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Amélie Nothombe

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Ad aprile è uscito l’ultimo libro di Amélie Nothomb, "Il viaggio d’inverno", e con questo siamo a diciotto libri  di Amélie  pubblicati dalla Voland in Italia.

Ad aprile è uscito l’ultimo libro di Amélie Nothomb, “Il viaggio d’inverno”, e con questo siamo a diciotto libri  di Amélie  pubblicati dalla Voland in Italia.

Il protagonista è Zoïle. Nella sua adolescenza ha vissuto una struggente passione per Omero. Superati i quaranta anni Zoïle incontra l’amore, l’amore con la A maiuscola. è della splendida  Astrolabe  che Zoïle si innnamora. Atrolabe ha scelto di  prendersi cura di Aliénor, scrittrice di successo che soffre di una curiosa forma di autismo. è proprio l’ingombrante presenza di Aliénor che impedisce a Zoïle di vivere fino in fondo la sua passione per Astrolabe.  Zoïle prova in tutti modi a sedurre Astrolabe ma, purtroppo, resta profondamente ferito. Non so voi come reagite alle delusioni di amore, Zoïle reagisce decidendo di dirottare un aereo (normale, no?).

Della trama non vi racconto di più, non voglio rovinarvi le sorprese della lettura di questo “stupefacente” viaggio.

Pioveva a dirotto. Pioveva a dirotto quando sono andata alla Galleria Colonna per la presentazione del libro, Amélie in persona sarebbe stata presente.

Mentre combattevo con l’ombrello ho pensato: tutte le volte che vado ad un incontro con uno  scrittore belga devo affrontare un diluvio!

Pioveva pure a giugno dello scorso anno quando andai sul lungotevere a guardare in faccia Bernard Quiriny. Volevo vedere come era fatto quello che aveva ormai indelebilmente condizionato, vita natural (e innatural) durante, il mio rapporto con il succo d’arancia! Chi ha letto il racconto “Sanguigna” nella raccolta di racconti “Racconti carnivori”, pubblicato da Omero editore, sa di cosa parlo!

E poiché nella lettura, come nella vita, i grandi ti portano sempre ai grandi,  quella sera di giugno 2009, Bernard Quiriny mi ha portato da Amélie Nothomb.

Per anni avevo rimandato la lettura della Nothomb, fino a quando nel 2007 decisi che non l’avrei mai letta. Mai. E quando dico mai, è mai. Come arrivai all’”irrevocabile” decisione? Guardando una puntata di “Invasioni Barbariche”. Grazie all’intervista di Daria Bignardi, la Nothomb per me diventò… una “letterina” dell’editoria! Sì, si, una “letterina” dell’editoria!

No, pensai mentre guardavo l’intervista, non è cosa proprio che mi metto a perdere tempo a leggere a questa! Croce nera sul nome Nothomb. Io mi fido delle giornaliste che mi piacciono.

Poi, però, sul lungotevere qualcuno disse che Bernard Quiriny era stato insignito del Prix de la Vocation (una specie di premio Calvino francese) che in precedenza era andato anche ad  Amélie Nothomb.Una scintilla .

Niente di meno? Pensai. E’ arrivata l’ora di leggere almeno un libro della Nothomb.

In pratica, dopo quella scintilla, revocai l’irrevocabile decisione (a voi non capita mai?).

La mattina dopo sono diventa proprietaria di una copia di “Stupore e Tremori”. Lo lessi.  E per dirlo con le parole di Zoïle: “Avevo vissuto un idillio sublime che mi legava per sempre ad Omero” (nel mio caso alla Nothomb). Nel giro di un mese lessi tutti gli altri diciassette libri pubblicati dalla Voland in Italia.

Vi dicevo, venerdì 14 maggio stava piovendo a dirotto,  e perciò arrivai prestissimo alla Galleria Colonna. Tutte le volte che io entro nella Galleria, ho sempre l’impressione di esserci andata  per prendere un treno, il rumore di sottofondo è lo stesso che si sente  in una qualunque stazione ferroviaria. Il palco della Feltrinelli che ospitava l’evento era stato allestito fuori dalla libreria, nell’ala della galleria dove c’è il bar, quella più rumorosa cioè.

