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Due vite

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Luca e Saverio erano cresciuti insieme. Avevano fatto in tempo a vedere gli americani sfilare per via Cavour dopo la ritirata dei tedeschi, e ciò era tutto quello che ricordavano della guerra.

Luca e Saverio erano cresciuti insieme. Avevano fatto in tempo a vedere gli americani sfilare per via Cavour dopo la ritirata dei tedeschi, e ciò era tutto quello che ricordavano della guerra. Ricordavano molto meglio le interminabili partite a pallone giocate per la strada con amici che avrebbero ben presto perso di vista.

 

Loro  rimasero vicini quasi per tutta la vita, dalla scuola, Luca prendeva tutti 6 mentre Saverio era sempre rimandato, al lavoro di corniciaio, che iniziarono insieme in una bottega di via degli Specchi, dove il mastro era uno zio di Saverio. Questo successe quando avevano sedici anni, poiché la carriera scolastica non prometteva meraviglie, ed era il caso di portare qualche soldo a casa. Qualche anno dopo Luca aprì una sua bottega al Tiburtino, aiutato dal Patronato degli artigiani, mentre Saverio non se la sentì di abbandonare lo zio fattosi ormai vecchio.

 

L’attività di Luca si mise ben presto su binari sicuri, aiutato dal Patronato. Comprò le mura del suo negozio, iniziò a versare le marchette (così si chiamavano i contributi) per quando fosse stato vecchio. Si sposò con una donna che gli diede una figlia e che lo abbandonò, morendo, poco prima che lui andasse in pensione, cosicché lui si trovò a vivere la vecchiaia da solo (la figlia viveva a Milano con il marito) nella casa del comune che avevano ottenuto all’Alessandrino.

Saverio invece si trovò ben presto a vivere una vita ben più precaria. Non aveva contratto d’affitto del negozio, per cui doveva svolgere la sua attività al nero. I suoi clienti erano spesso e volentieri principi decaduti o cortigiane d’assalto, il centro di Roma ne pullulava, che spesso non pagavano o pretendevano di pagare in natura. Una volta ebbe in pagamento una BMW esagerata. Con questa andò a trovare il suo amico Luca che quando lo vide scosse la testa sorridendo, dicendogli: come farai a mantenerla? Non era meglio fare come me, la 1100 a rate e dopo sei anni è tua? Saverio pensava che Luca avesse ragione, ma a lui non gli riusciva di fare come il suo amico: dopo la fine del suo primo matrimonio dormiva persino nella bottega in quanto insieme alla moglie aveva perso  tutto quel poco che aveva. Nel ‘71 andò a vivere con la sua nuova donna, una nobile conosciuta nel quartiere, che gli diede un’abitazione ed un nuovo spirito di vivere. Anche il lavoro andava meglio, lo stesso Luca gli mandava i lavori più difficili, perché Saverio era un vero artista. Dopo 8 anni però, la sua donna sparì. Era infatti stata indagata per banda armata e associazione sovversiva cosicché aveva deciso di darsi alla macchia. Saverio si rimboccò le maniche e ricominciò daccapo. Ci stava prendendo gusto. La vita che faceva Luca non l’avrebbe più potuta fare. Dopo qualche anno cominciò a frequentare una  francese dal passato torbido e dal dubbio presente che una sera gli disse a bruciapelo: sposiamoci ed andiamo a Saint Martin, dove mia sorella possiede un albergo, io qui non ci posso più stare. Decise al volo di sì. “Devo solo parlare con una persona prima di partire”, rispose. Luca lo ascoltò assorto quando glielo disse, era dispiaciuto perché probabilmente non si sarebbero più visti. Almeno scrivimi!, furono le sue parole di commiato.

 

Luca andò in pensione di lì a poco, sentiva un po’ la solitudine, ma per il resto era andato tutto secondo i programmi. Dal suo punto di vista ce l’aveva fatta, stava bene ed aveva una salute invidiabile che coltivava con impegno. Saverio si adattò facilmente alla vita di spiaggia, gamberetti e negrette deliziose che si trovava spesso intorno, non che fosse un amatore instancabile, ma quella vita gli piaceva. Gli piaceva molto anche il rhum casereccio che producevano un po’ tutti nell’isola, ma che le docteur  al quale si era rivolto gli intimò di dimenticare. Non era molto in forma, infatti. Il fegato era molto ingrossato e il cuore faceva i capricci. Non se ne curò, stava troppo bene così.

Una mattina, mentre si stava facendo fare le unghie da Dafne, una bella mulatta che flirtava vagamente con lui, sentì una fitta al petto e capì subito che era arrivato. Ce semo pensò in dialetto, ebbe ancora il tempo di considerare che la vita è proprio una cosa meravigliosa, poi si accasciò. Luca gli sopravvisse tre anni, la sua vita era un orologio, e quando morì era sano come un pesce. Il suo cuore smise di battere semplicemente perché non c’era più un motivo per continuare a farlo. Quando morì era moderatamente soddisfatto.

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