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Francesco Ricci Lotteringi: “Come to discover Harlem”

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Alla Creative Room Art Gallery di Roma nel mese di Giugno sarà possibile fare una passeggiata alla scoperta dei volti che quotidianamente popolano il quartiere di Harlem, nel cuore di Manatthan a New York.

Alla Creative Room Art Gallery di Roma nel mese di Giugno sarà possibile fare una passeggiata alla scoperta dei volti che quotidianamente popolano il quartiere di Harlem, nel cuore di Manatthan a New York. L’occasione è la mostra organizzata da Francesco Ricci Lotteringi, fotografo romano nato a Dublino che ad Harlem ha vissuto alcuni periodi della sua vita. Laureato in Scienze della comunicazione, Francesco conclude i suoi studi con una tesi basata sull’importanza della fotografia nella documentazione storica in cui pubblica alcuni scatti inediti del nonno durante la prima  guerra mondiale.

Matura nel corso degli anni un’ossessione per i ritratti, cercando sempre e ovunque di immortalare i volti delle persone nella loro vita quotidiana.

 

 

Come to discover Harlem è un’esposizione di 40 scatti: “Mezzi busti che ho scattato con la biottica medio formato di mio nonno rinvenuta mesi fa nella soffitta di mia zia” ci racconta l’autore che abbiamo incontrato durante l’inaugurazione della mostra lo scorso 20 Maggio. “Le pose sono volutamente frontali. Ho cercato di evitare che la gente si sentisse di posare come una star, volevo si mostrasse per quello che è realmente, senza mentire a nessuno.”

 

Infatti in Come to discover Harlem hai deciso di omettere completamente lo sfondo del quartiere, concentrandoti solo sui volti delle persone.

La mia ossessione si è fatta realtà. Ho deciso di annullare le strade, le case, i negozi e qualsiasi cosa rendesse riconoscibile quel posto. Ho scelto un muro, e quel muro è diventato Harlem. Ma, senza saperlo, potrebbe essere tranquillamente Trastevere o Camden Town. Per un attimo ho rubato le persone alla loro quotidianità: questo è ciò che volevo rappresentare e il modo in cui ho voluto raccontare il quartiere. Sono proprio loro, le persone, a rendere vivo un posto.

 

All’interno della galleria c’è un’installazione dove vengono proiettate altre immagini. Di sottofondo si possono ascoltare delle voci.

Sono stato io a registrarle col telefonino, di nascosto.  Sono frammenti di quello che ho vissuto e che vorrei far rivivere al pubblico: sensazioni che mi piacerebbe trasmettere.

 

Ad esempio?

C’è il racconto di un ragazzo appena uscito da un week-end dietro le sbarre per guida in stato di ebrezza. Gli amici che lo ascoltano ridono molto forte nel sentire quello che succede in carcere e nel sentire di chi non se la riesce a cavare perché non abituato. Ad Harlem per un giovane finire in carcere è qualcosa di normalissimo.

C’è anche un vecchio signore ubriaco che racconta le strade della sua Harlem e tutto quello che ha incontrato nella sua vita; una signora in un bar che ordina le uova con il formaggio chiedendo se si paga un extra per le sottilette; un ragazzo gay che spiega che la maggior parte degli afro americani di Harlem non posseggono le case in cui vivono; uno spacciatore racconta di una persona che è stata accoltellata.

 

A proposito di spacciatori, che rapporto c’è tra Harlem, droga e giovani?

La droga è presente come in qualunque grande città. Harlem ha il suo mercato: ci sono persone che non escono dal quartiere da anni. Molti spacciano agli angoli delle strade come se nulla fosse, e non è difficile capire chi lo stia facendo. Diciamo che gli spacciatori non si nascondono.

 

Il livello di istruzione invece?

Non si può generalizzare, ma in realtà se un giovane nero vince una borsa di studio è probabile che accada per le sue capacità negli sport.

 

Il tasso di criminalità è così elevato come si racconta?

