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Speciale | Mario Lunetta

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Mario Lunetta © Marco Cinque
Entrando nei laboratori dove si producono versi. Dopo una serie di interviste, uno speciale sul tema. Il poeta è un venditore? Ci affida la sua riflessione Mario Lunetta.

Entrando nei laboratori dove si producono versi

 

Dopo una serie di interviste, uno speciale sul tema. Il poeta è un venditore? Ci affida la sua riflessione Mario Lunetta (qui accanto in una foto di Marco Cinque). Poeta, narratore, drammaturgo, saggista, una delle voci più importanti della cultura italiana contemporanea. Autore, fra l’altro, dei recenti La forma dell’Italia (Poema da compiere) (Manni Editore, 2009) e Formamentis (Poema da compiere, todavía) (Edizioni Tracce, 2009).

 

La vita nelle società umane è fondata sulla vendita. Ciascuno vende le proprie capacità, tratta (quando e come può) sui propri talenti. Oggi va particolarmente di moda vendere se stessi, specialmente in mancanza di talenti specifici. Anche chi viene socialmente definito poeta, o chi tale si autodefinisce, vende le proprie opere, mette sul banco del mercato i propri prodotti (v. in proposito Bert Brecht). Ergo, anche (e perché no?) il poeta è un venditore.

Nella stagione che ci è dato vivere, in verità, i poeti venditori sono un po’ sovrabbondanti, anche se la poesia è un articolo ben poco vendibile. “Fuori mercato”, si dice in termini tecnici. Scaduta nell’interesse dei più, ammesso che in altre epoche quest’interesse coinvolgesse platee segnatamente più ampie, almeno in questa penisola benedetta che ha sempre sofferto carenza di consumatori di cultura. Ma tant’è: i poeti venditori non demordono, e continuano con eroica pertinacia a esporre sul banco la loro merce. La maggior parte di essi, però, offre un campionario alquanto vecchiotto, se non addirittura scaduto: non rispetto al passo della moda, che è sempre così rapida, fuggevole, labile, illusoria – ma sul piano della sorpresa. Perché è assolutamente fondamentale che il poeta venditore abbia la capacità di indossare le vesti del poeta étonneur (v. Giambattista Marino), il che è anche abbastanza facile, ove ci si rivolga a un pubblico inconsapevole.

Io dico però, proprio al contrario, che il poeta venditore deve farsi venditore di trappole, anche quando pericolose per lui stesso. Quindi, attenzione massima ai tranelli, agli agguati e ai tradimenti della lingua, che è, dei poeti, mater et soror, ma al tempo stesso amante fedifraga. “Dove c’è la poesia, lì c’è un indovinello” (v. Edoardo Sanguineti): perché, insegna lo Stesso, ogni testo (letterario) è un test. La sua natura è ovviamente ambigua, ed è all’interno e all’esterno di quest’ambiguità che il testo in quanto test assume legittimità.

Il poeta che non si stanca di allestire/allestirsi trappole è quindi un saggiatore. Un artigiano della lingua e del ritmo che solo a colpi di consapevolezza può salvare la “legalità” (anarchica) del proprio fare e quella dei propri manufatti. La sua massima preoccupazione ha da essere, credo, non quella di imbonire un eventuale pubblico, ma di fare crudelmente attenzione a non farsi imbonire da se stesso.

Questo autoimbonimento in cui troppo spesso il poeta intriso di vaticinio si trova ancor oggi immerso è quello per l’appunto che qualche stagione fa fu strepitosamente definito aura (v. Charles Baudelaire; v. poi Walter Benjamin). La maggior parte dei poeti nostri coevi non smettono di amarne l’equivoco umidore. Meglio il profumo ferino della foresta, o il fetore smoggoso delle metropoli.

Penso che un poeta senza memoria della lingua e di tutta la grazia e l’orrore che detta lingua si porta o si trascina dentro (quindi: un poeta senza crudeltà critica come compagna costante della sua lingua) non abbia storia, non possa riempire di futuro il presente. E’ un gatto scodato.

Una poesia degna del nome è pensiero che si trasmuta in forme che inchiodano a una parete di ferro e d’aria questa o quella scheda filosofica e la lavorano con il lanciafiamme. Il lanciafiamme, ovviamente, può sviluppare una potenza di fuoco di varia entità. Ciò che importa è che il combustibile non sia truccato.

Produrre buona poesia è coltivare l’arte laboriosa dell’improbabile come fosse il massimo del realismo.

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