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Adamo Dagradi: “Io credo in una letteratura libera d’inventare”

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E’ una città di confine, un crocevia tra Est e Ovest, tra vita e psiche, quella che fa da scacchiera alla partita giocata dalla penna di Adamo Dagradi nell’opera La felicità dei cani (Mursia Editore, 2010).

E’ una città di confine, un crocevia tra Est e Ovest, tra vita e psiche, quella che fa da scacchiera alla partita giocata dalla penna di Adamo Dagradi nell’opera La felicità dei cani (Mursia Editore, 2010). Pedine, in questo gioco, sono dei personaggi che vivono incastonati in una umanità che si divide tra buoni e cattivi, tra onesti e corrotti, e tra ciò che è legale e ciò che è illegale. E i cani? I cani con le loro catene, diventano simbolo di quel microcosmo dove le catene vengono indossate da tutta una società che vive ingabbiata in un gioco al pari con i cani. Il fischio d’inizio viene dato dal ritrovamento dei corpi di tre giovani donne nel cimitero della città.  E allora parte tutta una ricerca che vede gli agenti del XX distretto barcamenarsi tra una indagine che mentre porta alla luce gli “scheletri” nell’armadio di personaggi ritenuti insospettabili muove i fili di vicende personali che scardinano umori e passioni anche in chi legge. Un’opera completa e complessa dal linguaggio asciutto e pulito. Un poliziesco che prende il lettore per mano sin dalle prime righe e lo porta a spasso, tra la coscienza di una città e di una umanità, fino all’ultima pagina.

 

 

Come nasce lo scrittore Adamo Dagradi?

Nasce come un adolescente solitario e parecchio sfigato, innamorato del fantasy, della fantascienza e del giallo. Dopo aver scritto l’inizio di svariati “romanzi”, tra cui un horror romantico ambientato nella Casteggio degli anni ’30 e un fantascientifico dalle tinte comiche, ho iniziato a dedicarmi al racconto. Ne ho scritti una ventina, brevissimi, ambientati nell’arco di ventiquattro ore in una grande metropoli. Li ho chiamati La città di ferro. Sono molto ingenui ma, visto che non si deve mai buttare niente, compaiono a stralci nei miei attuali romanzi. Uno è stato ripreso quasi integralmente per la parte finale de La felicità dei cani e un altro avrà la medesima funzione nel sequel, che è in editing proprio in questi giorni, il cui titolo provvisorio è Ciò che disse il tuono.

 

Come è nata l’opera La felicità dei cani?

La felicità è nata dalle ceneri della Città di ferro; dal desiderio di dare una forma compiuta alle atmosfere metropolitane e alla galleria di facce e situazioni che sentivo solo parzialmente esplorate nei racconti. Ho deciso, allora, di scrivere un poliziesco corale, genere che, a mio parere, in Italia è un po’ sottovalutato. Mettendoci anche dell’azione (quasi un tabù per “l’intelligentia tricolore”).

 

…e il titolo?

Il titolo mi sembrava evocativo, è nato quando il libro era ancora all’inizio. Nella narrazione la condizione esistenziale dei cani viene paragonata spesso a quella degli esseri umani: ho pensato così di usarli nel titolo. Tutti i personaggi cercano una via di uscita da condizioni difficili, marcate da forti paure reali ed esistenziali e perciò sono in cerca della felicità.

 

Quale è il legame, nell’opera e nella realtà, tra cane e persona?

Cane e persona hanno un destino comune: chi sceglie la libertà deve affrontare la solitudine e la fame (anche simbolica) imposte dal vivere al di fuori della società. Chi si adegua, accontentandosi di due pasti caldi al giorno e qualche coccola, finisce inevitabilmente per essere schiavo di un sistema che, piano piano, stritola. Giri intorno, come un cane alla catena e ti dicono anche in quale aiuola pisciare.

 

Perché scegli un cimitero come luogo di ritrovamento dei tre cadaveri?

È un vecchio trucco: se nascondi un ago, diceva Sherlock Holmes, non devi metterlo in un pagliaio, ma in una scatola di aghi. Inoltre mi piaceva l’idea che uno dei sospettati, questo tipo improbabile e viscido, lavorasse in un luogo decadente come la sua personalità.

 

Quale è il ruolo delle donne nel libro?

Le donne sono fondamentali: la protagonista, Jelena, è una donna forte, con una vita privata tragica, che la sta mandando alla deriva. È in cerca di redenzione ma non sa da dove iniziare. Poi c’è un’altra poliziotta, Francesca, un personaggio minore al quale sono molto affezionato: lei è una ragazza normale, indipendente. E poi ancora la studentessa amica di una vittima e la ragazza croata in fuga: le donne sono la forza propulsiva dell’intero meccanismo.

 

Quanto c’è del tuo quotidiano nell’opera?

C’è l’amore per le atmosfere noir, c’è l’ispirazione tratta da tanti film e libri letti nel passato. Io sono un pantofolaio, lavoro di fantasia, come faceva Salgari, che in Malesia non c’era mai stato. Io nella metropoli che descrivo, che poi è una versione reinventata di Genova, ci sono stato tante volte e ammetto candidamente che mi fa una gran paura. Naturalmente ho dovuto documentarmi: ho letto saggi sulle guerre balcaniche (per curare il background di Jelena) e articoli sulla malavita e la corruzione a Genova. Il resto è frutto d’invenzione. So che non dovrei dirlo: in Italia è imperdonabile non prendere le mosse dall’esperienza personale, dall’indignazione, da mesi passati in biblioteca. Io credo in una letteratura libera d’inventare. E invito tutti gli aspiranti scrittori a rivendicare lo stesso diritto.

 

Secondo te che fase sta vivendo il genere noir nella nostra cultura?

Nel presente abbiamo meno bravi scrittori che nel passato. Questo perché non c’è disciplina e le case editrici, spesso, si accontentano di prodotti da supermercato. Io faccio letteratura d’intrattenimento, eppure sudo ogni parola di ogni pagina e poi lavoro per mesi col mio editor: oggigiorno in troppi scelgono le scorciatoie.

 

Che cosa significa fare lo scrittore oggi?

Per chi ha l’ambizione di raccontare storie, slegata da militanze o pretese filosofico-morali, l’unica responsabilità è offrire un prodotto che non sminuisca l’intelligenza del lettore. Un giallo deve essere scritto bene come ogni altro libro. Non esiste una letteratura di serie B. Chandler era grande come Hemingway.

 

Un’opera che hai letto e di cui invece saresti  voluto essere l’autore?

Camminata selvaggia” di Nelson Algren: perché è il più evocativo ritratto di sofferenza in una metropoli della storia della letteratura, con pagine di un lirismo che supera la poesia. È un libro violento, al contempo realistico e visionario, scritto con un ritmo linguistico (in inglese) che passa dal be-bop al rap. Lo si potrebbe cantare.

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