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Libri: Italiani per esempio, le voci dei bambini scrivono la favola di un’altra Italia

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C’era una volta la favola di una regina che ogni mattina interrogava il suo specchio su chi fosse la più bella del reame.

C’era una volta la favola di una regina che ogni mattina interrogava il suo specchio su chi fosse la più bella del reame. Nel corso del tempo, la favola della regina si è offuscata, la domanda mattutina non è più quella sulla bellezza e lo specchio oramai impolverato e sconsiderato risponde senza riflettere barcamenandosi tra dati statistici e sondaggi. Giuseppe Caliceti, insegnante di scuola elementare a Reggio Emilia, diviene, con la sua opera “Italiani, per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati” (Feltrinelli Editore, 2010), la regina nel suo castello-scuola, spodesta lo specchio dal suo torpore e riscrive la favola di un’altra Italia, incasellata in un vocabolario costruito attraverso i giochi di fantasia degli alunni, figli di immigrati, che hanno risposto alle sue domande. Nel 1990, un altro maestro di scuola elementare, Marcello D’Orta, aveva dato voce, con un libro divenuto poi film, “Io speriamo che me la cavo” (Mondatori, 1990), ai temi degli alunni di una scuola elementare della provincia di Napoli. E mentre gli alunni di D’Orta raccontavano di “case sgarrupate” e di un “Terzo Mondo che è molto più terzo di noi!” i ragazzi di Caliceti si interrogano sul “perché esistono tante lingue? Perché esistono uomini e donne di razze diverse?” e ancora, i primi pensavano che “Il mondo fa schifo”e i secondi dicono che “il mondo è felice quando è pulito perché si sente più sano e anche più bello”. I personaggi della favola si trasformano. Vivono di realtà più che di fantasia. “Voci bianche” che discutono di vita, di storie e di famiglie e che domandano risposte. Giovani che vivono in un piccolo paese del sud e che parlano di differenze rispetto ai loro coetanei che vivono nelle grandi città del nord Italia. E giovani immigrati che si accorgono della differenza scandita anche dal provenire da paesi diversi. Differenze che producono confronti e confronti da cui nascono valori di crescita se vissuti come emozioni positive. Un’Italia quella dei giovani studenti delle scuole elementari che ha voglia di essere esplorata, ha voglia di dare del suo per rispecchiarsi in quel bagaglio chiamato cultura. E nel caso dei giovani immigrati, il loro essere viaggiatori in “un paese straniero come una sorta di extraterrestri su un pianeta sconosciuto”, sospesi tra due culture che hanno in comune solo il presente, non può farci dimenticare che la “ragione non sta sempre dalla parte della maggioranza e che l’ascolto attento degli altri, in particolare dei più piccoli, è fonte di ricchezza”. La favola della regina-maestro nel suo castello-scuola che ogni mattina interroga lo specchio-alunno non lascia spazio ad altre risposte: abbandonare la logica dell’io, la logica del ciò che appare e del ciò che conviene misurandosi così con un quotidiano che vive anche di diversità e dove la scuola può diventare soggetto attivo nella prevenzione del razzismo.

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