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Quando parliamo di Fantareale

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Il romanzo più discusso degli ultimi anni del ‘900 è stato un romanzo fantareale. I critici dell’epoca lo definirono realismo magico, ma tant’è. The satanic verses di Salman Rushdie non è magico, sempre che questa parola significhi qualcosa in letteratura a parte una vaga suggestione fiabesca.

Il romanzo più discusso degli ultimi anni del ‘900 è stato un romanzo fantareale. I critici dell’epoca lo definirono realismo magico, ma tant’è. The satanic verses di Salman Rushdie non è magico, sempre che questa parola significhi qualcosa in letteratura a parte una vaga suggestione fiabesca. È un romanzo che si nutre di invenzioni fantastiche e realistiche, satiriche e feroci. Con gli eventi che hanno accompagnato l’uscita di questo libro è tornata sulla scena, tredici anni prima dell’11 settembre 2001, la contrapposizione millenaria tra Maometto e Carlo Magno. Sappiamo tutti che l’autore è stato minacciato di morte (come se avesse scritto un atto d’accusa realistico contro la criminalità tipo Roberto Saviano). Ma non tutti ricordano che il traduttore giapponese è stato ucciso, il traduttore italiano picchiato e accoltellato, l’editore norvegese ferito a pistolettate. Nel frattempo sono stati scritti migliaia di romanzi realistici, saggi e articoli, sui temi che dividono le culture contemporanee. Ma nessuno ha colpito tanto nel segno da meritarsi una condanna così dura. L’autore senza saperlo aveva scritto una profezia sul futuro di tutti noi e nel 1988 quando il muro di Berlino non era ancora stato abbattuto nessuno pensava che da lì in poi avremmo discusso per decenni di diritti umani in Iran, di guerra occidentale in Afghanistan, di vignette proibite e donne velate.

C’è qualcosa nell’invenzione fantastica che penetra in profondità.

Nel primo numero della rivista “Omero”, che allora era di carta (anche perché internet ancora non esisteva) anzi era una sorta di tabloid che voleva usare la narrativa per raccontare la realtà, quasi contemporaneamente ai Versetti satanici di Rushdie, Andrea Porporati scrisse un racconto in cui tramite la televisione si eleggeva il Re della Seconda Repubblica. Anni prima della discesa in campo di Berlusconi (Forza Italia venne fondata il 18 gennaio 1994). E questo senza scomodare Orwell o Swift.

Certo, non basta inventare figure inesistenti o fare agire sulla scena personaggi più o meno mitici, non è sufficiente far incontrare Barbie con la Medusa, l’enorme insetto schifoso di Kafka e l’Uomo Pecora di Haruki Murakami. È inutile affidarsi a una trovata brillante. Se io scrivessi una storia in cui San Gennaro vende l’anima al diavolo in cambio della fama di santità sulla terra, non se ne accorgerebbe nessuno. Nel caso di Rushdie, quello che ha reso potente l’invenzione fantastica è stato il suo percorso individuale a metà tra due mondi in conflitto.

In Sanguigna a Bernard Quiriny non è bastato inventare una donna arancia, ma per scrivere narrativa efficace e profonda, quella donna l’ha dovuta sbucciare in una sensuale e inquietante scorticatura, ne ha succhiato il succo con una cannuccia e l’ha ritrovata poi svuotata, morta, al mattino; e tutto immaginando che sia stata lei a chiederglielo, come il contrario della mantide religiosa: invece di eliminare il maschio per arrivare al massimo dell’amplesso si fa uccidere lei; il suo bozzolo di buccia d’arancia è come una crisalide che non libera nessuna farfalla. E forse per la donna trionfante e disperata di oggi ha più senso sacrificarsi come vittima assoluta del proprio piacere piuttosto che uccidere gli uomini impalliditi e deboli che la circondano. Infatti alla fine il sangue mischiato con un’aranciata diventa agli occhi del protagonista solo uno stimolante erotico per amanti in cerca di novità. Si sarebbe potuta scrivere questa storia, se l’autore non avesse pescato in acque profonde oltre che fantastiche? Senza dubbio no. E nemmeno se avesse ignorato le bizzarrie erotiche che ci circondano, i corpi totalmente tatuati, i piercing dappertutto, le relazioni tempestose tra uomini e donne.

