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Pieter Aspe: “Io quando scrivo lo faccio come se fossi un lettore non come uno scrittore”.

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Con Le maschere  della notte (Fazi Editore, 2010) lo scrittore belga Pieter Aspe arriva nelle librerie italiane per la terza volta.  Fa da scenario all’opera  Bruges,  città natale dell’autore, che abbigliata della indomabile bellezza dei suoi canali,

Con Le maschere  della notte (Fazi Editore, 2010) lo scrittore belga Pieter Aspe arriva nelle librerie italiane per la terza volta.  Fa da scenario all’opera  Bruges,  città natale dell’autore, che abbigliata della indomabile bellezza dei suoi canali, dei suoi ponti e delle sue chiese medievali, segno di eleganza e splendore dei tempi andati, si sveste del suo passato modellandosi su un presente scandito dal quotidiano di alcuni personaggi che non diventano mai troppo invasivi e mai troppo permissivi, mai troppo veri e mai troppo finti e a cui l’autore ha dato vita, evolvendoli, in un sequel di ben 26 romanzi. Personaggi burberi e ironici come il commissario Van In e il suo perspicace assistente Versavel ma anche personaggi femminili di indole dolce e mai banale come Hannelore e Carine Neels che diventano “ingredienti” sapientemente dosati a cui l’autore fa percorrere a piedi o in macchina non solo le strade di Bruges ma anche quelle, meno note, di chi scrive e di chi legge.  E il mistero? Il mistero si nasconde dovunque: nel sottosuolo di una vecchia dimora di campagna, in un viaggio improvviso di chi nasconde scheletri oramai sfioriti e di chi cerca le mille verità incise sui volti di chi ha scritto la storia di Bruges.

 

Quando hai realizzato di essere uno scrittore professionista?

Non è molto tempo che l’ho capito. Lavoravo come custode della basilica del Saint SangŠma a Bruges quando ho mandato il manoscritto all’unico editore delle Fiandre che pubblicava questo genere. Ogni mattina andavo alla buca della posta sperando di ricevere la risposta. Dopo 10 giorni mi ha telefonato l’editore dicendo: “pubblicheremo il tuo libro“. E’ stato un momento indimenticabile. Un momento che non capita più: era la prima volta. Quando ho parlato con lui per firmare il contratto mi ha detto: “faremo una grandissima tiratura“, e io gli ho chiesto: “ma quanto grande?”, e lui mi ha detto: “2.500 copie“, ed io:  “scrivere un libro per 2.500 copie quasi non vale la pena“.

 

…e poi come sono andare le cose?

Dopo un anno è stato un successo grandioso. Il primo libro aveva venduto 8.000 copie e l’editore mi ha detto che bisognava assolutamente scriverne un altro e io ho risposto: “mai più nella mia vita“. Ho capito che se non avessi scritto un altro libro sarei rimasto per sempre custode della Basilica. Allora ho scritto il secondo libro.

 

Come è organizzata adesso la tua giornata lavorativa?

Prima scrivevo la sera dalle otto a mezzanotte ma da quando sono diventato un professionista ho detto: “non lavorerò più la notte“. Adesso lavoro solo la mattina e tutto il resto della giornata sono libero.

 

Nei tuoi romanzi hai un rispetto quasi sacrale delle vittime. Secondo te, quanto degli eventi criminosi uno scrittore può riportare sul foglio?

Non bisogna essere criminali per scrivere un giallo. Nei miei libri rispetto sia i criminali che le vittime perché sono entrambi degli uomini che possono fare degli errori ed è per questo che non mi piace scrivere di bambini e non mi piace nemmeno descrivere troppo la violenza. Parlo del crimine ma non voglio dare troppi dettagli che non siano necessari anche per rispetto delle vittime.

 

Dopo 26 romanzi scritti, quanto c’è di te nell’ispettore Van In?

C’è sempre qualcosa di me in Van In. All’inizio ho cominciato con delle piccole cose che mi assomigliavano poi adesso mi dicono che Van In mi assomiglia completamente. Quindi ho messo sempre qualcosa di più.

 

Quanto sono importanti i dettagli, le piccole cose, nello scrivere un romanzo?

Io quando scrivo lo faccio come se fossi un lettore non come uno scrittore. E’ per questo che  penso che sia importante non dare troppi dettagli. Viviamo in una società in cui siamo bombardati dai dettagli per cui vorrei arrivare al punto, al senso, evitando di dare troppe specificazioni. E’ come se dovessi descrivere il Colosseo come era 50 anni fa e non come è oggi. Oggi tutti hanno l’immagine del Colosseo di 50 anni fa. Oggi per arrivare alla descrizione  non si può fare  come si sarebbe fatto 50 anni fa.

 

Quali sono per te gli ingredienti per cui un libro è più rappresentativo, è più vendibile, di un altro?

Faccio il paragone con il cuoco, lo chef di una cucina. Con gli stessi ingredienti diversi chef possono cucinare cose diverse. C’è chi può dire che quel piatto non è male oppure è buono o è perfetto. L’autore è come un cuoco che deve saper mischiare gli ingredienti e far in modo che le persone tornino a leggere quello che ha scritto.

 

Dai tuoi romanzi sono nati anche dei telefilm.  Questo ha influito sulla loro stesura?

La prima serie è composta dai primi 10 romanzi. Poi per gli altri romanzi mi hanno chiesto di scrivere delle sceneggiature e io ho detto: “non lo posso fare“. Adesso stanno girando la centesima puntata. E’ basata sui miei personaggi ma non sono io che scrivo ci sono degli sceneggiatori. E’ stato un po’ difficile trovare gli attori per interpretare i miei personaggi ma adesso loro ci lavorano dal 2003 e sanno perfettamente quello che devono fare. Sono assolutamente capaci di fare da soli.  Io rimango lo scrittore e loro sono gli attori.

 

In una intervista hai dichiarato che non sei assolutamente un lettore di gialli. Il fatto di non essere influenzato nella scrittura da altri giallisti ti ha aiutato di più?    

Il fatto di non conoscere molti noir e gialli è stato sicuramente un aiuto perché quando uno non conosce molto bene una cosa in qualche modo ha più libertà di fare. E poi in un piccolo paese come il Belgio il giallo è il genere che ha più probabilità di essere venduto. Ha sempre molti lettori .

 

Ambienteresti un giallo in altre città?

Roma sarebbe una città ideale anche se è una città molto grande. L’ultima parte di questo libro (Le maschere della notte) è ambientata a Parigi.

 

Qual è il romanzo che hai letto e di cui saresti voluto essere l’autore?

Fino ai 35 anni leggevo tantissimo. Leggevo 4 o 5 libri a settimana adesso leggo 4 o 5 libri all’anno e l’ultimo libro che ho letto e per il quale avrei amato essere l’autore è La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.

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