Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il Re della Seconda Repubblica

di

Data

Il racconto Il Re della Seconda Repubblica
di Andrea Porporati è uscito nel Novembre 1991 nel primo numero di “Omero- La realtà raccontata”.

 

Trionfa la democrazia televisiva, un vero e proprio plebiscito per il sovrano della gente comune

L’elezione è avvenuta in tempo reale, in base a un questionario distribuito in milioni di esemplari a tutti gli elettori

 

RISPONDI al questionario.

Partecipa anche tu all’elezione del Re della seconda Repubblica: DEMOCRAZIA TOTALE. Con questo sistema elettorale NON VOTI IL CANDIDATO, MA SCEGLI L’UOMO.

A milioni i volantini con il questionario ideato da Infascelli erano stati distribuiti nel paese. Ragazze in pattini e topless lo avevano regalato ai clienti dei fast-sex; aerei dalle scie colorate li avevano paracadutati sulle spiagge; furgoncini risuonanti come carillon li avevano portati davanti alle scuole. Non c’erano limiti di età per votare il Re.

 

 

INFASCELLI era convinto di aver fatto un buon lavoro. Il questionario constava di trenta quesiti accuratamente scelti fra migliaia. La gente non doveva che riempire di croci le caselle per indicare a maggioranza l’età, il sesso, il colore dei capelli, il temperamento, persino il modo di vestire del futuro sovrano della Seconda Repubblica. Era la democrazia dei grandi numeri, la democrazia di massa.

Il computer dell’anagrafe centrale avrebbe ingoiato le schede riempite man mano che arrivavano. Poi avrebbe trovato l’uomo corrispondente alle indicazioni dei cittadini. Il nuovo sistema elettorale era piaciuto subito a tutti e molti altri paesi occidentali guardavano con interesse alle prime elezioni col metodo lnfascelli.

 

Eppure Infascelli non era soddisfatto.

Qualcosa non andava per il verso giusto. Il giovane pubblicitario lo sentiva. E cominciava a sudare freddo.

Lo studio era un oceano di luce e di abiti abbaglianti per la cerimonia di incoronazione del Re. L’orchestra accordava gli strumenti in un’eccitante foresta di dissonanze. La presentatrice, sbocciava bianca come uno splendido fiore di pelle profumata e carne dall’abito più rosso che si possa immaginare. Il popolo, dall’ altra parte dei televisori, aspettava. Aspettava che lui Infascelli, il grande pubblicitario, il mago della democrazia telematica consegnasse la corona al Re. Che cos’era che lo preoccupava? Perché quell’ oscuro senso di morte, di squallore lo dominava? Forse perché era quello il suo momento più alto?

Forse perché da allora in poi non avrebbe potuto che scendere la china del successo?

 

Il computer elaborava i dati forniti dagli elettori. E l’immagine del re cominciava a comporsi sul maxischermo. Era l’uomo ideale, l’uomo creato dai desideri di milioni di telecittadini. Tutti, in tutto il paese scrutavano la forma nebulosa che prendeva forma nello schermo e anche Infascelli.

Forse che era invidia la sua? Invidia per quell’immagine fumosa, sconosciuta? Tra poco in tutto il paese sarebbe cominciata la caccia al Re. Tra poco il computer avrebbe identificato tra i 50 milioni di veri cittadini (biancomediterranei) il prescelto dalle indicazioni popolari.

 

 

 

Poteva essere chiunque. Magari uno spazzino, magari un principe. II computer non sbagliava. né poteva ingannare. Il Re sarebbe stato la copia esatta, dal colore degli occhi all’ultimo dei tic, dell’immagine risultante dai voti dei cittadini. Poteva essere persino lo stesso Infascelli. Qualcuno lo aveva insinuato durante la campagna elettorale. Infascelli durante quei mesi era stato la figura più in vista dei sette canali televisivi nazionali. Forse il pubblico avrebbe finito per indicare i suoi capelli bianchi, la sua andatura dinoccolata, il suo sguardo arrogante come requisiti indispensabili per il Re. Ma Infascelli non ci sperava.

 

La presentatrice gorgheggiava saluti al pubblico ed ai suoi ospiti nel microfono. La gente a casa sbucciava i suoi seni fuori del vestito con l’immaginazione e lei li incoraggiava con sorrisi rossi e duri. Forse sarebbe stata lei a essere prescelta. Una Regina invece del Re. O forse sarebbe stata una cantante rock o una pornodiva o una impiegata delle poste. Solo il computer lo sapeva e Infascelli, pieno di oscuri presentimenti camminava col suo passo di squalo dietro le quinte, gettando ogni tanto occhiate spaventate al viso che si componeva sul maxischermo.

Infascelli sognava il potere del Re. Il potere del Re sarebbe stato il primo vero potere della storia del potere. Perché il Re sarebbe stato scelto fra milioni per essere quello che i milioni volevano. E Infascelli sarebbe tornato a far soldi con la sua agenzia pubblicitaria. Niente più. Niente più.

