Hisaishi, il musicista di molti film di Takeshi Kitano e di Hayao Miyazaki

Il film si dipana attraverso la vicenda di Daigo Kobayashi (Masahiro Motoki), giovane violoncellista rimasto all’improvviso senza lavoro per lo scioglimento della sua orchestra; già ‘molto giapponese’ l’entrata dell’impresario, dopo una eccellente esecuzione seguita da uno scarso pubblico, che tra un inchino e un sorriso comunica agli orchestrali la notizia.

Così Daigo vende il suo  strumento e con la moglie Mika (Ryoko Hirosue), decide di tornare al suo paese natale, nella montuosa provincia giapponese da cui era partito ancor giovane, appena dopo la morte della madre. Di qui prende l’avvio la storia collaterale. Infatti Daigo ha avuto un’infanzia difficile; solo con la madre, dopo che il padre aveva abbandonato la famiglia quando lui aveva sei anni. La figura del padre – amato-odiato – è rimasta ad aleggiare sulla sua vita, e abitare di nuovo nella casa materna rinnova il ricordo di quella mancanza.

Alla ricerca di un posto di lavoro Daigo è attirato da un annuncio: “Assistiamo persone che partono per dei viaggi”.

Di che viaggi si tratti lo capirà poco dopo quando, sotto la guida dell’abile maestro Sasaki (un bravissimo Tsutomu Yamazaki), apprende i rudimenti della sua nuova occupazione.

Un’altra locandina del film. La diversa sensibilità nei confronti del tema trattato ha portato alla proposizione di diverse immagini del film, nei diversi paesi

Più che lavoro – a giudicare oltre l’apparenza materiale – una vera e propria arte della bellezza fugace, come altre giapponesi: dalla cerimonia per la fioritura dei ciliegi, all’arte della preparazione dei fiori recisi, nell’ikebana.

Il protagonista Daigo Kobayashi (Masahiro Motoki) e il suo maestro Sasaki (Tsutomu Yamazaki): tanato-esteti al lavoro

La manipolazione del corpo del defunto al cospetto dei familiari, con una tecnica raffinata ed elegante, senza nulla mostrare: il lavaggio, i vari tamponamenti necessari, la pulizia del corpo, la depilazione, fino al rivestimento nella veste più ricca e al trucco del viso come nel migliore dei suoi ritratti.

In una situazione di estrema tensione emotiva, il ‘nokanshi’ conduce la cerimonia con gentile fermezza; dalle carezze dei familiari – la formula è: ‘togliere la fatica della vita dal volto del loro caro’ – all’ultimo commiato. Sono momenti di grande intensità, che mancano nella nostra cultura e a cui si assiste con ammirata partecipazione.

Gli ultimi istanti del soggiorno terreno di un corpo, in cui si può chiarire il senso di un’intera vita, operare la riconciliazione con il defunto o con la propria coscienza; e anche il tempo in cui si prende atto dell’immanenza della morte e della necessità del distacco.

Alla fine dell’opera e della cerimonia – mai la ricreazione della bellezza fu tanto fugace – c’è la deposizione nella bara, la sua chiusura e l’avvio alla cremazione.

 

Dopo una reazione di disgusto e le prime comprensibili difficoltà – del personaggio sullo schermo, come dello spettatore – a poco a poco Daigo è conquistato dall’armonia di quegli addii, cui come ‘tanato-esteta’, un maestro di cerimonia, insieme tecnico e sacerdote, riesce a dare dignità e bellezza.

Ma il suo lavoro è tuttavia considerato vergognoso; gli amici non lo salutano più e la moglie lo lascia.

Da una serie di piccoli episodi, e dall’apprezzamento dei parenti per la sua opera in morte di un’amica di famiglia, deriva a Daigo un riavvicinamento con la moglie e l’accettazione sociale della dignità di un lavoro certo delicato, ma anche prezioso e insostituibile.

 

Intanto i due fili della storia – quello legato al nuovo lavoro e quello dell’infanzia segnata dell’assenza del padre – che si rincorrono e si intersecano nel corso della vicenda, giungono a ricomporsi fino a chiudere il cerchio. È il pregio maggiore del film, la fluida continuità tra la trama principale e l’intreccio secondario, con la musica come legante e la mano leggera del regista ad intercalare gli elementi drammatici e quelli più distesi, all’aperto; con una sfumatura di surrealtà, sottolineata dall’interpretazione del giovane protagonista.

 

La pietra scambiata tra marito e moglie, in una scena del film, si rifà ad un’antica tradizione giapponese

Prima che esistesse la scrittura tra due persone distanti veniva scambiata (o inviata) una pietra, che con le sue caratteristiche indicava lo stato d’animo del mittente; ad esempio una pietra liscia trasmetteva serenità e pace; una pietra ruvida, preoccupazione per la salute del destinatario. Una pietra è anche un pegno; come quella scambiata tra Daigo bambino e il padre, poco prima che egli scomparisse dalla sua vita.

 

La storia collaterale dell’assenza del padre – esemplare dal punto di vista drammaturgico – è quella che conclude il film: ricomposizione dei corpi ma anche degli affetti, in un film bello e delicato, che attraverso la morte riesce a parlare della vita.

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