La criminalità esiste e sicuramente, Harlem è ancora il luogo più pericoloso a Manhattan. Si dice che i sud americani siano più pericolosi degli afro americani. Criminalità e droga sono collegate e la droga in queste strade c’è sempre stata: qualcuno la porta, qualcuno la vende, qualcuno la coltiva direttamente nella propria casa.

Ci sono anche molti disperati che fanno uso di crack e farebbero qualsiasi cosa per trovare i soldi per comprare la loro dose.  Personalmente hanno cercato di derubarmi due volte ma, per fortuna, il colpo non è andato a buon segno. Senza entrare nei dettagli, posso dirti che hanno sparato a Florian, un mio caro amico tedesco, che viveva nel mio stesso edificio. Non l’hanno preso. Comunque i bianchi che sono integrati nel quartiere cercano di ripulirlo, creando problemi agli spacciatori.

 

Sempre più bianchi si stanno insediando ad Harlem vero?

Vero. Il processo di gentrificazione (gentrification si chiama in inglese il fenomeno per cui i quartieri popolari restaurati si riempiono di abitanti ricchi, cacciando i vecchi abitanti, nfr.) ha iniziato il suo corso e quando passa un bianco non viene più osservato come un alieno arrogante che invade il territorio altrui. Da qui a dire che non ci sia più razzismo nei confronti dei bianchi la strada è lunga.

 

Tu che sensazioni hai avuto quando hai vissuto ad Harlem?

Io mi sono sentito di entrare a far parte di un mondo a sé. Entri nel subway downtown e prendi un treno che ti porta in cima a Manhattan. Scendi dal treno e subito respiri un’atmosfera diversa. Molti film rendono l’idea. Ma a causa del cinema associamo il quartiere ad un vero e proprio ghetto. In realtà Harlem è più viva che mai e non solo per quanto riguarda la cronaca nera: parlo della musica, delle attività culturali. Basta pensare che Bill Clinton ha il suo ufficio ad Harlem: venti anni fa una cosa del genere sarebbe stata inimmaginabile.

 

Cambiamo argomento. Cosa consigli a chi vuole rendere la sua passione per la fotografia una professione?

Se sentite il bisogno di avere sempre una macchina fotografica al collo e quando non l’avete vi sentite come se siete usciti senza portafoglio, sono convinto che il destino farà il suo corso. Ognuno ha le sue armi e sicuramente bisogna usarle tutte. Attenzione: non tutte insieme, ma ognuna al suo tempo. Con l’avvento del digitale il mondo è diventato pieno di fotografi. Il 50 per cento del lavoro è diventato così composto da pubbliche relazioni. Poi, se sei bravo e soprattutto hai sensibilità, incontrerai dei riscontri. L’importante è uscire di casa e scattare. Prima bisogna seguire il proprio istinto e poi razionalizzare cosa si è fotografato cercando di capire cosa si voglia trasmettere.

 

Tu come hai cominciato?

Io ho cominciato quando ero molto piccolo: giravano molte macchine fotografiche nella mia casa grazie ai miei genitori.  Per anni ho usato le usa e getta. Ricordo una foto che ho scattato a New York dalle Twin Towers, ero appiccicato al vetro della finestra dell’ultimo piano come altre mille persone. Non so perchè lo racconto: forse perchè ormai è Storia e io continuo a sentirlo come un ricordo estremamente vivo.

Ho cominciato ad interessarmi professionalmente alla fotografia nel 2006 quando ho scattato la prima serie di foto. Riguardandole noto tante imperfezioni, ma ancora oggi ho molto da studiare. Sai, spesso il mondo dell’arte ti si rivolta contro anche se hai grandi capacità, è spietato come il mondo della moda. Dopo la laurea e la Scuola Romana di Fotografia ho fatto uno stage al Milk Studios di New York. Poi ho realizzato i miei primi due LookBook di moda per uno show room di Broadway chiamato The News. Queste sono state le mie prime tappe….

 

 

Creative Room Art Gallery
Via Tommaso Campanella 36, Roma
Orari: dal martedì al sabato dalle 15.30 alle 21
Ingresso libero

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