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Film: La strada che porta al sud. Nei cinema il film tratto da ‘The road’ di Cormac McCarthy

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"Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è dopo. Il dopo è già qui.

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e di bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te”.

[Cormac McCarthy: ‘The road’, 2006; Premio Pulitzer per la narrativa 2007]

 

Il più disperato dei film post-catastrofici – The road, di John Hillcot – era passato come una meteora all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e sembrava che la distribuzione italiana non fosse interessata a farlo girare nel nostro paese.

“Troppo deprimente” – era stato il giudizio diffuso tra quanti hanno pensato al rischio economico di mandare nelle sale un film del genere, in una nazione di gaudenti senza pensieri. Ma poi la casa di distribuzione Videa-Cde si è assunto il rischio, come aveva già fatto con ‘The Hurt Locker’, il film Oscar di Kathryn Bigelow (2008).

Una locandina del film ‘The road’ di John Hillcoat, dal romanzo di Cormac McCarthy. La sceneggiatura è di Joe Penhall

Sembrerebbe l’ultimo arrivato di una serie di film catastrofici che hanno avuto grande eco e successo di pubblico nell’ultimo anno, come “2012” [V. Su “O”: La fine del mondo e i pop-corn. A proposito di “2012”, il nuovo film di Roland Emmerich 
del 22.11.09 e “Codice Genesi” The book of Eli – dei gemelli Albert e Allen Hughes (2010). In quell’occasione era stata presentata una review del ‘genere’ prima letterario e poi cinematografico della fantascienza cosiddetta ‘catastrofica’ [vedi su “O”: Uomini in cammino, dopo la catastrofe 
del 07.03.10].

Un’immagine relativa al film sulla rivista americana ‘Esquire’, che nel numero di giugno 2009 ha giudicato ‘The Road’ il film più importante dell’anno

[http://www.esquire.com/features/movies/the-road-movie-review-0609]

La storia è semplice e terribile.

Un padre e un figlio – senza nome, quasi archetipi di ogni padre e di ogni figlio – vagano per una terra senza vita dopo una catastrofe imprecisata, avvenuta circa undici anni prima; più o meno l’età del bambino, venuto alla luce poco dopo l’evento distruttivo.
Da allora il sole è invisibile, coperto da una caligine di nubi; le piante e gli animali sono scomparsi. Uomini disperati si aggirano su una terra devastata dai terremoti e dagli incendi, a volte riuniti in bande, dediti alla razzia, fino al cannibalismo.

I due, con un carrello da supermercato su cui trasportano i loro pochi averi, si sono messi in viaggio dopo che la madre, sopraffatta dalla disperazione, si è lasciata morire. La loro meta è il sud, dove – forse – farà meno freddo, pioverà di meno, ci sarà una speranza.

La storia del viaggio: la sopravvivenza giorno per giorno alla costante ricerca di un rifugio e di cibo; gli incontri sempre rischiosi in quella terra ostile; le rade parole tra l’uomo e il bambino e il senso di un mondo che si sta dissolvendo:
“I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato”.

A tenerli in vita – padre e figlio – c’è solo ‘il fuoco’, quella cosa indefinibile che cova nel profondo, tra i ricordi e le ceneri del dolore, e che costituisce l’essenza dell’umanità. Mentre il mondo sfuma, poco a poco, nel nulla.

– Ce la caveremo, vero, papà?

– Sì, ce la caveremo.

– E non ci succederà niente di male?

– Esatto

– Perché noi portiamo il fuoco?

– Sì. Perché noi portiamo il fuoco.        

E poco più avanti, dopo un’autodifesa drammatica e sanguinosa:

Siamo ancora noi i buoni?

– Sì. Siamo ancora noi i buoni.

La copertina dell’edizione italiana del libro (Einaudi; 2007) e l’Autore, Cormac McCarthy (Providence, U.S., 1933)

Questa storia è poi diventata un film.