Ero così in anticipo che trovai pure un posto a sedere. Stordita dal rumore, cominciai a guardare intorno. Con mia grande sorpresa, la maggioranza di quelli venuti a sentire (e a vedere) la Nothomb, usavano la crema antirughe da almeno venti, venticinque anni. Un pubblico prevalentemente adulto, molte le capigliature completamente bianche.

Amélie arrivò con un ritardo di mezz’ora, arrivò con in faccia  la stessa espressione che si ha quando si arriva tardi ad un pranzo in cui si sa di essere un invitato speciale.

Alta, decisamente alta, alta almeno quanto Lucrezia Lante della Rovere che stava lì per leggere. (Che professionista che è stata a leggere nonostante il sottofondo ferroviario!)

Addosso la solita giacca con la chiusura lampo diagonale, NERA, una gonna leggerina sopra al ginocchio, NERA, calze spesse duemilaetrecento den, NERE, ai piedi scarpe tipo Kickers, NERE, unico vezzo il cappello a cilindro, NERO, con decorazione piumata, NERA pure quella.

Rossetto rosso carminio. Giustamente. E’ dalla bocca che passano le parole, le parole non sono tutte uguali, la differenza sta nella temperatura, quelle di Amélie infiammano!

Si è accomodata  sulla sua poltroncina, sul palchetto insieme a lei c’erano anche Elena Stancanelli e Emanuele Trevi.  Amélie trasudava la tranquillità dell’intelligenza. La presentazione è partita e ora cerco di raccontarvela .

E’ stata Elena Stancanelli a prendere per prima la parola, nel presentare “Il viaggio d’inverno” ha giustamente richiamato i temi nothombiani che lo attraversano, la delusione d’amore, lo sdoppiamento, la scrittura. Alla domanda sul perché del titolo, Amélie ci ha detto che deriva da una struggente opera di Schubert, che rappresenta la sommatoria di numerose delusioni d’amore. Il fascino della Nothomb sta  soprattutto nella capacità di rendere  impalpabile il confine tra letteratura e la sua biografia, ha osservato Elena Stancanelli e poi le ha chiesto come sceglie le sue storie. Amélie ci ha detto che lei non lo ha ancora capito come nascono le sue storie, a lei capita di restare incinta di una storia. Ora, per esempio, è incinta per la sessantanovesima volta, eppure non sa come si fa. (Amélie pubblica un solo libro all’anno, ma ne scrive molti di più). Ci ha confidato che ha capito di essere incinta del romanzo “Il viaggio d’inverno” da due sintomi. Il primo sintomo è stato quando guardando la Torre Eiffel ha visto l’iniziale del suo nome, ha visto il profilo di una A. (Sono molto modesta, ha detto ridendo). Il secondo sintomo è stato quando, facendo saltare per l’ennesima volta il famoso bip in aeroporto, ha ceduto alla tentazione di dire: “Credete davvero che farei esplodere l’aereo?”.

Anche in questo romanzo di Amélie torna il tema della  scrittura, Elena Stancanelli ha evidenziato che il personaggio che rappresenta la scrittura, Aliénor, è estremamente dolce e mansueto perfino “idiota”, e le ha  chiesto quanto nella scrittura  conta l’aggressività, la rabbia e quanto invece conta la dolcezza. La scrittura deve essere una giusta miscela di rabbia e dolcezza, un continuo salto da un estremo all’altro, ci ha detto Amélie e poi ha precisato che una miscela del genere, di soli due estremi, è poco augurabile nella vita vera.

La parola è passata ad Emanuele Trevi. Ha osservato che se in genere le presentazioni dei libri sono fatte per convincere il pubblico presente a leggere l’autore presentato, nel caso di Amélie tutti i presenti  sono già lettori, “strani lettori” che la seguono come i topolini seguono il pifferaio magico. Alla parola “strani”. Amélie ha reagito con un movimento  semicircolare della mano come per dirci “vi ha dato dello strani!” (Posso dissentire con Emanuele Trevi? A me i presenti non sembravano strani, anzi. E io non mi sento affatto strana, ma su quest’ultima cosa certamente mi sbaglio e quindi ha ragione Trevi!).

Il valore letterario di Amélie Nothomb, ci ha fatto riflettere Trevi, consiste nel fatto che se in genere il romanzo tende a rendere riconoscibile la consistenza del mondo, il mondo fiabesco nothombiano è invece un mondo a cui il realismo è stato sottratto. Amélie ci mostra  lo scheletro della realtà,  uno scheletro che nella vita vera non si può mai vedere. (Ho perdonato Trevi per averci detto strani!)