Quando uscì Eyes Wide Shut, molti furono perplessi: di cosa parlava l’ultimo film di Kubrick? Una bizzarra fantasia di potenti incappucciati che fanno orge a base di sesso e droga. Ragazze in overdose nascoste agli occhi del mondo esterno. Qualcuna perfino ci rimane secca. Oggi che sono passati dodici anni, ci ha pensato la cronaca a suggerirci che la visione fantastica del regista non aveva fatto altro che rivelarci una parte fino ad allora nascosta della realtà. Anche Clint Eastwood in Potere assoluto ha raccontato una storia altrettanto dura: il presidente degli Stati Uniti fa uccidere la sua amante e fa incolpare un ladro innocente. Ma non so quanti se ne ricordano e soprattutto il realismo di questo film nel raccontare un caso singolo gli ha impedito probabilmente di diventare una metafora universale.

Il fantastico non è la realtà, si sa. E il reale così come ci appare è la realtà? Domanda che non ha una risposta facile se ci affidiamo alla scienza, alla fisica, alla filosofia. E in letteratura? La fiction (così in inglese si chiama tutta la narrativa, realistica o fantastica che sia) batte la realtà come influenza sul reale.

Nel più realistico testo italiano dei nostri tempi, Gomorra, si racconta che i camorristi si atteggiano come i banditi e i mafiosi inesistenti dei film di Hollywood, con le ville che imitano quella che si vede nel film Scarface di Brian De Palma. Gran parte della narrativa noir della nostra epoca parla di serial killer dalle caratteristiche assurde (tipo lo psichiatra cannibale intelligentissimo in The silence of the lambs), cioè eleva a invenzione fantastica strepitosa la realtà mesta e senza dubbio non spettacolare della psicosi. La banda della Magliana era sparita dalle cronache finché Giancarlo De Cataldo non ha trasformato quei banditi in un gruppo di moderni moschettieri in lotta contro tutti con il Libanese guascone e il poliziotto Scialoja che finisce come D’Artagnan vent’anni dopo al servizio del Cardinale. E del resto nessuno ricorda le ragioni politiche o economiche della guerra di Troia, ma tutti abbiamo bene in mente Polifemo. Mito, profondità della mente, fantasia e sensorialità accesa, ricordi e immagini del futuro: questo e altro ancora chiamiamo fantareale, un termine inventato e approssimativo, come sono in genere le parole quando cercano di esprimere una cosa vera.

Non è che manchino le grandi storie realistiche, alcune molto belle, ben scritte, le leggiamo volentieri, ne godiamo come lettori. Ma pensiamo che per dare conto dell’immensa complessità che ci circonda, ci sia bisogno anche di robuste iniezioni di fantastico. José Saramago ha descritto un mondo pervaso da una malattia che costringe a una bianca cecità. Non si poteva raccontare meglio la nostra epoca ossessionata dalla visione, dall’ipervalutazione del senso della vista sugli altri quattro.

Negli ultimi decenni la cultura italiana ha per vari motivi rinunciato quasi del tutto all’apporto dell’invenzione fantastica, perfino nei fumetti: i francesi hanno Asterix, gli americani non ne parliamo, e noi? Noi poco, l’esotismo di Corto Maltese, le inquietudini erotiche di Crepax o Manara; meno male che è arrivato Dylan Dog, anche se  è rigorosamente ambientato in Inghilterra (non esiste un supereroe italiano: un Uomo Ragno di Cerveteri, solo l’idea sembra ridicola). Nel cinema Fellini non ha allievi, il neorealismo si replica pigramente. La Gerusalemme liberata ha vinto sull’Orlando furioso. La visione del futuro è stata surclassata dai reportage sullo squallore del presente, l’indagine profonda del Male oscurosembra sostituita dalle riflessioni quotidiane sull’insoddisfazione dell’esistenza. Ma nella letteratura non c’è solo una linea che va da Erodoto a Maupassant a Carver, ma anche un fiume che scorre da Ovidio a Gogol’ a Landolfi. Giusto per fare qualche nome. In questa corrente d’acqua gorgogliante abbiamo sospinto la nostra barchetta intitolata a Omero e presto nuovi titoli italiani e stranieri affiancheranno l’antologia Fantareale, i Racconti carnivori di Quiriny, gli animali fantastici di Massimo Mongai, pubblicati da Omero Editore. Non per fuggire dalla realtà ma per tentare di capirla meglio. Se ci riesce.

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