 

Un grande applauso lo scosse. Sullo schermo erano comparsi gli occhi del Re. Ora si vedevano chiaramente nella nebulosa del volto.

Uno era rosa, quasi rosso, e l’altro verde.

Il Re non ebbe bisogno di aspettare che il computer lo trovasse. Lui sapeva da tempo di essere il prescelto, il sovrano. Perciò aspettò ad uscire di casa solo per cortesia. Ma quando comparve il suo ciuffo ribelle e un po’ rado, quando si disegnò nel blu dello schermo la sua figura un po’ grassa e sciatta non poté più aspettare. Era lui, il Re della Seconda Repubblica. Indossò allora il vecchio cappotto nero, indossò con cura la scarpa ortopedica, infilò una delle camicie meno rattoppate ed uscì, sul pianerottolo. Volle scendere a piedi, per le scale, affinché tutti lo vedessero e si chiedessero se era proprio lui, il Re. Si affacciavano dalle porte scure, degli squallidi appartamenti e lo fissavano coi loro occhi scintillanti, pieni di paura per quel che gli avevano fatto in passato, quando ancora non sapevano che lui era il Re. Ma a Lui non interessava più di loro. Sorrideva del suo gelido sorriso a quella gente mediocre, scivolando giù, zoppicante, per i pianerottoli sudici.

 

Infascelli non poté attendere in studio. Dovette andare in camerino a prepararsi per

l’incoronazione. Gli pulirono il viso con la crema depilatoria e gli ritoccarono la bocca di rosso e le guance. Con un pennellino la truccatrice gli faceva gli occhi neri, più neri dei suoi. Ogni tanto un’assistente ai programmi entrava e diceva: «Ha pochi capelli, neri, divisi sulla fronte, come uno strano ciuffo» o «è molto alto, ma con una curiosa pancia»; «zoppica un po’ da una gamba»; «ha molto fascino»; «è un po’ strano, mette quasi paura»; «sembra sporco e trasandato… eppure è come se fosse stato bellissimo e imponente da giovane».

 

Infascelli chiudeva gli occhi e vedeva strane luci rosse disegnarsi sulle palpebre, lontano la musica dell’orchestra e le risate e la tensione del pubblico bìancomediterraneo salivano e scendevano a ondate, come di risacca.

«E’ finito, dottore» disse la truccatrice e lui si alzò.

La paura gli scorreva addosso gelida e feroce e lui dovette sforzarsi per non mettersi a correre nei corridoi.

«Dottore. tra poco tocca a lei» gli gridò l’assistente passandogli affianco, ma lui la lui la ignorò e corse verso il suo ufficio.

«Sarà già arrivato?», pensava, «Sarà troppo tardi?»

L’applauso lo raggiunse quando era già alla scrivania, quando già aveva aperto il cassetto. Un applauso talmente vasto e grande che sembrava una cascata che gli si rovesciasse da una rupe alta fino al cielo.

lnfascelli prese la pistola dal cassetto e la mise in tasca. Poi con l’abito da cerimonia che gli frusciava addosso e lo impacciava corse verso lo studio.

Il Re avanzò attraverso le due ali del pubblico. Ora il grande mantello lo faceva sembrare imponente e il fatto che zoppicasse serviva solo a rendere il suo incedere più solenne. La gente in piedi lo fissava in silenzio.

Il Re sorrideva.

La conduttrice, imbarazzata gli andò incontro e gli fece una riverenza, la carne bianca che gli si offriva umile, fuori dal vestito. Lui la fece rialzare e con terribile grazia la prese per mano, volgendosi.

Poi, con lei al fianco salì verso il trono.

Là stava Infascelli che lo guardava e il Re vide nei suoi occhi freddo e terrore di Lui… negli occhi di quell’uomo cosi potente… e gli sorrise coi suoi strani occhi diversi e distanti. Infascelli sembrò tremare, ma gli chiese se era proprio lui il Re.

«Sì, sono io», disse lui, «da molti anni aspetto questo momento».

Allora Infascelli sembrò incespicare goffamente come impigliando le braccia nel vestito. Il Re si protese verso di lui per aiutarlo e quello gli si buttò contro, bruciando due volte. II Re sentì una fitta alla spalla, breve e frizzante come una puntura di qualche animale e poi, prima ancora di decifrare il rumore degli spari, vide infascelli cadere, abbattuto dalIa reazione della polizia.

Ci fu un lungo silenzio. Il Re fissava la piccola cosa che era diventato Infascelli ai suoi piedi, col suo occhio verde ed il suo occhio rosa. Poi si volse alla presentatrice e la ringraziò. Scavalcò il cadavere del suo elettore e si andò a sedere sul trono, bagnandolo del sangue che gli colava dalla spalla.

Il pubblico applaudì e l’orchestra intonò un motivo fragoroso e allegro.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'