Libri: Ti spiego

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L’attesa trepidante di una lettera nella cassetta della posta con tanto di busta e francobollo, possiede quel gusto retrò che mal si accosta all’era della posta elettronica e dei social network.

L’attesa trepidante di una lettera nella cassetta della posta con tanto di busta e francobollo, possiede quel gusto retrò che mal si accosta all’era della posta elettronica e dei social network. Mario, disdegnando la comodità del cyberspazio, propone all’ex moglie Cristiana di intraprendere un tradizionale carteggio al fine di rivivere, con la speranza di essere stato il suo grande amore, la propria giovinezza. È la trama del romanzo epistolare, Ti spiego (in libreria dallo scorso aprile) della scrittrice-giornalista Romana Petri, vincitrice del Premio Mondello e del Grinzane Cavour. Mediante l’unilaterale resoconto di Cristiana, dal quale echeggia, però, il grido disperato di Mario, si ripercorrono non solo le traversie di due ex coniugi sessantenni – ormai divorziati da quindici anni ed entrambi risposati – ma anche gli strascichi di una generazione italiana “sopravvissuta” agli anni di piombo.

Per quale motivo quest’uomo, trasferitosi a Rio de Janeiro con la giovane moglie e un figlio di poco più di un anno, insiste a rimuginare su un passato in cui lui stesso, per primo, non ha creduto? Forse è attanagliato da sensi di colpa “retroattivi” verso l’ex moglie e i suoi due primi figli? Oppure gli uomini, a differenza delle donne, si arrovellano solo quando la vecchiaia è alle porte? O, semplicemente, avendo ancora una volta terminato la fase della costruzione, Mario deve passare a quella della demolizione.

Romana Petri affida al punto di vista della voce femminile narrante una serie di interrogativi che spiegherà (come promette nello titolo stesso) per gradi, in un crescendo emotivo e con un ritmo serrato tipico dei gialli.

Quello che ne scaturisce è il ritratto impietoso di un uomo, tratteggiato grazie a un’analisi capillare degna di una psicoterapeuta che, stillando i rancori sopiti, le rivelazioni ancora taciute e i pochi momenti gradevoli del loro passato, lo induce  a soppesare una realtà che il suo immaginario aveva sempre distorto. Cristiana, inizialmente perplessa per questa equivoca corrispondenza, poi se ne avvarrà per sviscerare tutto il dolore inflitto dall’ex marito, dolore che pian piano evaporerà lasciando spazio solo ad una cruda indifferenza.

Per troppo tempo è rimasta incollata al protocollo di un matrimonio infelice perché “di quel male conosciamo ogni piega, è un vestito che non ci calza a pennello ma l’unico che abbiamo mai avuto, e allora è come una seconda pelle”.

Ormai è uno scolorito miraggio il Mario/eroe di cui si era innamorata, quello che, prima di laurearsi in ingegneria idraulica, praticava il pugilato, eludendo le aspettative della famiglia borghese. Quell’aura poetica, quell’onestà di chi non accetta per principio “il colpo proibito” e quell’umanità che le palestre di periferia t’infondono nell’intimo, non coincidono con la spietatezza del Mario/marito che la tradisce con la sua migliore amica. E non appartengono neanche a quel Mario/estremista che idolatra Mimmo, un terrorista dichiarato, ma forse solo un millantatore, un fallito che, in una casa in cui non regna l’igiene ma la presenza invadente delle televisione, gode nell’inferire torture alla giovane moglie Elsa. Con l’alibi di apprendere principi politici da un “prodotto” della vera rivoluzione, Mario, in realtà, proietta su Mimmo la sua inconscia indole violenta, il perverso desiderio di annientamento del prossimo, il voler annichilire soprattutto Cristiana, riducendola a “personificazione della sua menzogna”.

La scrittrice sintetizza nella frustrazione dei personaggi il fiorire degli effervescenti ideali del ’68 e il loro repentino dissolversi nell’ipocrisia degli anni ’70. Non basta più indossare l’eskimo, manifestare per i metalmeccanici e leggere l’Unità per dissimulare un radicato giansenismo, un desolante classismo e una forma mentis così provinciale da far subire ancora alle donne la zavorra della verginità. Romana Petri, prende le mosse dalla doppiezza del protagonista abbracciando poi una categoria che ha tradotto la rivoluzione con parassitismo, nudismo e droga nella comune, lasciandoci solo l’ennesimo trionfo del pensiero borghese.

Fallito il matrimonio e rivoluzione Cristiana, per non soccombere in un “ventre di terra e morte”, si crea quello che lei definisce “giardino dell’anima”, una vita inventata su cui concentrarsi per poi puntare lo sguardo  altrove. In questa fase di ribelle ed epico romanticismo, rievocando il lato incorrotto dell’ex marito, si immedesima nel pugile James J. Braddok: assume un’andatura da guerriero e compie il puro sforzo fisico che è l’emblema della catarsi. Sì, perché, nonostante la disillusione apparentemente irreversibile, alla felicità si arriva, con pazienza. Cristiana è l’amore concepito come benessere. Mario è l’amore-distruzione. Cristiana aspira al “molto”. Mario aspira al “troppo”. E “la felicità è il molto che riempie, non il troppo che deborda”.

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