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Dietro il ‘poeta venditore’. Spunti più o meno casuali per ricominciare a fare le cose

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Fernando Pessoa
A partire da Pessoa e dal suo poeta fingitore, bando alle analisi e alla critica che già ha illustri e acuti interpreti sparsi per quotidiani, riviste e università.

A partire da Pessoa e dal suo poeta fingitore, bando alle analisi e alla critica che già ha illustri e acuti interpreti sparsi per quotidiani, riviste e università. Allora, molto più semplicemente, ecco uno spazio con vetrina su strada che consente di vedere all’interno dei negozi, fin dentro ai laboratori poetici. Secondo quella nuova (non nuovissima) tendenza dell’architettura d’interni che ha visto la diffusione degli open space. Sì, perché la visione diretta del fare – un esempio, le cucine a vista dei ristoranti – rivelano già qualcosa di interessante a colpo d’occhio. E così, questa rubrica vuol dare conto di questo incessante lavorìo – e, allo stesso tempo, valorizzarlo e renderlo appetibile – a un pubblico che sia soprattutto curioso.

 

E’ evidente che troppo spesso i poeti parlano ai poeti (e ai critici) e troppo spesso si chiedono come ‘incontrare’ un pubblico. In epoca di profonda riconsiderazione del tutto – almeno così dovrebbe essere, fisiologicamente, in epoche critiche – forse è il caso di verificare quali energie ‘buone’ siano in circolo e quali atteggiamenti debbano essere superati perché asfittici e sterili, più che ripetere all’infinito gli stessi vizi, no? Dunque, da tutto ciò, è evidente come la rivoluzione copernicana da portare a compimento è quella, innanzitutto, del… denudamento. Sì, denudarsi. A tal proposito, ricordo un film, Meteor, del ’79, realizzato in periodo di piena Guerra Fredda dunque. Di fronte all’urgentissima minaccia di un asteroide in grado di azzerare l’intero pianeta, russi e americani decidono di unire le forze per distruggere il ‘nemico’ dello spazio. Ma per arrivare a mettere a punto una strategia comune ed efficace, devono prima rivelare, gli uni agli altri, ogni segreto militare, con annesse ammissioni di violazione di patti, accordi ecc. Si spogliano, esattamente.

 

Ora, che una rubrica, per di più sulla poesia contemporanea, possa assumere un senso tanto enorme, non lo si pensa nemmeno lontanamente. Tuttavia è utile per capire la direzione lungo la quale si intende procedere. Il punto, la domanda di grado zero allora è: cosa stanno facendo, oggi, i poeti? E il denudamento (e il gioco) è tutto lì. Il poeta che apre il proprio negozio e spiega su cosa ha lavorato, qual è il suo mestiere e cosa intende fare, è un attore della vita contemporanea che capisce che questo può essere il primo, semplice passo per superare un’empasse alla quale la poesia, volente o nolente, è costretta. Quella dell’isolamento, dell’autonomia. Ma – diciamo noi – il discorso è circoscrivibile solo alla poesia?

 

Ben contenti, dunque, che la sfida sia stata accettata da numerosi autori di diverse generazioni e di diverse tendenze. Ma, appunto, in una fase di riconsiderazione, di bilanci e di ripartenze, interessano meno le posizioni precostituite. Interessa il fare, valutare le diverse prospettive, mostrarsi per quello che si è. Ecco, a volerla vedere secondo le più progressiste indicazioni politiche del nuovo millennio, si è voluto pensare a un modello di ‘poesia partecipata’, come punto di partenza. Ma, per non essere troppo seri, abbiamo aperto all’ironia dei tanti negozi, dei laboratori artigianali, delle situazioni semiserie. Un clima che speriamo sia utile alla poesia, a chi le si avvicina e, perché no?, ai poeti stessi.

 

Del resto, il poeta, seppure sia schivo e dissimuli, è un venditore. Ne siamo convinti. Il problema è che, povero com’è, non ha un negozio. E allora proviamo con questo franchising!

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