Si è assunto l’onore e il rischio il regista australiano John Hillcoat, che ha filmato i paesaggi lividi di un mondo morente tra i boschi bruciati della Pennsylvania; quindi a Pittsburgh, tre le rovine di un grande centro dell´industria carbonifera e siderurgica ormai abbandonato. Infine in Louisiana, nei luoghi devastati dal passaggio dell’uragano Katrina.

Gli attori sono Viggo Mortensen costretto dalla barba incolta ad una recitazione di sguardi e di postura e Charlize Theron, moglie e madre dolente, evocata nei flash back e nei sogni colorati dell’uomo, con una presenza appena più dilatata rispetto al libro. Impressionante il bambino, Kodi Smith-McPhee, per aderenza al ruolo e per la somiglianza con la madre di finzione.

Con il proseguire della storia i campi lunghi del paesaggio vengono sostituiti dai primi piani, su volti scavati e sofferenti: un irriconoscibile Robert Duvall è un vecchio macilento ma ostinato – dice di chiamarsi Ely, come il profeta – che ha imparato a far meno di tutto, anche di Dio:

– Dove gli uomini non riescono a vivere, gli dei non se la passano certo meglio. Guy Pearce è uno dei pochi (degli ultimi?) uomini buoni.

Su tutto la musica molto discreta, appena percettibile, di Nick Cave.

Il film è scarno ed essenziale quanto le atmosfere di McCarthy, senza compiacimenti né eccessi di truculenza e i dialoghi sono riprodotti quasi leteralmente.

 

 

La discendenza di un film da un’opera letteraria importante è insieme una garanzia e un limite.

La profondità dell’ispirazione originale per forza di cose è impossibile da riprodurre; e questo è ben chiaro sia all’autore che al regista.

In un’intervista di John Jurgensen per il Wall Street Journal (riportata da ‘Repubblica’ del 10 gennaio 2010) Cormac McCarthy e John Hillcoat parlano amichevolmente delle rispettive opere davanti ad un drink.

Hillcoat gli dice: – Mi hai tolto un peso enorme dalle spalle quando hai detto: “Guarda, un romanzo è un romanzo e un film è un film, e sono due cose diversissime”.

Certo, l’ideatore della storia parte da una sensazione – o una visione, o uno stato d’animo – assolutamente originale e personale; il regista non può che lavorare sugli echi che quella storia gli ha suscitato.

Al tempo dell’intervista (2009) Cormac McCarthy è un uomo di settantasei anni ed ha un figlio di undici, John, avuto dalla sua terza moglie, Jennifer.

Dice McCarthy: Molti dei dialoghi del libro sono conversazioni, trascritte parola per parola, fra me e mio figlio John. È questo che intendo quando dico che lui è il coautore del libro. Molte delle cose che dice il ragazzino del libro sono cose che ha detto John. John diceva: “Papà, che cosa faresti se io morissi?”; e io: “Vorrei morire anch´io”; e lui: “Così potresti stare con me?”; e io: “Sì, così potrei stare con te”. Semplicemente una conversazione che potrebbero avere due persone”.

E più avanti: – Negli ultimi anni non ho voglia di fare nient´altro che lavorare e stare con mio figlio John”.

Forse il mondo di un uomo anziano – di quell’uomo – è una landa desolata e senza futuro in cui il sentimento più forte è il bisogno di proteggere il bambino, anche per quando lui non ci sarà più.

Nel libro è detto a chiare parole: “Guardò il bambino addormentato. Ce la farai? Quando sarà il momento? Ce la farai?”

E il bambino ‘deve’ avere – è la speranza di un padre – una capacità superiore e a lui sconosciuta, per affrontare quel mondo.

Perciò il libro – non con la stessa certezza il film  – non tratta del futuro apocalittico della terra, ma della personale catastrofe, rappresentata come universale, che coglie un uomo al pensiero di dover lasciare il mondo e i suoi affetti.

Uno scrittore sa trovare le parole per dirlo:

“A volte, mentre guardava il bambino dormire, gli capitava di scoppiare in un pianto incontrollabile, ma non era il pensiero della morte. Non sapeva cosa fosse, però gli sembrava che avesse a che fare con la bellezza o la bontà”.

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