Parlando dei personaggi di Amélie, Trevi ha detto che se si potesse aprire la testa di un “nevrotico di Freud” (che si crea  nella mente una propria storia parallela a quella che accade fuori da sé) ci si troverebbe dentro un personaggio di Amélie

Amélie è intervenuta per spiegare che  è proprio questo il motivo per il quale porta sempre un cappello. Per evitare che qualcuno le trapani la testa e faccia uscire tutto quello che ci gira dentro!

Risata collettiva.

Trevi le chiede cosa leggeva da bambina, cosa la emozionava veramente. Amélie, figlia di un diplomatico, ha trascorso la prima infanzia in Giappone. Da piccola conosceva tutte le favole occidentali e la sua bambinaia, ci ha detto, le raccontava le favole giapponesi intrise di crudeltà e dettagli poetici. Ma l’esperienza che l’ha più condizionata è stata la lettura che lei ha fatto da sola, ad otto anni, delle “Mille e una notte”. Ciò che la piccola Amélie trovava insopportabile in quella lettura era la bellezza delle protagoniste, protagoniste che di storia in storia diventano sempre più belle, sempre più belle.

Emanuele Trevi è poi tornato sul tema del doppio presente nella scrittura nothombiana, ogni cosa arriva insieme al suo contrario,in ogni maschile risuona un femminile, invece nella realtà si tende sempre a sopprimerne uno. E’ come se Amélie ci dicesse, ha detto Trevi,  non ti identificare mai con una sola parta di te stesso. E infine Trevi ha concluso parlando dell’amore citando Zoïle: “Non ho mai avuto così netta la percezione del mio scheletro. Deve essere questo, l’amore”.

La presentazione mi è piaciuta veramente.

Quando è finita è iniziato l’assalto al firmacopia. Pure io mi sono messa in fila, e come sempre ho lasciato che quasi tutti mi passassero davanti, poi eccomi di fronte a lei che mi ha guardato per chiedermi il mio nome e mi ha firmato il libro.

 

Lo confesso, da sotto al palchetto ho cercato di guardarle la mano, la mano destra. Da come impugnava la penna era l’anulare destro quello che mi interessava. Il fatto è questo, Ameliè scrive a mano, quattro ore ogni giorno, dalle quattro di mattina alle otto dopo aver bevuto mezzo litro di tè nero. Che volevo vedere? Scrivere quattro ore al giorno, senza usare il pc o la macchina da scrivere, significa avere un bel callo sulla mano. Quello volevo vedere. Non ci sono riuscita.

Poi con la mia copia firmata tra le mani, ho richiamato l’attenzione di Daniela Di Sora, l’editrice della Voland. (Non l’avevo salutata prima per evitare che sembrasse che io, teutonica napoletana, volessi saltare la fila!). Ho conosciuto Daniela a settembre, quando ho vinto un premio per un concorso letterario bandito dalla Voland. Per partecipare al concorso bisognava scrivere il sequel della vita di uno dei personaggi di Amélie. Io scelsi Epiphane Otos, il protagonista di “Attentato”. Epiphane ha in comune con l’ultimo nato Zoïle due cose, una grande sfortuna in amore e una frase di Wilde “Tutti uccidono coloro che amano”.

Daniela, che è l’energia fatta persona, ha deciso all’istante che dovevamo assolutamente raccontare ad Amélie la seconda vita di Epiphane, e così eccomi sul palco, la scrittrice famosa e la qualunque (strana) lettrice.

Mentre Daniela le raccontava che avevo spedito Epiphane a Napoli, dove lo chiamavano Epifaniello e dove aveva aperto una bella pizzeria in via Marina,  Ameliè rideva e generosamente apprezzava l’idea napoletana. “Però l’amore non lo trova neanche a Napoli” le ho detto. “Nella vita non si può avere tutto” mi ha risposto. E’ stato in quel momento che ho sentito un profondo imbarazzo. Avendola tanto letta, sapevo di lei infinitamente più di cose di quelle che lei sapeva di me in quel momento, in quel momento in cui eravamo solo due persone una di fronte all’altra. E’ il destino di chi scrive, mi sono detta. Poi lei si è ripresa dalle mie mani il libro che mi aveva appena autografato, e mi ha scritto, in italiano, un gran complimento.

E’ stato emozionante, tanto.

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