Condividi su facebook
Condividi su twitter

Valentina Carnelutti: “È più facile darsi se si ama davvero. Ed è più facile amare se si conosce”

di

Data

Valentina Carnelutti, attrice, autrice, interprete radiofonica e doppiatrice, dà inizio alla sua carriera, nel mondo cinematografico, nel 1993 dopo essere passata attraverso studi ed esperienze di danza classica e contemporanea,

Valentina Carnelutti, attrice, autrice, interprete radiofonica e doppiatrice, dà inizio alla sua carriera, nel mondo cinematografico, nel 1993 dopo essere passata attraverso studi ed esperienze di danza classica e contemporanea, di canto, di regia teatrale e di recitazione. In questo suo percorso e dal simmetrico accordo tra talento e passione, Valentina è riuscita a donare sinuosa musicalità all’arte della parola, svestendola del prevedibile e del quotidiano, senza che il tempo ne intaccasse il ritmo. Oggi, mentre, sta scrivendo un nuovo film e legge per Radio 3, sogna “un amore in cui poter essere tutta: l’attrice, la donna, la mamma, condividendo la memoria e la fiducia, senza paura di darsi, confidando nel tempo.”

 

Valentina, che cosa significa per te fare l’attrice?

L’attrice è il lavoro che volevo fare da grande. Per molto tempo però mi vergognavo di dirlo. Anche dopo la scuola di teatro, anche dopo aver cominciato a lavorare… mi sentivo in imbarazzo. “Che lavoro fai? L’attrice”. Mi sembrava più un regalo che un lavoro. E  dire “faccio l’attrice” anche quando non stavo lavorando (che era la maggior parte del tempo) mi sembrava di mentire. Poi ho scoperto che sto lavorando anche quando non sto lavorando. Che conoscermi meglio è fare il mio lavoro. Che coltivarmi, studiare, essere sana è fare il mio lavoro. Che cercare di essere vera nella vita è fare il mio lavoro. E questa sì è una passione. Una passione che allora posso regalare all’attrice.

 

Cinema e radio sono due facce di una stessa medaglia oppure sono due mondi completamente diversi ?

Lo spirito con cui faccio un film, con cui leggo un libro alla radio, con cui parlo a mia figlia è lo stesso. Cerco di mettere insieme il dentro con le necessità del fuori. Cerco di non barare. Certo è una questione di allenamento, di preparazione, di collaborazione. Il cinema è una macchina immensa. Alla radio il più delle volte sono sola con il testo e il microfono. Ma sono sempre io. È sempre il cuore che si emoziona o no che manda un impulso e il corpo reagisce e dice: parla… o agisci. Quando la voce, il corpo e il cuore non coincidono con il testo e il contesto allora c’è qualcosa che non va. Mi sento finta. Allora devo lavorare di più, ammorbidire, sciogliere, capire meglio, chiedere aiuto.

 

Pensi che ci sia differenza tra il lavorare in Italia e il lavorare all’estero?

All’estero ho studiato (USA, Francia, Messico, Spagna). Ci ho lavorato poco per ora. Mi sembrava che la differenza sostanziale consistesse nella naturalezza con cui registi e produttori sceglievano facce e persone più che nomi e mode. E guardando certi film o certi spettacoli teatrali stranieri mi sembra ancora così. Da vicino poi mi sono resa conto che anche negli altri paesi, come in Italia, la politica influenza in maniera decisiva l’andamento delle scelte, anche le più capillari, a volte a scapito della qualità, della verità. Un’altra differenza che mi sembra di poter sottolineare è quella legata all’età delle persone che lavorano. All’estero ho incontrato persone giovanissime molto motivate e preparate, che grazie alla qualità del loro impegno trovano spazi significativi per praticare il loro mestiere in tempi più brevi di quanto non accada qui da noi. In Argentina un giovane regista ha vent’anni, in Italia anche quarantacinque!

 

Che cosa ti “regalano” i personaggi che interpreti?

Nel momento in cui lavoro a un personaggio, quel personaggio, in qualche modo mi abita. Poi il film finisce, il personaggio se ne va, come un viaggiatore che riprende il suo cammino ed io, sua ospite, resto con dei ricordi, delle tracce. A volte un dialogo aperto continua ad interrogarmi su delle questioni (come per esempio, il tema del carcere, della detenzione, dopo aver finito il film di Enrico Pau Jimmy della collina). Quasi sempre scopro qualcosa di me che prima ignoravo. A volte sono piccoli dettagli: un gesto, un suono, una voce; altre volte, sono cose più profonde come certi desideri o paure. E insieme ai segni lasciati dai personaggi ci sono i segni lasciati dagli incontri che i personaggi fanno. Con i registi, con gli attori, con la troupe, con certi luoghi, con certe parole e storie. E quelli segnano. Si mescolano con la vita del momento che si stava vivendo e diventano inseparabili nella memoria.

 

Cosa consiglieresti a un giovane che sogna di voler fare l’attore?

Il consiglio che sento di poter dare, ora, a una persona che si accinge a cominciare un percorso nel mondo dello spettacolo è quello di non risparmiarsi. Ed è più facile darsi se si ama davvero. Ed è più facile amare se si conosce. Quindi direi studiare, studiare tutto quello che si può, non accontentarsi, cercare, chiedere. Sapere perché si sceglie di fare un mestiere e non un altro. Le ragioni sono importanti, sono quelle che sostengono quando tutto il resto cade. Contro un desiderio profondo non si può nulla. Un desiderio superficiale può esser presto demolito da tutte le difficoltà oggettive che inevitabilmente si incontrano. E più di tutto direi conoscersi, sapere che cosa si porta, che cosa si ha da regalare.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'