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La fiction: Anche i ricchi si ammalano: Royal Pains

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Più volte nella nostra rubrica abbiamo raccontato di medical drama più o meno originali e innovativi dal punto di vista del formato e della scrittura.

Più volte nella nostra rubrica abbiamo raccontato di medical drama più o meno originali e innovativi dal punto di vista del formato e della scrittura.  Questa settimana parliamo di “Royal Pains” che ha debuttato domenica scorsa su Italia 1. Cosa ha di nuovo questa serie? Di sicuro la prevalenza del comedy e l’ambientazione inedita per uno show di questo tipo. Scritta da Andrew Lechewski e John P. Rogers e distribuita da Universal, la serie ha riscosso un enorme successo negli Usa, dove viene trasmessa da giugno dello scorso anno dalla rete Usa Network. Probabilmente per merito dello stile ironico, a tratti surreale, che conferisce leggerezza e sospensione dell’incredulità all’ennesima serie medica.

La fiction narra le vicende di un medico a domicilio per ricchi, mixando, con sapienza ed intelligenza, humor e medicina. Al centro della narrazione troviamo il dottor Hank (Mark Feuerstein), un incrocio tra il dottor Sheperd, per la leggera somiglianza, e MacGyver, vista una rocambolesca abilità nel risolvere le situazioni mediche, che viene catapultato per caso in mezzo al lusso e allo sfarzo degli Hamptons.  Hank, infatti, era un affermato medico del pronto soccorso sino a quando non viene licenziato dall’ospedale in cui lavora dopo aver deciso di mettere in secondo piano un ricco paziente, finanziatore dell’ospedale in cui lavora, a favore di un ragazzo in condizioni più critiche. Disoccupato, senza un soldo, e lasciato alle soglie dell’altare, si fa convincere dal fratello minore Evan (Paulo Costanzo) ad andare in vacanza negli Hamptons. Da qui una serie di circostanze lo condurranno, dopo molti dubbi, ad essere il nuovo medico a domicilio dei ricchi abitanti della zona, perché come gli ricorda l’imbranato fratello “in fondo sono essere umani anche loro”. E così diventa un “medico a servizio” a disposizione di tutti i benestanti della zona dando vita alla “HankMed”.  Ad accorgersi di lui ci sarà anche Jill (Jill Flint), direttrice dell’ospedale locale, con cui Hank cerca di “redimersi” da questo lavoro che considera troppo elitario, aiutando coloro che non possono permettersi delle cure. A loro si deve aggiungere Dyvia (Reshma Shetty), ostinata assistente del protagonista, che cerca di fuggire da una realtà che le sta troppo stretta.

Lontani dalla comicità forsennata e travolgente di “Scrubs”, a divertire il pubblico non saranno i casi medici che verranno trattati nel corso di ogni puntata, ma le vicende private del protagonista. Così come appare l’idea narrativa è piacevole e godibile ed è caratterizzata da un’atmosfera leggera e a tratti surreale. La prevalenza del comedy la ritroviamo, ad esempio, negli estremismi del lusso che sembra mascherare problematiche sociali complesse e rivela come anche in un luogo costruito e basato sui dollari possa esistere la povertà e il volontariato. Un posto dove la ricchezza è tutto, dove “anche Dio farebbe una festa se lo facessero entrare”; meta balneare preferita dall’élite newyorkese, la stessa in cui il Grande Gatsby dava le sue sontuose feste.

E il successo della serie si deve proprio ai bei paesaggi mostrati, inusuali per una serie medical, ma anche per dei personaggi di cui vediamo un mix professionalità-vita privata che non intacca mai né l’una né l’altra.

Inoltre, la serie riporta all’attenzione narrativa la figura, un pò retrò e conservatrice, del medico a domicilio e la aggiorna collocandolo tra le case da sogno, le feste esclusive e le auto da capogiro degli Hamptons. In Hank, infatti, convivono  essenzialmente due anime: l’amore per il buon vivere e il senso di responsabilità. Un nuovo Robin Hood che intende prendere i soldi dai ricchi per poi dedicarsi con attenzione e cura ai poveri diventando “il medico riluttante per noleggio al ricco e famoso..”

Secondo il “Chicag Sun Times”: “Royal Pains è quella che ordinerebbe il dottore per un flirt estivo”, mentre per il “New York Post” è un “perfetto divertimento estivo senza pensare troppo”.

Ciò che appare interessante da un punto di vista narrativo e fictional è la rottura di alcuni clichè e la derisione di tradizionali stereotipi che, pur non aggiungendo nulla al genere, offrono una vicenda godibile e guardabile come scrive anche “Entertainment Weekly”. Per il Pittsburgh Post-Gazette lo show è “una divertente aggiunta all’offerta di Usa Network”, mentre il Miami Herald nota come “Royal Pains ha momenti genuini di spirito, ancora più quando appare Paulo Costanzo”.

Salon.com descrive la serie come “un prodotto CW ma meno accattivante, per quanto godibile”, mentre il Chicago Tribune la trova “troppo prevedibile per fare colpo”; stroncatura per il New York Times, dove si dicono “grati per le repliche di House piuttosto che per questa nuova serie che con la scusa di una denuncia all’iniquità del sistema sanitario americano mostra prati di velluto e grosse cancellate di ferro”.

Queste le critiche americane, eppure la serie merita perché geniale ed effervescente con una scrittura fresca e (quasi) mai banale (anche con alcune critiche alla sanità Usa) e ambientazioni mozzafiato. Una leggerezza che non si deve  intendere come comedy in ogni aspetto, ma che la rende ideale per delle visioni sognanti e senza troppi pensieri.

Oggi lo spettatore ha bisogno del bello (tutti nelle serie sono belli) ma anche bisogno dell’impegno sociale, dell’aiuto verso il prossimo, per vedere nel futuro qualcosa di positivo. Magari con un sorriso.

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